Palazzo Chigi e il Vaticano sono mondi diversi, che rispondono a logiche diverse e rispetto ai quali gli Stati Uniti dispongono di leve diverse
Già prima del suo arrivo a Roma, Marco Rubio aveva fatto capire chiaramente come l’obiettivo principale del suo viaggio in Italia fosse ricucire i rapporti con il governo Meloni e con il Vaticano. La cosa è comprensibile. Nelle ultime settimane, gli Stati Uniti si sono trovati in una posizione difficile con entrambi gli interlocutori. Lo ‘strappo’ di Sigonella agli inizi di aprile, le successive critiche alla presidente del Consiglio e i ripetuti attacchi a Leone XIV, anche da parte del vicepresidente, hanno costretto la Casa Bianca sulla difensiva. Nonostante ciò, ancora pochi giorni prima della partenza del segretario di Stato, Donald Trump ha rilanciato la sua sfida, da una parte parlando per l’ennesima volta del possibile ritiro delle truppe statunitensi dall’Europa, dall’altra attaccando nuovamente il Papa per il fatto di “mettere molti cattolici […] in pericolo” con le sue posizioni critiche sulla guerra con l’Iran. Su questo sfondo, il ruolo che Rubio sembra chiamato ad assumere appare un po’ quello del ‘poliziotto buono’, che cerca di riaprire il dialogo e di ristabilire un clima più disteso dopo le parole forti e l’approccio ‘muscolare’ del collega cattivo.
È un ruolo che, in molti aspetti, si adatta bene a Rubio. Latino e cattolico ‘tradizionale’ (a differenza del convertito Vance), il segretario di Stato è in una buona posizione per rilanciare il dialogo sia con le gerarchie vaticane sia con i fedeli statunitensi, la maggior parte dei quali ha votato per Trump nel 2024. Indicato da molti come un candidato credibile nella corsa alla Casa Bianca, Rubio può rappresentare, per entrambi i mondi, un interlocutore affidabile e ‘di lungo periodo’ senza che ciò lo metta troppo in urto con una base MAGA in cui covano comunque robusti sentimenti anticattolici. Anche per gli alleati europei Rubio può rappresentare, in futuro, una sorta di ‘volto accettabile’ del trumpismo. In quest’ottica si possono inquadrare gli incontri che il segretario di Stato ha avuto con i vertici del governo italiano. Fin dall’insediamento dell’amministrazione, Roma ha mirato a essere il possibile ponte fra l’Europa e gli Stati Uniti, e l’impressione di molti è che Palazzo Chigi non aspetti altro che l’occasione per tornare a rapporti più distesi e a giocare una funzione di mediazione che ritiene la più efficace per promuovere i propri interessi.
I nodi centrali sono due: quello del commercio e quello della sicurezza. Nonostante gli alti e bassi, la Casa Bianca continua a giocare la carta dei dazi in modo spregiudicato (anche se forse con meno successo che in passato) per ottenere concessioni dai propri interlocutori, modulando le misure in funzione del grado di allineamento di ciascuno e mirando, con concessioni selettive, a spezzarne lacompattezza. In materia di sicurezza (e sullo sfondo della crisi in corso), l’Italia si è già detta disponibile a contribuire a una futura missione navale multinazionale nello Stretto di Hormuz, sebbene a determinate condizioni e per Washington una conferma di tale impegno potrebbe rappresentare una leva importante nei rapporti con gli altri alleati europei. Su entrambe le questioni, la posizione di Roma è delicata. Un eccessivo riavvicinamento agli Stati Uniti potrebbe, infatti, alimentare diffidenze o tensioni coni partner ai quali l’Italia si è recentemente riavvicinata. Una politica ‘dei due forni’ può quindi essere una scelta pragmatica, ma, ancora una volta, esporre il paese al rischio di trovarsi isolato in una fase delicata degli equilibri internazionali.
In sintesi, quello di Rubio a Roma è quindi un viaggio ‘a più facce’. Palazzo Chigi e il Vaticano sono mondi diversi, che rispondono a logiche diverse e rispetto ai quali gli Stati Uniti dispongono di leve diverse. Con Leone XIV, il segretario di Stato gioca forse la posta più alta. Gli attacchi contro il Papa sono stati tra i fattori che hanno contribuito al raffreddamento dei rapporti fra Roma e la Casa Bianca. Inoltre, l’elettorato cattolico rappresenta circa un quarto di quello statunitense, è molto diviso e negli ultimi mesi ha dato segni di raffreddamento nei confronti dell’amministrazione. Migliori rapporti con la Santa Sede significano anche la possibilità di disinnescare questa potenziale bomba politica. Una bomba decisamente pericolosa, viste le posizioni critiche dall’episcopato e ilfatto che pressoché tutti i sondaggi sono oggi concordi nel rilevare l’apprezzamento degli intervistati per il pontefice e per la sua autorità morale e lo scarto che separa talegiudizio da quello sul presidente, il cui tasso di popolarità– agli inizi di maggio – si attestava al 36%, ben al disotto non solo di quello di Joe Biden ma anche di quello dello stesso presidente negli anni del suo primo mandato.
