Solo nel rispetto delle regole del diritto internazionale è possibile contare in qualche modo sul mantenimento di una situazione ragionevolmente pacifica e di sviluppo economico accettabile

 

«I don’t need internatioanl law».

Con queste parole, seguite da altre piacevolezze, il Presidente degli USA (il cosiddetto paese con la più antica democrazia del mondo), Donald Trump, si è espresso parlando in questi giorni, dopo avere attaccato con estrema violenza il Venezuela fino a un vero e proprio colpo di stato, e a proposito della Groenlandia, rispetto alla quale, poi, ha parlato di navi e sommergibili russi e cinesi che si aggirano nei dintorni: mare libero a disposizione di tutti, non diversamente, cioè, da quanto fanno altrettante navi e sommergibili statunitensi nei pressi delle coste orientali russe, coreane, giapponesi, cinesi, taiwanesi e, naturalmente italiane.

Ed ecco qui già un primo punto, sul quale ho insistito più volte: il diritto internazionale c’è e si applica; o non c’è e si applica il “diritto” del più forte.

In Venezuela Trump ha tentato un colpo tanto grosso quanto rischioso per gli USA, non solo per il Venezuela. Perché non ne ha assunto direttamente il controllo per, magari, prendersene le risorse e cambiarne la costituzione. Quando gli USA lo hanno fatto vari anni fa (ahimè con il nostro contributo, anche di sangue) in Iraq e in Afghanistan, si sono indubbiamente appropriati di un po’ di petrolio o altro, ma il regime che ne è derivato non solo ha spezzato praticamente in tre l’Ira e riportato al Medioevo l’Afghanistan, ma ha generato regimi a dir poco autoritari e repressivi. Il tutto a danno pieno e solo delle popolazioni locali: come sempre, del resto.

Non ha fatto lo stesso a Caracas, probabilmente perché conta su molte e forti quinte colonne nel paese, ma lasciando il Governo esistente al potere (per eterodiretto che sia), rischia di determinare un violento conflitto interno, suscitato anche dagli stati contigui: Colombia e Ecuador, che non vorranno fare la stessa fine del Venezuela o magari già pensano di tornare all’originario progetto bolivariano della “Gran Colombia” . Voglio dire soltanto che a furia di mettere i piedi nei piatti altrui, a qualcuno potrebbe venire in mente di fare lo stesso. Non è affatto detto che la dottrina Monroe possa essere replicata oggi, con qualche consonante cambiata!

Ma certamente non crea amicizie! Oggi, 7.2.2026 leggo sul New York Times un duro articolo di S. Marche (canadese) che conclude con una frase lapidaria: «Today, it’s America that poses a threat to our freedom and democracy. Not China. Not Russia. America». Un discorso assai simile a quello del Presidente canadese Carney, che, a proposito dei rapportiamichevoli” con gli  USA, parla della fine di una «pleasant fiction» e che poi aggiunge: «On the other hand, I would like to tell you that the other countries, particularly intermediate powers like Canada, are not powerless. They have the capacity to build a new order that encompasses our values».

Che sono i “valori” del diritto internazionale e dell’Europa, o almeno di una parte significativa di essa (in gran parte italiani, peraltro!) al di là dei sempre più preoccupanti “giri di valzer” anti-democratici della signora Meloni e del suo grande amico Orbàn. Che sono alla fine i valori che hanno portato per la prima volta nella storia una grande potenza come gli Stati Uniti ad essere condannata dalla Corte internazionale di giustizia per aggressione nei confronti del Nicaragua. Questo significa il diritto internazionale applicato seriamente. E, con molto minore successo, la Corte Penale Internazionale ad incriminare uomini di governo ai massimi livelli.

Il che non vuol dire assolutamente che oggi il diritto internazionale sia rispettato dalla Russia o dalla Cina o da altri Stati, ma soltanto che solo nel rispetto delle regole del diritto internazionale è possibile contare in qualche modo sul mantenimento di una situazione ragionevolmente pacifica e di sviluppo economico accettabile. Regole che, allo stato dei fatti, probabilmente solo l’Europa è in grado ancora di riconoscere come proprie, opponendosi fra l’altro al tentativo di pochi grandi imprenditori di governare direttamente l’intero mondo.

Come scrive chiaramente Mario Draghi , non si tratta di “combattere” gli USA, ma di mostrare i muscoli che abbiamo, molti di più di quanti non creda di averne il pur bellicoso Crosetto, nell’ambito, però, di una vera Federazione europea, magari allargata al Canada. La Groenlandia è stata la prova di quanto scrivo!

Certo, tra Meloni e l’aspirante egemone Merz, c’è poco da stare allegri, peer non parlare del neo-occhialuto Macron. Mentre le mene autoritarie della signora Meloni non possono che portarci ad uno stato non democratico, ma di levatura economica e politica poco più che nordafricana. Quanto all’illusione di liberarsi degli stranieri, è pura fantasia tanto più che ormai sono loro che pagano le pensioni ai nostri anziani.

In due parole, il nostro futuro è lì, in Europa, o non è.

Di Giancarlo Guarino

Giancarlo Guarino è Professore ordinario, fuori ruolo, di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Napoli Federico II. Autore di varie pubblicazioni scientifiche, specialmente in tema di autodeterminazione dei popoli, diritto penale internazionale, Palestina e Siria, estradizione e migrazioni. Collabora saltuariamente ad alcuni organi di stampa. È Presidente della Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale, che, tra l’altro, distribuisce borse di studio per dottorati di ricerca e assegni di ricerca nelle Università italiane e straniere. Non ha mai avuto incarichi pubblico/politici, salvo quelli universitari.