Il vertice NATO di Ankara ha confermato la difficile fase che l’Alleanza Atlantica sta attraversando. Ecco perché
Il vertice NATO di Ankara ha confermato la difficile fase che l’Alleanza Atlantica sta attraversando. Le critiche del presidente Trump ai ‘terribili’ alleati europei hanno seguito un copione ormai familiare, mentre il ritorno sotto i riflettori della questione della Groenlandia ha riacceso le tensioni su un fronte che sembrava essersi raffreddato. La breve dichiarazione finale del vertice non è priva di segnali positivi, soprattutto per quanto riguarda la ribadita unità dell’Alleanza di fronte alle minacce dello scenario internazionale. Tuttavia, il fulcro della dichiarazione sembra essere – ancora una volta – il tema della spesa, e il documento appare orientato soprattutto a mettere in evidenza il crescente impegno dell’Europa in questo ambito. Un’ulteriore prova di come le priorità della Casa Bianca continuino a dettare il quadro di base entro cui operano gli alleati, e di come questo quadro sembri essersi spostato sempre più chiaramente da una logica di burden sharing a una di burden shifting, nella quale al pilastro europeo è ormai chiesto apertamente di assumersi l’onere della sicurezza continentale.
Da questo punto di vista, gli impegni assunti ad Ankara sono sostanzialmente in linea con quelli assunti lo scorso anno a L’Aia. Negli ultimi dodici mesi, diversi alleati si sono già mossi in quella direzione, aumentando i propri bilanci della difesa in misura più o meno consistente. Dal punto di vista europeo, non esiste una vera alternativa, poiché il disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa non sembra essere una priorità per il solo Donald Trump. Se e in che misura questi sforzi produrranno risultati concreti in termini di autonomia strategica europea è difficile dirlo. I principali problemi sono politici. Nonostante l’unità di facciata, sui temi della spesa per la difesa l’Europa è profondamente divisa. Alcuni Paesi stanno affrontando difficoltà finanziarie nel rispettare i propri impegni, mentre in altri si registrano forti ostacoli politici. Inoltre, gli alleati spesso hanno priorità di sicurezza diverse. Su questo sfondo, il rischio è di concentrarsi troppo sulle cifre e non abbastanza sulle capacità. La questione del burden sharing e del burden shifting non riguarda solo le somme che gli alleati destinano alla difesa comune, ma anche il modo in cui vengono spese.
Anche per questo, gli attacchi di Donald Trump agli alleati europei non sorprendono. Probabilmente le relazioni transatlantiche stanno attraversando oggi il loro punto più basso. Ciò è in gran parte una conseguenza dell’approccio transazionale di Trump alla politica estera, unito al suo particolare stile presidenziale – e forse anche personale. Tuttavia, dietro le critiche di Trump si celano elementi strutturali più profondi, che non scompariranno dopo la sua uscita dalla Casa Bianca. Da diverso tempo le relazioni fra Stati Uniti ed Europa hanno registrato un drastico raffreddamento. Gli Stati Uniti hanno avviato un profondo processo di revisione delle proprie priorità e, in questo contesto, l’Europa ha perso parte della propria importanza. Probabilmente non si tratta della ‘fine della NATO’ che alcuni osservatori hanno voluto preannunciare, ma, per affrontare la sfida, l’Alleanza è chiamata a ridefinire drasticamente i propri equilibri interni. Da questo punto di vista, un certo grado di burden shifting può giovare all’Europa non solo potenziando le sue capacità militari, ma anche aumentando il suo peso politico rispetto sia agli Stati Uniti sia ad altri interlocutori internazionali.
Ovviamente, le sfide da affrontare sono molte. Una delle tante riguarda il potenziamento dell’industria europea della difesa. Nello scenario attuale, la collaborazione appare la via maestra per raggiungere gli obiettivi di capacità richiesti dall’Alleanza Atlantica. L’Europa ha una solida tradizione nell’industria della difesa, con ‘campioni nazionali’ di alto valore; la sua principale debolezza è la frammentazione. Per superarla occorre uno sforzo politico, ma ciò richiede di affrontare resistenze profondamente radicate. Lo sviluppo di programmi congiunti può ridurre i costi, colmare i deficit di capacità e rafforzare lostrumento militare collettivo. L’Unione Europea si sta già muovendo in questa direzione e vari Paesi della NATO stanno facendo lo stesso. Anche un aumento della spesa per la difesa a livello di singoli Stati membri può sostenere questo processo. Si tratta, piuttosto, di capire quali tempi richiederà tale processo e – soprattutto – se sarà in grado di tenere il passo, da una parte, con le richieste di Washington, dall’altra, con gli sviluppi del sistema internazionale in costante evoluzione.
