Una ricerca di prestigio che passa non dall’esercizio di una leadership politico–istituzionale, ma dallo sfoggio della propria forza e della capacità di agire fuori delle regole valide per gli altri attori del sistema internazionale
Nelle ultime settimane, Donald Trump ha minacciato in diverse occasioni – in modo più o meno velato – interventi armati in vari paesi. Colombia, Cuba, Iran e Messico sono quelli finiti – per un motivo o per l’altro – ‘al centro del mirino’ di Washington. Le reazioni sono state diverse. La Presidente messicana, Claudia Sheinbaum, che sinora ha gestito con un certo successo le pressioni dell’ingombrante vicino settentrionale, ha in qualche modo minimizzato la portata delle dichiarazioni di Trump riguardo a una azione che ponga fine all’attività dei cartelli della droga che operano nel paese. Più dure sono state le risposte del Presidente colombiano, Gustavo Petro, di quello cubano, Miguel Diaz-Canel, e della Guida della Rivoluzione islamica iraniana, ayatollah Ali Khamenei. È difficile capire se e quanto le minacce dell’amministrazione si concretizzeranno veramente. L’imprevedibilità in campo internazionale si è ormai imposta come un tratto caratteristico dell’attuale presidenza. D’altra parte, l’esperienza del Venezuela ha dimostrato come difficilmente i principi del diritto possano essere freno a un intervento militare di Washington se questo è considerato utile al perseguimento di ciò che la Casa Bianca considera gli interessi di Washington.
È una situazione paradossale per un Presidente che, nel suo discorso di insediamento, ha sottolineato l’importanza per gli Stati Uniti di possedere uno strumento militare potente proprio per non doverlo usare. A maggior ragione, è una situazione paradossale per un Presidente che, in campagna elettorale e in numerose occasioni pubbliche, si è vantato di non avere mai iniziato alcuna guerra e, anzi, di avere contribuito a porre fine a diversi conflitti. Non stupisce che, fra gli elettori MAGA, l’ostilità verso l’attuale interventismo appaia diffusa. Un recente sondaggio Reuters/Ipsos, per esempio, ha evidenziato come l’intervento in Venezuela fosse approvato solo da uno su tre degli intervistati e come oltre il 70% di questi fosse preoccupato per un possibile eccessivo coinvolgimento degli Stati Uniti nelle vicende del paese sudamericano. Ovviamente, questo atteggiamento critico è più diffuso fra gli elettori democratici che fra quelli repubblicani. È, tuttavia, indicativo il fatto che, negli ultimi mesi, il consenso verso la politica della Casa Bianca sia diminuito in modo rilevante fra gli elettori indipendenti; ciò, in particolare, alla luce delle elezioni di midterm che si svolgeranno il prossimo novembre e che già si profilano come una sorta di referendum sulle scelte dell’amministrazione.
Le ragioni dietro l’attivismo della Casa Bianca sono diverse. I media hanno prestato molta attenzione al tema dell’accesso al petrolio venezuelano. Il controllo sulle risorse naturali non è, però, il solo fattore che spiega l’azione dell’amministrazione Trump. La volontà di apparire come un Paese di nuovo ‘grande’, ‘forte’ e ‘assertivo’ è altrettanto importante. Da un certo punto di vista, è come una sorta di ‘soft power al contrario’: una ricerca di prestigio che passa non dall’esercizio di una leadership politico–istituzionale, ma dallo sfoggio della propria forza e della capacità di agire fuori delle regole valide per gli altri attori del sistema internazionale. Nel caso dei paesi dell’America Latina, a questa dimensione si somma la volontà di ribadire la centralità degli Stati Uniti rispetto alle questioni dell’emisfero occidentale: una sorta di versione ‘rivista e corretta’ della vecchia dottrina Monroe, che da alcune parti è già stata ribattezzata ‘dottrina Donroe’ e che può essere in parte ricondotta alle posizioni dal segretario di Stato, Marco Rubio. Non a caso, dietro a questa dottrina non sembra esserci la volontà di sostenere politiche di regime change e di ‘esportazione della democrazia’ come quelle portate avanti, per esempio, negli anni della Presidenza di George W Bush.
Il tema del sostegno alla democrazia – pure evocato dall’amministrazione – sembra svolgere, piuttosto, una funzione di tipo ‘narrativo’. Il contrasto al regime ‘castrista’ di Cuba, così come quello del regime degli ayatollah in Iran, riflette logiche di lungo periodo della politica statunitense. Rispetto a questo, l’ambizione dell’amministrazione Trump appare soprattutto – ancora una volta – quella di ‘superare le debolezze’ dei suoi predecessori, che sarebbero stati troppo timidi nelle loro scelte. Che a ciò corrisponda la volontà di impegnarsi a lungo termine in un processo di state– o nation-building appare, tuttavia, poco credibile. Proprio in Venezuela, la cattura del Presidente Maduro non sembra essere stata accompagnata da alcun impegno a favore di un particolare regime. Piuttosto, ciò a cui l’amministrazione appare interessata è il riconoscimento – da parte di qualunque governo si possa insediare nel Paese – di quelle che sono le priorità degli Stati Unti. Il rischio è che – in questo come in altri contesti – la caduta degli assetti esistenti si traduca in un vuoto di potere dalle conseguenze potenzialmente pericolose; un’eventualità che, tuttavia, non sembra per ora preoccupare particolarmente né la Casa Bianca né i suoi alleati nelle diverse regioni.
