Ecco perché il perdurare della guerra di Israele e Stati Uniti contro la Repubblica Islamica ha rinfocolato le tensioni che da qualche tempo attraversano il Partito repubblicano e la base del movimento MAGA
Complici le difficoltà che l’amministrazione sta attraversando, il perdurare della guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha rinfocolato le tensioni che da qualche tempo attraversano il Partito repubblicano e la base del movimento MAGA. Negli ultimi giorni, anche media e personaggi da sempre vicini al Presidente hanno espresso riserve sulle scelte della Casa Bianca, soprattutto alla luce delle incertezze che circondano gli obiettivi dell’azione militare. Allo stesso tempo, i sondaggi non sembrano fornire risultati coerenti. Gli ultimi dati disponibili paiono indicare un aumento di popolarità dell’intervento, ma restano ambiguità su quanto tale risultato sia davvero attendibile. La maggior parte dei sondaggi continua, inoltre, a indicare una diffusa contrarietà, anche con scarti di ‘a due cifre’ fra favorevoli e contrari. Lo stesso Presidente Trump, infine, sembra ormai guardare con preoccupazione allo svolgersi di una vicenda che ha preso una piega assai diversa da quanto era stato ipotizzato. A due settimane dall’inizio dei bombardamenti, la possibilità di una campagna breve come quella dello scorso giugno appare infatti sfumata, così come appare sfumata la possibilità di innescare cambiamenti strutturali nel sistema politico iraniano.
I timori più immediati vanno al voto di midterm. Anche se mancano ancora quasi otto mesi alle elezioni, per il Congresso è una questione importante. In entrambe le Camere, il controllo repubblicano non è granché solido (agli inizi di marzo, le maggioranze erano 218 a 214 con tre seggi vacanti alla Camera dei rappresentanti e 53 a 47 senza seggi vacanti al Senato) e le previsioni delineano un quadro di grande incertezza, soprattutto per quanto riguarda la Camera dei rappresentanti. Secondo le aggregazioni del sito 270towin.com (la c.d. ‘consensus map’), il confronto porterebbe qui, oggi, a una vittoria democratica 211 a 206, ma con 18 seggi incerti la cui assegnazione potrebbe anche ribaltare il risultato. Anche se il Senato sembra destinato a rimanere in mano repubblicana (270towin.com delinea una maggioranza repubblicana di 51 a 45 con quattro seggi incerti sostanzialmente ininfluenti per l’esito finale ma senza tenere conto dei risultati delle elezioni supplettive che si terranno in Florida e Ohio per scegliere i sostituti di Marco Rubio e J.D. Vance), lo scenario che si profila è, quindi, quello di un governo diviso (‘divided government’) che finirebbe per accentuare i problemi che la scena pubblica americana sta già affrontando.
Le divisioni interne alla maggioranza sono un’altra fonte di preoccupazione. Anche se, sulla guerra all’Iran, il Partito repubblicano ha sostanzialmente fatto quadrato intorno al Presidente, nel muro ci sono anche crepe significative. Agli inizi di marzo, alla Camera, due rappresentanti repubblicani hanno votato con la minoranza democratica una risoluzione per limitare i poteri dell’Esecutivo e ridare al Congresso la responsabilità dell’azione militare. Sebbene, alla fine, la risoluzione non sia stata approvata, battuta da una maggioranza bipartisan in cui sono confluiti quattro rappresentanti democratici, il segnale è comunque indicativo, così come è indicativo il fatto che sia venuto dalla Camera dei rappresentanti (negli stessi giorni, il Senato ha respinto una risoluzione simile con un voto rigidamente diviso sulle linee di partito), per i cui seggi la lotta di novembre appare – come detto – più combattuta. Entrambi i rappresentanti che hanno votato a favore della risoluzione – Warren Davidson dell’Ohio e Thomas Massie del Kentucky – sono, inoltre, figure strettamente legate all’ambiente MAGA sebbene entrambi, negli ultimi tempi, abbiano preso sempre più chiaramente le distanze da Donald Trump su una lunga serie di questioni.
Il dibattito che si è aperto sui social e nei gruppi di discussione intorno alla presa di posizione di Davidson e Massie è un’altra conferma delle fratture che attraversano il mondo MAGA, già messo in subbuglio dalla vicenda degli Epstein file e dalle ricadute negative che le politiche commerciali aggressive e la stretta sull’immigrazione voluta dalla Casa Bianca hanno avuto sull’economia americana. La domanda di fondo è quanto Donald Trump rispecchi ancora le priorità del movimento e quanto – all’opposto – non abbia cavalcato queste priorità per perseguire una politica funzionale soprattutto agli interessi suoi e dell’establishment che lo circonda. È, in un certo senso, la nemesi di un leader che ha costruito il proprio successo sul richiamo del populismo e sullo slogan della ‘lotta ai poteri forti’. È una domanda che pone, inoltre, seri interrogativi riguardo all’evoluzione del mondo MAGA in vista del voto presidenziale del 2028. Non a caso, già nelle scorse settimane hanno cominciato a circolare le prime ipotesi di nomi; ipotesi che, se da una parte vanno prese con la necessaria cautela, dall’altra confermano come le varie anime del movimento si siano già messe in moto in vista di una successione che – per molti motivi – si preannuncia problematica.
