Nel corso del primo mandato, il Congresso ha tentato due volte di mettere Donald Trump in stato d’accusa. In entrambi i casi, il tentativo non ha avuto successo, scontrandosi entrambe le volte con l’incapacità di raccogliere in Senato la maggioranza qualificata necessaria per la condanna. Uno scenario simile sarebbe destinato a ripetersi oggi
La vittoria del Partito Democratico nelle elezioni di metà mandato, che gli ha assicurato un’ampia maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti, ha già aperto la strada alle speculazioni su come il nuovo Congresso sfrutterà la sua posizione di forza nei confronti del Presidente. All’interno di questo dibattito è tornata in primo piano la questione di un possibile impeachment, evocata dal leader della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries, in caso di successo ‘dem’ nelle consultazioni del 3 novembre, poi rilanciata dai media. Dopo il voto, lo stesso Trump ha evocato la possibilità di un nuovo impeachment nei suoi confronti, anche se solo per sostenere che la sua eventuale apertura ‘distruggerebbe il Partito Democratico’. Effettivamente, sulla questione la leadership democratica si è finora dimostrata piuttosto cauta: poche figure di spicco si sono espresse sul tema della messa in stato di accusa del Presidente e anche quasi tutti i neoeletti di orientamento più ‘radicale’ – che nel prossimo Congresso avranno un peso non trascurabile –hanno preferito eluderla.
Questa prudenza è comprensibile. Nel corso del primo mandato, il Congresso ha tentato due volte di mettere Donald Trump in stato d’accusa, nel settembre-novembre 2019 e nel gennaio-febbraio 2021, nel secondo caso – in particolare – per gli eventi che hanno portato all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio dello stesso anno. Tuttavia, in entrambi i casi, il tentativo non ha avuto successo, scontrandosi entrambe le volte con l’incapacità di raccogliere in Senato la maggioranza qualificata necessaria per la condanna. Uno scenario simile sarebbe destinato a ripetersi oggi: anche se in Mississippi e in Alaska i conteggi sono ancora in corso e nonostante l’esito di questi due Stati possa portare i seggi democratici in Senato a 56, la cifra è ancora lontana dai due terzi dell’assemblea che servono per ‘potare a casa il risultato’. Ipotizzare qualche defezione sul fronte repubblicano (possibile in una fase in cui molti sembrano prendere le distanze dal presidente sconfitto) potrebbe non essere sufficiente a cambiare questo stato di cose e sembra essere considerato troppo rischioso.
Il timore dei vertici democratici è che un’eventuale sconfitta sul tema dell’impeachment possa finire per rafforzare la Casa Bianca. In passato, la minaccia della messa in stato di accusa è stata sempre sfruttata dal Presidente per ricompattare la base del movimento MAGA; una strategia che Trump ha applicato anche in occasione delle varie cause civili e penali che si è trovato ad affrontare negli anni della presidenza Biden. Proprio il timore di rafforzare indirettamente la posizione della Casa Bianca è stato citato più volte in questi giorni dai vertici ‘dem’ per spiegare la propria cautela. Una cautela che tuttavia non sembra estendersi ad altre figure chiave dell’amministrazione, come il Segretario alla Difesa Hegseth, forse più divisiva all’interno del mondo repubblicano e considerata politicamente più vulnerabile del presidente. In questo senso, l’avvio di una procedura di impeachment nei confronti di Peter Hegseth rappresenterebbe un modo efficace per mettere sotto pressione l’amministrazione senza correre i rischi che potrebbero derivare da uno scontro frontale con Donald Trump.
Ovviamente, siamo ancora alle prime mosse del confronto che caratterizzerà i prossimi due anni. Si potrebbe dire che gli avversari si stiano ancora studiando e che, in questa fase, nessuno dei due abbia ancora mostrato davvero le proprie carte. La cautela sul tema dell’impeachment presidenziale non significa, quindi, che sia già stato tolto dal tavolo. D’altra parte, la messa in stato d’accusa non è l’unico strumento a disposizione del nuovo Congresso per mettere in difficoltà l’amministrazione. Il Legislativo dispone, per esempio, di ampi poteri di indagine e di inchiesta, che potrebbe utilizzare per evidenziare pubblicamente le molte debolezze del Presidente, dall’intreccio dei suoi interessi economici e finanziari alla sua ambigua posizione nella vicenda degli ‘Epstein files’, fino ai dubbi sul modo in cui la guerra nel Golfo è stata condotta. Se usare questi strumenti, in che modo usarli e in quale combinazione, saranno scelte dei prossimi mesi. Mesi che, comunque, si annunciano già da ora movimentati, vista anche la posizione che Trump ha assunto nella vicenda Hegseth.

