Giorgia Meloni e Antonio Tajani fanno loro il motto ‘business as usual’, l’unica vera lingua che Trump comprende. Poi ci sono i maldipancia di Matteo Salvini, che un giorno tifa Putin, l’altro Orban, e poi Trump
Prima premessa: in tutto il Sud America, dopo Argentina e Brasile, è in Venezuela la presenza italiana più forte e numerosa. Dai cinquemila degli anni Venti del secolo scorso si passa ai circa 250mila finita la Seconda guerra mondiale. Negli anni Ottanta gli italo-venezuelani salgono a circa 400mila: italiani emigrati dall’Italia, e 120mila discendenti di seconda e terza generazione. Lo storico Santander Laya-Garrido stima che i venezuelani con almeno un nonno o bisnonno italiano siano quasi un milione nel 2000.
Molti di loro hanno una doppia cittadinanza, il loro voto e consenso, fanno gola. Molti hanno fattofortuna, non hanno mai nutrito simpatia per il regime prima di Hugo Chavez e poi del suo successore Nicolas Maduro. Sono tra i venezuelani che hanno dovuto affrontare difficoltà sociali ed economiche di cui in Italia si è avuta pallidissima eco. Di certo la defenestrazione di Maduro per loro è stata una sorta di liberazione.
Seconda premessa: Paolo Scaroni, amministratore delegato di ENI dal 2005 al 2014, rilascia al “Sole 24 Ore”, quotidiano di Confindustria un’intervista che contiene lusinghieri apprezzamenti e riconoscimenti nei confronti dell’allora dittatore venezuelano Hugo Chavez. Noblesse obblige. ENI ha corposi interessi in Venezuela, i giacimenti nella fascia dell’Orinoco e al largo di Maracaibo.
C’è una legge non scritta ma rigorosamente applicata da tutti i ministri degli Esteri e per quello che riguarda la politica estera in generale: in certe ‘stanze’, quelle tipo ENI, non si deve mettere becco, non ci si deve sognare di interferire.
Come è ben noto, il Venezuela letteralmente galleggia sul petrolio. Il defunto Chavez espropria gli asset di numerose aziende straniere, e rafforza il controllo della compagnia statale PDVSA sui giacimenti petroliferi. A questa prima legnata (che Maduro conferma), si aggiunga il fatto che le compagnie straniere devono ottenere autorizzazioni statunitensi per negoziare, pianificare e operare progetti in Venezuela a causa delle restrizioni imposte da Washington. Una “politica” che di fatto paralizza le esportazioni di petrolio venezuelano che di fatto commercia quasi solo con compagnie che battono la bandiera russa o cinese.
L’Italiana ENI produce gas nel giacimento offshore di Perla, una joint venture al 50% con la spagnola Repsol. La produzione di gas è utilizzata per la generazione di elettricità in Venezuela. ENI fa sapere che il Venezuela le deve 2,3 miliardi di dollari a giugno 2025, a causa della decisionedell’amministrazione statunitense di revocare tutte le licenze che consentivano di recuperare il denaro dovuto tramite le spedizioni di greggio di PDVSA.
Non ci sono solo crediti, in ballo. Nel medio-lungo termine c’è da riportare a regime la produzione dei giacimenti dell’ENI. Quello di Perla, inaugurato nel 2015, gestito insieme a Repsol, è classificato come “giant”: a suo tempo era stato descritto come la più grande scoperta di gas offshore nei mari dell’America latina. Gli impianti viaggiano al minimo per via delle sanzioni USA che vietano l’export di quanto viene estratto. A questo giacimento di gas a 50 chilometri dalla costa venezuelana vanno aggiunte le partecipazioni nei pozzi petroliferi di Junin 5 e in quelli offshore di Corocoro. Ora è tutto praticamente fermo, dipenderà dagli americani se e come l’estrazione riprenderà e a quali condizioni. “ENI sta seguendo da vicino l’evoluzione della situazione; al momento non ci sono impatti sulle operazioni, che proseguono regolarmente“, afferma sibillino un portavoce dell’ente.
In base alla legge non scritta di cui si è fatto cenno, come si può pretendere che Palazzo Chigi e la Farnesina facciano qualcosa di differente dal “seguire da vicino l’evoluzione della situazione”, come ENI? Dal momento poi che la politica petrolifera del Venezuela è ora direttamente dettata dalla Casa Bianca, “logico” che – al di là delle simpatie e vicinanze politiche – si faccia di tutto per non irritare il presidente Trump.
Maduro, oltretutto, è davvero un personaggio impresentabile, non ha rispettato a lui sfavorevoli. Ha perseguitato le opposizioni, un dittatore che si è arricchito e gettato con la sua dissennata politica, sul lastrico il paese. Non per un caso dal 2018 ben otto milioni di venezuelani hanno abbandonato il paese.
Nicolò Machiavelli ricorda una massima di Cosimo de’ Medici: “Gli stati non si governano con i paternoster”. Meloni forse ignora chi sia stato Cosimo de’ Medici; ma di tutta evidenza a Palazzo Chigi si dedica poco alle preghiere. C’è tutto questo dietro l’applauso all’operazione americana in Venezuela, definita “legittima e di natura difensiva”, contro “una minaccia ibrida”.
Meloni e Antonio Tajani possono avere tutti i difetti e le lacune del mondo, ma certo non ignorano la colossale posta in gioco, e si comportano di conseguenza. Il senso delle loro parole cautelose e delle dichiarazioni comprensive si spiega in questo modo. Fanno loro il motto “business as usual”, l’unica vera lingua che Trump comprende.
Poi ci sono i maldipancia di Matteo Salvini, che un giorno tifa Putin, l’altro Orban, e poi Trump; mal sopportato ormai dalla sua stessa Lega, conta quanto il due di coppe quando la briscola è bastoni.
Peggio di lui, solo le opposizioni. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, il leader del M5s Giuseppe Conte, il duo Angelo Bonelli-Nicola Fratoianni di Verdi e Sinistra Unita, sono tenacemente abbarbicati alla sterile invocazione ‘Si ripristini il diritto internazionale’.
Con una brutalità ostentata e orgogliosamente rivendicata Trump con il suo blitz ha lanciato un messaggio preciso: la sua regola è che non esistono regole. Tutti si possono sentire liberi di poter fare tutto, è “normale” intervenire con il diritto che conferisce la forza per la tutela dei propri interessi. Oggi Trump, domani chissà…La logica di potenza è l’unico mezzo per regolare conflitti e raggiungere gli obiettivi. Il segretario di Stato americano Marco Rubio suggerisce di prendere sul serio Trump, quello che dice lo fa, quello che fa, lo ha detto prima.
Una coalizione che vuole essere alternativa all’esistente dovrebbe non solo denunciare l‘iniziativa americana che non si pone neppure la foglia di fico di una transizione democratica e la libertà dei venezuelani, ma è animata solo dall’inaccettabile logica del più forte a sottomettere il più debole. Dovrebbe rendersi conto che l‘ONU, che avrebbe dovuto prevenire le violazioni dei diritti umani, è ridotta da tempo all’impotenza; e lavorare alacremente a una federazione europea, indispensabile strumento per prevenire l’affermazione dei nazionalismi.
Ma, evidentemente, è un chieder troppo a Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni; non sarebbero quello che sono, lo facessero…
