Nel caso in cui le proteste possano portare – con o senza un contributo esterno come quello degli Stati Uniti – alla caduta dell’attuale regime, quale nuovo assetto potrebbe prendere il suo posto?
Intorno a un possibile intervento statunitense a sostegno delle proteste in corso in Iran continua a regnare una diffusa incertezza. Dopo le velate minacce delle scorse settimane, negli ultimi giorni Washington sembra avere fatto – almeno in parte – marcia indietro. Ciò non significa che l’ipotesi di un intervento sia stata definitivamente abbandonata. Anche prima dell’operazione che, agli inizi di gennaio, ha portato alla cattura del Presidente venezuelano Nicolás Maduro, per esempio, si sono susseguite fasi alterne, in una costante altalena di minacce e di smentite. Quella di seminare incertezza è, quindi, una strategia cui la Casa Bianca ci ha ormai ampiamente abituato. Come ha dichiarato qualche giorno fa proprio con riferimento all’Iran la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt: “Solo il Presidente Trump sa quello che farà il Presidente Trump”. È difficile dire quanto questa sia una scelta voluta e quanto dipenda dalle tante divisioni che attraversano l’amministrazione. A maggiore ragione, tuttavia, parlare di incertezza appare giustificato per una realtà complessa come l’Iran, centrale per gli equilibri di una regione sensibile come il Medio Oriente e che –almeno dalla rivoluzione del 1979 – intrattiene con gli Stati Uniti un rapporto estremamente problematico.
Il collasso del regime di Teheran rischia, infatti, di avere conseguenze imprevedibili. Nel corso degli anni, la Repubblica islamica ha consolidato un assetto istituzionale e (cosa forse più importante) una distribuzione dei poteri interni – formali e informali – complessa e articolata. Teheran ha inoltre costruito, in tutto il Medio Oriente, una complessa rete di ‘clienti’; una rete che – per quanto intaccata dalle iniziative militari israeliane dello scorso anno – mantiene una sua rilevanza. Nemmeno il significato effettivo delle proteste è del tutto chiaro. Mentre è evidente il loro carattere di massa, molto meno evidente è ciò che chiedono i dimostranti. Come in altre occasioni, le proteste hanno anime diverse, ognuna attenta a differenti obiettivi, che non sempre si possono ricondurre all’abbattimento dell’attuale sistema di potere. Anche fra chi auspica una caduta del regime degli ayatollah, esistono, poi, divergenze riguardo a cosa o chi lo dovrebbe sostituire. In questo senso, vale la pena di notare come, in passato, numerose proteste abbiano avuto ad oggetto, prima che l’abbattimento della Repubblica islamica, una riforma che garantisse più partecipazione politica e maggiori aperture sociali, richieste che stanno a cuore soprattutto alla parte più giovane e urbanizzata della popolazione.
La cosa non stupisce. Nei suoi oltre quarantacinque anni di vita, la Repubblica islamica ha avuto modo di mettere radici in ampie fette della società, specie quelle cui ha offerto nuove opportunità economiche (per esempio, nell’ampia rete di attività controllate dalla Sepah-e Pasdaran), sebbene spesso poco qualificate e comunque legate alla fedeltà al sistema esistente.La Repubblica ha beneficiato inoltre del sostegno – anche se spesso tacito – del mondo del bazar, che rappresenta un elemento centrale dell’economia iraniana, sia in termini di contributo materiale, sia di capacità di mobilitazione politica. Proprio la disaffezione dei ‘bazari’ è stata, nel biennio 1978-979, uno degli elementi che ha portato alla caduta della monarchia. Anche per questo, il fatto che, nelle proteste di questi giorni, il mondo del bazar stia svolgendo una parte attiva, è indice della gravità di quello che sta accadendo e forse la maggiore fonte di preoccupazione per le autorità. Tuttavia, se la ‘pars destruens’ appare chiara, molto meno chiara appare la ‘pars construens’, che ruota intorno a una domanda: nel caso in cui le proteste possano portare – con o senza un contributo esterno come quello degli Stati Uniti – alla caduta dell’attuale assetto di potere, quale nuovo assetto potrebbe prendere il suo posto?
È un interrogativo che – con ogni probabilità – ci si sta ponendo anche alla Casa Bianca. Gli oltre quarantacinqueanni di vita della Repubblica islamica hanno ostacolato pesantemente l’emergere di una credibile alternativa politica interna. Di contro, il mondo degli émigré (in cui esponente più noto al grande pubblico è Reza Pahlavi, figlio dell’ex shah, Mohammad Reza, la cui figura ha ripreso visibilità proprio sull’onda delle ultime proteste) manca di un vero legame con la società iraniana di oggi e le sue molte richieste. Una caduta del regime degli ayatollah finirebbe quindi, con ogni probabilità, per sfociare in una fase di transizione lunga e complessa: uno scenario non privo di rischi, soprattutto in un teatro volatile come quello del Golfo. Significativamente, nei giorni scorsi, sono circolate voci secondo cui le stesso monarchie sunnite della Penisola arabica (Arabia Saudita in primis) avrebbero suggerito alla Casa Bianca di non intervenire nelle vicende di Teheran. Il quadro continua, dunque, a essere quello di una diffusa incertezza. Un’incertezza aggravata dal fatto che, essendo ormai l’Iran un Paese di fatto chiuso ai contatti con l’esterno, le notizie che vi giungono sono inevitabilmente falsate e alimentano un dibattito che riflette poco e male la complessa realtà del Paese.
