L’opposizione dem ha parlato di un esercizio di ‘diplotainment’, proprio per sottolinearne la mancanza di contenuti. Difficilmente, però, avrebbe potuto trattarsi di qualcosa di diverso, soprattutto se si tiene conto anche del fatto che Donald Trump si è presentato all’appuntamento sotto la spada di Damocle delle prossime elezioni di midterm

 

L’incontro fra Donald Trump e Xi Jinping alla Casa Bianca ha ripreso e rilanciato i temi già affrontati durante la visita del Presidente a Pechino la scorsa primavera. Come l’incontro di maggio, i colloqui hanno toccato temi diversi e si sono svolti in un clima che le parti hanno definito disteso e collaborativo. Trump ha parlato di “un grande vertice” e Xi Jinping della possibilità che la cooperazione fra Washington e Pechino consenta agli Stati Uniti e alla Cina di sfuggire alla spesso evocata ‘trappola di Tucidide’. Ancora una volta, quindi, un vertice positivo nella forma, ma la cui sostanza appare più problematica. Nemmeno in questa occasione ci sono stati annunci di rilievo sui molti temi caldi in agenda, e anche l’attesa estensione della tregua commerciale, in vigore dalla fine dello scorso ottobre, è apparsa deludente, limitata com’è ai mesi che mancano all’inizio del 2027. Un vertice che conferma, quindi, l’immagine di due paesi obbligati a collaborare, ma divisi da rivalità profonde, soprattutto su temi come quelli dell’AI, del futuro di Taiwan o della competizione tecnologica, che daranno forma al sistema internazionale degli anni a venire.

Tutto sommato, si tratta di un esito prevedibile, se non del tutto scontato. Da una parte, Donald Trump ha lasciato intendere in più occasioni che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di accettare limitazioni nei campi in cui oggi si trovano in vantaggio; dall’altra, XI Jinping deve fare i conti con una situazione economica difficile, un aumento della disoccupazione (soprattutto giovanile) e con un calo della domanda interna che lo costringono a premere sul pedale dell’export, limitando il proprio margine di azione al fine di tenere i mercati aperti: uno scenario che – per quanto transitorio – offre a entrambe la parti solidi incentivi a non modificare il precario equilibrio esistente. Su questo sfondo, l’opposizione democratica al Senato ha parlato del vertice come di un esercizio di ‘diplotainment’, proprio per sottolinearne la mancanza di contenuti. Difficilmente, però, avrebbe potuto trattarsi di qualcosa di diverso, soprattutto se si tiene conto anche del fatto che Donald Trump si è presentato all’appuntamento sotto la spada di Damocle delle prossime elezioni di midterm, i cui risultati potrebbero togliere valore a qualsiasi impegno avesse potuto assumere.

Le questioni importanti sono dunque rimandate, prima fra tutte quella di Taiwan, che la Casa Bianca sembra continuare a considerare – nelle parole del Presidente – “un’ottima carta negoziale”. Dopo la visita di maggio, Trump aveva dichiarato di aver sospeso un pacchetto di forniture militari all’isola del valore di circa quattordicimiliardi di dollari, suscitando vari timori fra gli alleati asiatici, preoccupati per il possibile disimpegno statunitense dalla regione. Nonostante le pressioni del Congresso (rinnovate anche alla vigilia del vertice di questi giorni), il pacchetto è ancora bloccato sulla scrivania del Presidente e, con ogni probabilità, vi resterà finché rappresenterà uno strumento utile per ottenere concessioni da Pechino. Il fatto che, anche durante il recente incontro, il Presidente cinese abbia sollecitato Trump a non riconoscere l’indipendenza di Taiwan è una chiara indicazione di quanto la Repubblica Popolare guardi con attenzione alla questione dello status giuridico dell’isola e – agli occhi della Casa Bianca – del prezzo che Pechino sarebbe disposta a pagare perché una questione tanto delicata resti anche in futuro nel limbo in cui attualmente si trova.

Uno scenario simile – sebbene a parti invertite – si propone sulla questione della crisi nel Golfo, che, dopo più di sei mesi, appare ancora lontana da una composizione. Da tempo la Casa Bianca auspica che Pechino – oggi il principale alleato di Teheran – si impegni in modo più attivo a isolare la Repubblica Islamica; un impegno che Pechino ha evitato con cura di assumere, aderendo strettamente alla politica di basso profilo che ha adottato sin da febbraio. Anche qui, il vertice non sembra avere cambiato le cose: dal punto di vista cinese, lo stallo in cui si trovano gli Stati Uniti rappresenta un asset da capitalizzare con attenzione, sia per le sue ricadute dirette, sia per i benefici indiretti che un mondo di prezzi dell’energia elevati può offrire a Pechino. Finché la Repubblica Popolare potrà attingere senza preoccupazione alle sue riserve strategiche e sostenere l’ambizioso processo di transizione energetica in corso, difficilmente sceglierà di intervenire in una situazione che pone problemi soprattutto al suo principale competitor e che – se gestita in modo adeguato – potrebbe finire per consolidare ulteriormente le sua posizione sia a livello regionale, sia globale.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.