U.S. President Donald Trump speaks about election security during an address to the nation from the East Room of the White House in Washington, D.C., U.S., July 16, 2026. SAUL LOEB/Pool via REUTERS
Con un tasso di approvazione fermo intorno al 37% e la guerra con l’Iran che appare ancora lontana da una conclusione, il Presidente avrebbe quindi deciso di tornare a parlare alla pancia del paese e dei suoi sostenitori

 

Due aspetti appaiono rilevanti nel discorso di Donald Trump sulle presunte vulnerabilità del sistema elettorale statunitense: da una parte, il Presidente sembra avere ‘messo le mani avanti’ in vista di un risultato sfavorevole alle prossime elezioni di midterm; dall’altra, il discorso ha rappresentato un duro attacco alla Cina, il primo significativo dopo lo scontro seguito all’imposizione dei dazi del c.d. ‘Liberation Day’. In entrambi i casi sembra di trovarsi di fronte a una sorta di ritorno al passato. A ogni appuntamento elettorale, Trump ha evocato lo spettro dei brogli, sia per mobilitare i propri sostenitori, sia per delegittimare in anticipo una possibile vittoria democratica. È una dinamica vista in azione sia nelle presidenziali del 2020 e del 2024, sia nei diversi voti di midterm che hanno seguito il suo primo arrivo alla Casa Bianca. Per la base MAGA resta un potente fattore di mobilitazione, come hanno dimostrato i fatti di gennaio 2021; un fattore che resta forte se si considera che – secondo un recente sondaggio YouGov – circa la metà degli elettori repubblicani sarebbe ancora convinta che l’esito delle elezioni del 2020 sia stato pilotato a favore di Joe Biden.

Con un tasso di approvazione fermo intorno al 37% e la guerra con l’Iran che appare ancora lontana da una conclusione, il Presidente avrebbe quindi deciso di tornare a parlare alla pancia del paese e dei suoi sostenitori, riportando in campo uno dei suoi tradizionali cavalli di battaglia. Il tema dei presunti brogli si connette, inoltre, ad altre questioni care alla Casa Bianca, come quelle del controllo dell’identità degli elettori, controllo che, a sua volta, si lega, agli occhi del presidente, alla campagna contro l’immigrazione irregolare. In questo senso, parlare di vulnerabilità dei meccanismi di voto significa toccare varie corde sensibili dell’attuale dibattito politico, alimentando indirettamente i meccanismi di polarizzazione su cui Donald Trump ha costruito il suo successo. Non a caso, nel suo discorso, il Presidente ha richiamato apertamente – oltre alle vulnerabilità generali del sistema, peraltro note da tempo e in parte già affrontate – le irregolarità che sarebbero state registrate in Michigan nelle elezioni del 2020 e i quasi 280.000 non cittadini inseriti nelle liste elettorali che sarebbero stati portati alla luce dal dipartimento della Homeland Security.

È questo lo sfondo su cui si colloca l’accusa rivolta alla Cina di essersi procurata in maniera illegale 220 milioni di dati degli elettori statunitensi, tra cui nomi, recapiti e preferenze politiche. Nel suo discorso, il Presidente ha inoltre suggerito che la Cina avrebbe agito per minare il mio primo mandato e la nostra campagna elettorale del 2020 e per influenzare le elezioni di midterm del 2018. Anche in questo caso, non si tratta di novità. In passato, Pechino ha già smentito ripetutamente ogni coinvolgimento in possibili interferenze elettorali e le stesse agenzie di intelligence statunitensi hanno escluso che le autorità cinesi abbiano in qualche modo cercato di condizionare l’esito del voto. Stupisce, tuttavia, il tempismo di questo attacco, che giunge in un momento in cui i rapporti fra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare sono, tutto sommato, cordiali. Ancora lo scorso maggio, la visita di Trump a Pechino, per esempio, è stata presentata come un successo (anche se su questo punto non sono mancate le riserve) e i due Paesi stanno da tempo trattando una serie di accordi in settori strategici come quelli delle terre rare e dei microprocessori ad alta tecnologia.

Ovviamente, dietro a queste accuse c’è, in parte, la volontà di strumentalizzarle a fini interni, sia – come detto – ‘mettendo le mani avanti’ in vista di un esito sfavorevole del voto, sia rilanciando l’immagine di un’amministrazione messa sotto assedio dai nemici interni ed esterni a causa dei suoi successi. D’altra parte, la scelta di chiamare in causa Pechino riflette anche altre logiche. L’ostilità verso la Cina è un tratto profondo sia del movimento MAGA sia, in generale, dell’attuale Partito Repubblicano. Apparire troppo ‘soft on China’ è quindi un rischio per il Presidente, soprattutto ora che le vicende della guerra con l’Iran sembrano avere consolidato la posizione della Repubblica Popolare sulla scena internazionale. È presto per parlare di un nuovo irrigidimento dei rapporti. Negli ultimi giorni, tuttavia, sembrano essersi verificati diversi screzi fra Washington e Pechino, ad esempio con la nuova stretta sui visti di studio imposta dalla Casa Bianca. Un altro segno che forse l’attuale fase di bonaccia sta per concludersi, mettendo nelle mani del presidente un ulteriore strumento che Trump potrà sfruttare in chiave elettorale nell’appuntamento del prossimo novembre.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.