Se il cessate il fuoco può permettere al Presidente di recuperare una parte del consenso perduto in casa, la necessità di conseguire un successo che giustifichi gli sforzi sinora fatti rimane
La notizia della ‘descalation’ fra Iran e Stati Uniti giunge dopo giorni di crescente tensione. Di fatto, l’accordo sembra garantire a entrambe le parti una via d’uscita dignitosa da una situazione dagli esiti potenzialmente imprevedibili. Per quanto ‘a tempo’, il cessate il fuoco raggiunto con i buoni uffici di Pakistan, Turchia ed Egitto offre spazio per stemperare le tensioni e per lavorare a un accordo più solido. Per Teheran è un successo significativo; per la Casa Bianca, l’ennesimo passo indietro in una vicenda segnata dal susseguirsi di segnali contraddittori. Ovviamente, la tenuta della tregua è ancora tutta da valutare. Da parte statunitense, l’annuncio delle scorse ore è stato seguito da nuove dichiarazioni ‘muscolari’, sia nei confronti di Teheran sia nei confronti dei paesi che intendessero offrire aiuto militare al governo degli ayatollah; paesi che, secondo la Casa Bianca, verrebbero immediatamente colpiti da nuovi dazi su tutte le merci vendute agli Stati Uniti. La pausa delle operazioni militari nel Golfo ha coinciso inoltre con una recrudescenza dell’azione israeliana in Libano, teatro che – nonostante le dichiarazioni contrarie di Islamabad – il Primo ministro Netanyahu ha dichiarato non essere interessato dalla tregua concordata.
La completa riapertura dello Stretto di Hormuz costituirà una prova importante della solidità della tregua. Su questo punto, l’amministrazione è stata molto chiara, con il Segretario alla difesa, Pete Hegseth, che ha parlato di forze americane che “rimarranno sul posto, pronte e vigili”, “pronte a riprendere le operazioni in qualsiasi momento” in caso di mancato rispetto della clausola da parte dell’Iran. D’altra parte, la possibilità di riprendere il traffico attraverso lo stretto rispecchia anche gli interessi di Teheran e dei suoi partner commerciali. Non a caso, la Cina – che dall’Iran importa circa il 10% del suo fabbisogno di petrolio, che con il Pakistan intrattiene rapporti tradizionalmente buoni e che in passato è statafunzionale alla ripresa delle relazioni diplomatiche fra la Repubblica islamica e l’Arabia Saudita – sembra essere stata coinvolta in modo discreto nelle trattative che hanno portato al cessate il fuoco. Che il controllo di Hormuz rappresenti ormai una delle chiavi strategiche del contenzioso fra Stati Uniti e Iran è dimostrato dal fatto che, fra i dieci punti negoziali presentati da Teheran a Washington, figura la richiesta di giungere alla definizione di un regime di transito attraverso lo stretto che coinvolga anche le forze armate iraniane; un fatto che permetterebbe al paese di mantenere un’influenza significativa sulla via d’acqua.
Per Washington, tuttavia, questa non è l’unica posta in gioco. Nella vicenda iraniana, l’amministrazione Trump ha investito una parte importante della sua credibilità, sia presso l’opinione pubblica interna sia presso quella internazionale. Se il cessate il fuoco può permettere al Presidente di recuperare una parte del consenso perduto in casa, la necessità di conseguire un successo che giustifichi gli sforzi sinora fatti rimane. La Casa Bianca si trova inoltre di fronte alla necessità di minimizzare quelli che appaiono come i risultati conseguiti da Teheran. Di fatto, quaranta giorni di operazioni militari ad alta intensità non sembrano avere portato a molto. Nonostante le ‘decapitazioni’, il sistema di potere iraniano non appare davvero scosso e – anzi – la posizione dei ‘falchi’ del regime sembra essersi consolidata; il tentativo di allargare la frattura fra popolazione e regime e di innescare un moto di rivolta interno non sembra essere riuscito; neppure il programma nucleare e missilistico – per quanto colpito pesantemente – appare davvero smantellato. Di contro, la guerra ha messo in luce le doti di resilienza dell’Iran e della sua élite, la vulnerabilità del sistema internazionale alle strategie indirette adottate da Teheran e i problemi di sicurezza che devono fronteggiare le monarchie del Golfo, cui l’ombrello statunitense non sembra aver offerto molto riparo.
I negoziati che si apriranno nei prossimi giorni a Islamabad si preannunciano quindi complessi. Da Washington arrivano – com’è consuetudine – segnali contrastanti. Sul fronte iraniano, le ultime ore hanno invece registrato un certo irrigidimento dei toni. Con ogni probabilità si tratta di schermaglie preliminari, ma le posizioni delle parti restano comunque distanti, soprattutto in materia nucleare. La piattaforma iraniana mostra con chiarezza la volontà di capitalizzare al massimo lo stallo raggiunto sul campo. Dal canto suo, la Casa Bianca non può rinunciare a un risultato spendibile, soprattutto dopo avere ribaltato il tavolo dei negoziati in corso a febbraio. C’è, infine, il tema dei rapporti con Israele, i cui obiettivi appaiono oggi sempre più distanti da quelli di Washington. Anche in Israele, nel prossimo autunno, ci sarà un’importante tornata elettorale, rispetto ai cui esiti la vicenda iraniana è destinata a pesare, visto il consenso che l’intervento sembra riscuotere nell’opinione pubblica. È un altro aspetto di cui la Casa Bianca dovrà tenere conto, dato il peso del voto ebraico negli equilibri politici statunitensi e la vicinanza, anche ‘sentimentale’, a Israele dell’elettorato evangelico, dalle cui fila il Presidente trae larga parte dei suoi consensi.
