Dietro l’accordo sul diesel, oltre alle necessità immediate dell’amministrazione Trump, si leggono chiaramente i tratti della politica di ‘egoismo nazionale’ che il Presidente ha evocato in più occasioni e alla quale ha sempre dichiarato di ispirarsi
L’accordo sul diesel fra Russia e Stati Uniti è un ulteriore esempio dell’approccio della Casa Bianca alle questioni internazionali: un approccio che appare dominato da una logica di breve periodo, che riflette, anzitutto, le priorità della scena interna e che accentua i suoi tratti in un momento come l’attuale, quando la popolarità del Presidente è in netto calo ed è ormai vicino l’appuntamento con le elezioni di metà mandato. Negli auspici dell’amministrazione statunitense, l’accordo e lo sblocco delle forniture russe dovrebbero immettere sul mercato 36 milioni di barili di carburante, contribuendo a raffreddare una dinamica che – dallo scoppio della guerra nel Golfo – ha spinto l’inflazione all’attuale 3,7% e ha visto i prezzi del carburante crescere di quasi il 35% su base annua. Diversi osservatori hanno già espresso il loro scetticismo. Per esempio, è stato osservato come 2,24 milioni di barili (circa 74.500 barili al giorno) che il Cremlino si è impegnato a sbloccare nel corso del primo mese dell’accordo corrisponderebbero appena al 2% degli attuali consumi statunitensi, troppo poco, quindi, per avere un impatto concreto sul mercato e sui prezzi alla pompa.
Diverso è, tuttavia, il significato politico. Dopo vari mesi in cui la politica statunitense sembrava avere preso una chiara svolta antirussa, l’accordo sul diesel spariglia di nuovo le carte. Non stupisce che – parallelamente – si sia registrato un irrigidimento delle posizioni di Washington nei confronti dell’Ucraina e del Presidente Zelensky, anche a causa della strategia di attacco alle infrastrutture energetiche del nemico che sembra caratterizzare l’attuale fase della guerra fra Mosca e Kyiv. Le dichiarazioni secondo cui l’Ucraina “farebbe meglio a trovarsi un nuovo leader” che possa giungere a un accordo con la Russia ricordano i toni che hanno segnato l’inizio del mandato di Trump alla Casa Bianca e che – nei mesi successivi – erano stati faticosamente messi da parte. A ciò ha corrisposto un parallelo irrigidimento della posizione ucraina, che ha criticato con forza l’accordo e ha parlato di ‘tradimento’ degli Stati Uniti, anche alla luce di quelle che appaiono le restrizioni intervenute nel campo della collaborazione fra organismi di intelligence e nell’accesso alla connettività Starlink, che costituisce un fattore abilitante centrale per l’operatività delle forze armate di Kyiv.
Ovviamente, la firma dell’accordo sul diesel ha spiazzato anche l’Europa, prima ancora che per i suoi contenuti, per la conferma che ha fornito dell’inaffidabilità degli impegni a lungo termine degli Stati Uniti. A complicare la questione, il riallineamento della posizione di Washington alla vigilia dell’inverno scarica sui Paesi europei gran parte dell’onere di sostenere il governo ucraino, in un momento in cui le vicende politiche interne a tali paesi rendono la questione particolarmente delicata. Fra l’altro, proprio il tema dell’impatto della guerra sul costo dell’energia e delle sue ricadute sulle diverse economie nazionali occupa un posto centrale nel dibattito. È su tali basi che il Primo ministro bulgaro, Rumen Radev, ha espresso il proprio favore per l’accordo fra Mosca e Washington, e anche se la sua posizione resta isolata all’interno dell’UE, essa riflette comunque il modo di vedere di una fetta importante dell’opinione pubblica. Sullo sfondo di una crescente ‘stanchezza di guerra’, la posizione di rigido sostegno a Kyiv, abbracciata da Bruxelles e da gran parte dei governi del Vecchio continente, rischia di diventare, quindi, sempre più difficile da difendere.
Anche dietro l’accordo sul diesel, i problemi che si intrecciano sono dunque diversi. Se per la Casa Bianca non è chiaro quanto questo sarà davvero redditizio, per l’Europa, soprattutto, i costi sembrano comunque destinati a superare dei benefici. In Europa, parlare della dipendenza dall’energia russa significa toccare un tasto tradizionalmente sensibile, come dimostrano, per esempio,le difficoltà incontrate nel tradurre in pratica le previsioni del programma RePowerEU. Sullo sfondo dei problemi che molti sistemi economici nazionali stanno affrontando, del rafforzamento di formazioni variamente filorusse e della perdita di appeal del progetto comune, la scelta della Casa Bianca rischia di infliggere un altro duro colpo all’idea stessa di multilateralismo. Dietro l’accordo sul diesel, oltre alle necessità immediate dell’amministrazione Trump, si leggono chiaramente i tratti della politica di ‘egoismo nazionale’ che il Presidente ha evocato in più occasioni e alla quale ha sempre dichiarato di ispirarsi. Una politica che, pur potendo portare benefici agli Stati Uniti, rischia di essere controproducente per medie potenze come i Paesi europei, che trovano la migliore tutela dei propri interessi nella presenza di un solido sistema di regole condivise.
