Gli attacchi del Presidente e del suo Vice suonano, da una parte, come il tentativo – poco riuscito – della Casa Bianca di ‘uscire dall’angolo’ in cui si è venuta a trovare rispetto a una fetta importante della propria constituency, dall’altra come lo sforzo di Trump e del suo entourage di riaffermare la propria posizione agli occhi della parte più ‘dura’ del mondo MAGA

 

I recenti attacchi di Donald Trump e J.D. Vance a Papa Leone XIV sul tema della guerra con l’Iran sono un segnale delle tensioni che attraversano l’amministrazione, ma anche delle divisioni e delle contraddizioni del mondo cattolico statunitense. A lungo relegati a ruoli di secondo piano, i cattolici statunitensi sono diventati, da diversi anni, una forza politica importante. Oggi, sono cattolici il vicepresidente, sei dei nove giudici della Corte Suprema e circa il 20% dei membri del Congresso. Joe Biden è stato il secondo presidente cattolico dopo John Kennedy. Nell’amministrazione Obama, oltre a Biden, erano cattolici, fra gli altri, il segretario agli Interni, Ken Salazar, e quello alla Difesa, Leon Panetta; il capo dello staff presidenziale, Denis McDonough; il direttore della CIA, John Brennan, e quello dell’FBI, James Comey; il capo di stato maggiore generale, Martin Dempsey, e altre figure di vertice delle forze armate. Oltre a essere un importante gruppo di pressione, la Chiesa cattolica è una realtà centrale nel campo educativo e assistenziale. Le istituzioni cattoliche gestiscono una vasta rete di scuole, ospedali e servizi di assistenza, per esempio attraverso Catholic Charities USA, un network di oltre 170 agenzie che fornisce un’ampia gamma di servizi sociali, tra cui assistenza alimentare, alloggi e assistenza sanitaria a milioni di persone.

Negli ultimi tempi, questo mondo, tradizionalmente vicino agli ambienti democratici, si è via via avvicinato a quelli repubblicani. Il rapporto degli elettori e delle gerarchie cattoliche con Obama e poi con Biden non è stato facile, soprattutto sui temi etici, sulla contraccezione, sull’aborto e sulle questioni di genere. Il consolidarsi della corrente conservatrice all’interno dell’episcopato spiega in parte questa difficoltà e, al contempo, riflette i cambiamenti che hanno attraversato la base dei fedeli. Oggi, l’identificazione con l’uno o l’altro partito politico spezza il cattolicesimo USA grossomodo a metà, anche se il suo voto rimane piuttosto instabile. La capacità di intercettare questa instabilità (anche a causa di una certa ambiguità sui temi più sensibili dal punto di vista etico) è tra i fattori che spiegano il successo di Trump nelle elezioni del 2024. Tuttavia, mantenere il favore conquistato alle urne si è rivelato più difficile del previsto. Le politiche repressive in materia di immigrazione sono diventate presto terreno di scontro con il mondo cattolico. Per le realtà progressiste, altri ambiti critici sono quelli della giustizia sociale, del negazionismo climatico e dell’impegno internazionale, mentre quelle conservatrici appaiono sempre meno soddisfatte della scarsa attenzione che l’amministrazione riserverebbe alle questioni di etica personale e di morale sessuale.

La guerra in corso ha approfondito questo scontro, aggiungendovi dimensioni che vanno oltre la vicenda degli attacchi al pontefice. Fin dall’inizio, le gerarchie ecclesiastiche si sono mostrate molto critiche sia nei confronti della legittimità morale dell’intervento, sia del modo in cui è stato condotto. Già agli inizi di marzo, il cardinale Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e il vescovo di Little Rock, Anthony Taylor, hanno espresso forti critiche all’intervento, anticipando temi che nelle settimane successive sarebbero stati ripresi da altri prelati, fra cui il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, l’arcivescovo Paul Coakley, Presidente della conferenza episcopale e arcivescovo di Oklahoma City, e l’ordinario militare degli Stati Uniti, arcivescovo Timothy Broglio. I tentativi dell’amministrazione di sostenere la campagna con toni ‘da crociata’ hanno peggiorato la situazione, spingendo anche una parte del mondo conservatore a prendere posizione; una posizione che – anche in questo caso – si è irrigidita dopo le critiche rivolte a Leone XIV. Non sorprende, quindi, che già dopo la metà di marzo, sondaggi specifici indicassero un aumento della percentuale di cattolici che dava un giudizio negativo sull’azione del Presidente e che giudicava negativamente la guerra contro l’Iran e il modo in cui la Casa Bianca la stava gestendo.

Su questo sfondo, gli attacchi di Trump e Vance suonano, da una parte, come il tentativo – poco riuscito – della Casa Bianca di ‘uscire dall’angolo’ in cui si è venuta a trovare rispetto a una fetta importante della propria constituency, dall’altra come lo sforzo di Trump e del suo entourage di riaffermare la propria posizione agli occhi della parte più ‘dura’ del mondo MAGA. In questo ambiente continua, infatti, a esistere un diffuso sentimento di sfiducia nei confronti di ciò che è considerato il tiepido patriottismo dei cattolici ‘a stelle e strisce’ e della loro presunta ‘doppia lealtà’ verso una Chiesa vista a tutti gli effetti come una potenza straniera. Non a caso, quella del patriottismo è stata una delle corde che Trump ha toccato nei suoi attacchi a Papa Prevost e alla sua presunta ‘non-americanità’. È possibile che, soprattutto nell’ambito del nazionalismo evangelico, questa strategia possa ottenere qualche risultato. Di contro, è significativo che anche figure del mondo tradizionalista, come il vescovo emerito di Tyler, Joseph Strickland, da sempre considerato vicino al presidente e alle sue posizioni, in questa occasione abbiano ritenuto opportuno prenderne le distanze, confermando un atteggiamento critico già assunto negli scorsi mesi nei confronti dell’azione militare israeliana a Gaza e dei bombardamenti statunitensi nello Yemen.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.