Il rapporto transatlantico sia sempre più spesso attraversato da dinamiche contraddittorie e come l’approccio ‘transazionale’ abbracciato dall’amministrazione sembri indurre sempre di più gli alleati a giocare le proprie carte su tavoli diversi
Negli ultimi giorni, le dichiarazioni – poi ridimensionate – del Segretario generale della NATO, Mark Rutte, sul ruolo avuto dall’Italia nella guerra fra Stati Uniti e Iran hanno sollevato numerose polemiche, alimentate anche dagli screzi provocati dalle parole del Presidente Trump dopo il G7 di Evian. In un primo momento, le parole di Rutte avevano infatti delineato uno scenario in cui il governo italiano – contrariamente a quanto sempre dichiarato – avrebbe concesso l’uso di basi sul territorio nazionale alle forze statunitensi impegnate nella campagna contro la Repubblica Islamica. In seguito, lo stesso Rutte ha ridimensionato la vicenda parlando di Italia che “ha fatto quanto previsto dai trattati bilaterali con gli Stati Uniti, e nulla di più”. Tuttavia, nonostante lo sforzo di minimizzare la portata delle prime affermazioni, le loro ricadute sono state importanti sia sulla scena politica interna, sia nei rapporti internazionali, anche perché sono giunte da una parte nel giorno del vertice del c.d. ‘Gruppo dei Cinque’ europeo (E5), dall’altra a poche settimane dal delicato vertice NATO di Ankara, che si svolgerà nella capitale turca i prossimi 7 e 8 luglio.
Alla luce di questo doppio appuntamento, le parole di Rutte assumono, infatti, un peso particolare. Il vertice a Berlino dell’E5 (che riunisce Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Polonia, al fine di aumentare il coordinamento delle rispettive politiche di sicurezza) aveva, fra gli altri obiettivi, quello di definire una posizione comune in vista dell’appuntamento di Ankara, che si preannuncia complesso, visti gli attacchi che Washington continua a rivolgere agli alleati europei. Su questo sfondo, il sospetto che uno dei membri possa ‘non giocare secondo le regole’ potrebbe costituire un pericoloso fattore di debolezza. Significativamente, i partecipanti al vertice hanno fatto il possibile per minimizzare il peso delle dichiarazioni del Segretario generale e per sottolineare la piena integrazione del ‘pilastro europeo’ nel sistema di sicurezza transatlantico.Un simile messaggio di sostanziale unità è arrivato dal successivo vertice italo-francese di Antibes, a margine del quale Giorgia Meloni ha ulteriormente diluito la portata delle parole di Rutte, ribadendo che le basi italiane sarebbero state utilizzate solo per attività logistiche e tecniche e non per operazioni offensive.
In realtà, non si sa quanto questi sforzi abbiano portato a risultati concreti. Come detto, il vertice dell’E5 si è chiuso con un messaggio che, da una parte, sottolinea la fedeltà atlantica dei suoi partecipanti e il loro sostegno a una NATO “forte e unita”, dall’altra si concentra sul rafforzamento del pilastro europeo, presupposto – secondo il Cancelliere tedesco Merz – “per un partenariato transatlantico più equilibrato”. È però possibile che ad Ankara questa convergenza venga nuovamente messa sotto tensione. Negli scorsi giorni, sia Donald Trump sia il Segretario alla Difesa Hegseth hanno rilanciato le ormai consuete critiche all’Europa, con Trump che ha dichiarato – fra l’altro – che parteciperà al vertice solo “per rispetto verso il Presidente Erdogan” e che probabilmente non viavrebbe partecipato se l’incontro fosse stato programmato in un altro paese. Non sono gli auspici migliori per un summit che, da varie parti, è considerato il più importante del decennio per il numero e la complessità delle questioni sul tavolo e dal quale gli alleati europei si attendono risultati significativi (“un successo”, secondo i paesi dell’E5), dopo gli impegni assunti lo scorso anno a L’Aia.
Sono anche parole che sorprendono se si pensa che, durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca, i rapporti fra Turchia e Stati Uniti hanno registrato un deterioramento che, fra l’altro, ha portato l’amministrazione a espellere Ankara dal programma F-35. Anche questa decisione appare oggi in via di revisione. È possibile che dietro al nuovo atteggiamento di Washington nei confronti di un alleato spesso problematico ci siano le scelte fatte dalla Turchia in merito alla guerra in Iran. I timori espressi da Gerusalemme per il possibile rientro di Ankara nel programma F-35 fanno pensare anche al tentativo di ‘richiamare all’ordine’ il recalcitrante alleato israeliano. In ogni caso, come l’affairedelle dichiarazioni di Rutte, il ‘giro di valzer’ della politica statunitense verso la Turchia mette in luce come, indebolitasi la garanzia di sicurezza tradizionalmente fornita da Washington, il rapporto transatlantico sia sempre più spesso attraversato da dinamiche contraddittorie e come l’approccio ‘transazionale’ abbracciato dall’amministrazione sembri indurre sempre di più gli alleati a giocare le proprie carte su tavoli diversi, al fine di compensare le scelte imprevedibili della Casa Bianca.
