Ci sono molte questioni importanti all’ordine del giorno, tra cui il possibile – e sempre più spesso minacciato – disimpegno di Washington e il modo in cui gli alleati europei potranno affrontarlo, la posizione dell’Alleanza nei confronti della guerra in Ucraina e dell’Iran
È difficile immaginare che tipo di messaggio emergerà dal prossimo vertice della NATO ad Ankara. Ci sono molte questioni importanti all’ordine del giorno, tra cui il possibile – e sempre più spesso minacciato – disimpegno di Washington e il modo in cui gli alleati europei potranno affrontarlo, la posizione dell’Alleanza nei confronti della guerra in Ucraina e dell’Iran, e la questione più ampia del ruolo del Vecchio continente all’interno dell’Alleanza. La Turchia probabilmente cercherà di capitalizzare la ritrovata centralità strategica della sua posizione, all’incrocio fra il Mar Nero, il Mediterraneo orientale e il Medio Oriente. Fra l’altro, nelle ultime settimane si sono visti segnali di un possibile riavvicinamento fra Stati Uniti e Turchia, mentre le critiche di Washington nei confronti degli altri alleati europei sono rimaste pesanti. Con ogni probabilità, il cuore del dibattito sarà l’adattamento dell’Europa a questi nuovi assetti. La ridefinizione della posizione statunitense non è una tendenza a breve termine e – sebbene con toni diversi – continuerà anche dopo la fine dell’amministrazione Trump. In questa prospettiva, la capacità europea di tradurre in capacità dispiegabili gli impegni finanziari assunti lo scorso anno all’Aia è fondamentale per il futuro della NATO.
Da alcune parti si è osservato come il vertice possa rappresentare una sorta di ‘stress test’ proprio per gli impegni presi all’Aia. Nonostante un trend ascendente che precede l’invasione russa dell’Ucraina, fra gli alleati europei persistono divergenze significative in materia di spesa per la difesa, con un delta che – secondo i dati diffusi dall’Alleanza – va dal 4,48% del PIL della Polonia a quattordici paesi con un contributo compreso fra il 2 e il 2,1%. Gli impegni dell’Aia, con la loro distinzione fra spese direttamente legate alla difesa (‘core defence requirement’) e spese correlate (‘defence– and security-related spending’), offrono ampie opportunità di ‘contabilità creativa’, ad esempio classificando come ‘spese correlate’ anche spese sostanzialmente civili, come quelle nel campo delle infrastrutture. Oltre ai problemi di controllo democratico della spesa, la possibilità di ricorrere a questi artifici contabili rischia, da un lato, di portare a tensioni fra membri ‘virtuosi’ e ‘non virtuosi’, dall’altro di riproporre agli occhi di Washington la questione della credibilità dell’impegno europeo; una questione particolarmente delicata se si considera come –nella politica dell’amministrazione Trump – il paradigma del burden shifting sembri pronto a soppiantare quello del burden sharing.
Negli ultimi mesi ci sono stati diversi segnali in questa direzione. Il più evidente è stato forse il trasferimento agli alleati europei della responsabilità dei tre comandi d’area di Norfolk, Napoli e Brunssum, pur mantenendo gli Stati Uniti quella dei tre comandi di componente – MARCOM a Northwood, LANDCOM a Izmir e AIRCOM a Ramstein –e del comando supremo delle forze alleate in Europa (SHAPE). L’interrogativo è fino a che punto si potrà spingere questo processo. La National Security Strategy2025 colloca ora l’Europa al terzo posto fra le aree di importanza strategica per gli Stati Uniti; un ridimensionamento che trova riscontro nel progetto di ‘NATO 3.0’ di cui ha parlato il sottosegretario alla difesa Elbridge Colby qualche mese fa e che oggi è al centro dei dibattiti sul futuro dell’Alleanza: una NATO nella quale l’Europa dovrebbe assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale, lasciando agli Stati Uniti solo la deterrenza strategica e le capacità abilitanti ‘di alta gamma’. Ad Ankara il tema sarà sicuramente al centro dell’attenzione, anche se resta da capire quali forme assumerà e come Donald Trump (che ha già dichiarato che parteciperà al vertice “solo per rispetto” verso il Presidente Erdogan) deciderà di impostare la questione.
Oggi, la NATO si trova ancora in mezzo al guado. Sebbene dal 2022 gli alleati europei abbiano aumentato i loro bilanci per la difesa e assunto gli impegni dell’Aia, la presenza statunitense rimane il pilastro della sicurezza del Vecchio continente. L’efficacia della deterrenza NATO è in gran parte dovuta alla presenza statunitense. Gli Stati Uniti forniscono all’Alleanza capacità operative e abilitanti che gli alleati europei non sono in grado di offrire. Da questo punto di vista, una riduzione dell’impegno degli Stati Uniti assesterebbe un duro colpo alla credibilità della NATO e, nel breve termine, gli alleati europei non dispongono degli strumenti necessari per colmare questa lacuna. Per cambiare questa situazione, la produzione dell’industria della difesa dovrebbe essere incrementata in modo significativo, le percezioni delle minacce allineate e gli impegni di spesa tradotti in capacità impiegabili. L’evoluzione della postura statunitense rende questi compiti inevitabili, ma per essere portati a termine richiedono tempo. Tuttavia, anche in un’ottica di lungo periodo, il legame transatlantico resta il pilastro della NATO. Anche se i suoi termini devono essere ridisegnati nell’ottica di un’alleanza più equilibrata, l’evoluzione del sistema internazionale e le numerose sfide che esso pone rendono la collaborazione USA-Europa in gran parte inevitabile.
