La pronuncia della Corte Suprema mette in luce il modo in cui nonostante le tensioni cui è sottoposto il meccanismo dei pesi e contrappesi continui a funzionare in maniera, tutto sommato, efficace

 

Per la Casa Bianca, la sentenza con cui la Corte suprema ha dichiarato illegali i dazi imposti dall’amministrazione durante il c.d. ‘Liberation day(‘Learning Resources v. Trump’) è stata un fulmine a ciel sereno. La sentenza non riguardi i dazi in sé né tutti i dazi imposti dall’amministrazione. Essa afferma, piuttosto, l’illegittimità delle misure prese del Presidente sulla base dei poteri che gli attribuisce l’International Emergency Economic Powers Act. Si tratta, comunque, di un duro colpo portato a un elemento centrale della piattaforma politica di Donald Trump; un colpo che giunge inatteso se è vero che lo stesso Trump, ancora la scorsa settimana, aveva ostentato fiducia rispetto all’esito della pronuncia. La reazione del Presidente è stata prevedibilmente dura. In una conferenza stampa, poche ore dopo la pubblicazione della sentenza, ha parlato di esito ‘deludente’, affermando di provare ‘vergogna’ per dei giudici ‘che non hanno avuto il coraggio di fare ciò che è giusto per il loro Paese’. Ha anche parlato di reintrodurre i dazi messi fuori legge dalla pronuncia della Corte, ventilando la possibilità di adottare anche misure di embargo, se ciò fosse necessario.

Quali saranno in concreto le risposte dell’amministrazione è ancora tutto da definire. Come detto, i dazi rappresentano un elemento centrale della proposta politica della Casa Bianca. Sotto molti aspetti, essi sono una sorta di suo ‘tratto identitario’ e il significato simbolico di cui sono stati caricati va oltre quelli che possono essere i loro benefici effettivi. Intorno alla questione dei dazi, negli scorsi mesi, si è acceso un duro scontro con la Federal Reserve. La sostituzione del Governatore di quest’ultima, nelle scorse settimane, è solo l’ultimo prodotto — in ordine di tempo — di questo scontro. Secondo il Presidente e i suoi consiglieri, i dazi dovrebbero portare una lunga serie di benefici all’economia statunitense: insieme a una politica energetica basata sul rilancio delle estrazioni e del ruolo dei combustibili fossili, essi dovrebbero – fra l’altro – stimolare il rilancio della produzione nazionale, favorire la reindustrializzazione, creare nuovi posti di lavoro, incoraggiare l’afflusso di investimenti dall’estero, riequilibrare la bilancia commerciale e coprire i costi delle generose politiche fiscali che il Presidente ha voluto e che sono confluite nello One Big Beautiful Bill del 2025.

Tuttavia, questi benefici sembrano fare fatica a materializzarsi. Nonostante il Presidente abbia parlato anche recentemente di inflazione sotto controllo, il costo della vita negli Stati Uniti appare in aumento, soprattutto per quanto riguarda una serie di beni e servizi essenziali. I fautori della politica commerciale della Casa Bianca vedono questi aumenti come un effetto negativo a breve termine, destinato a essere più che compensato quando le misure saranno entrate effettivamente a regime. Di contro, diversi osservatori hanno rilevato come nelle scelte dell’amministrazione la componente politica prevalga spesso su quella economica e come i dazi siano diventatinelle mani dell’amministrazione Trump uno strumento da usare per conseguire una ampia serie di benefici, spesso non di natura economica. È stato infine osservato come, nel caso degli Stati Uniti, i dazi non siano lo strumento più adatto a riequilibrare una bilancia commerciale che soffre di vari squilibri strutturali e come i costi che la politica dei dazi comporta finiscano per pesare quasi totalmente sulle imprese e i consumatori finali.

La pronuncia della Corte Suprema mette in luce anche un altro aspetto, ovvero il modo in cui nonostante le tensioni cui è sottoposto il meccanismo dei pesi e contrappesi continui a funzionare in maniera, tutto sommato, efficace. Già nelle prime settimane dopo l’insediamento, di fronte al profluvio di ordini esecutivi con cui Donald Trump ha inaugurato il suo mandato, è stato rilevato come quello giudiziario fosse rimasto uno dei pochi contropoteri davvero efficaci insieme a quello degli Stati. La sentenza di questi giorni è una conferma di questa affermazione e una conferma di come essa sia valida indipendentemente dall’allineamento ideologico dei giudici. Sul tema dei dazi, tre dei giudici di nomina repubblicana (il Chief Justice John Roberts e i giudici Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett) hanno votato insieme ai tre di nomina democratica, sebbene due di loro (Gorsuch e Barrett) siano stati nominati dallo stesso Trump nel corso del suo primo mandato e possano vantare solide credenziali conservatrici. Una prova in più di comenegli Stati Uniti di oggi nulla possa essere dato per scontato, nemmeno da una figura come Donald Trump, da sempre restia ad accettare freni al suo potere.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.