Ecco perché l’entusiasmo presidenziale dovrebbe essere, quanto meno, ridimensionato: la conferma di un rapporto che continua a snodarsi sul doppio binario della collaborazione e della competizione

 

Secondo Donald Trump, la visita in Cina, gli incontri con il leader cinese Xi Jinping e gli impegni che hanno accompagnato la sua ‘tre giorni’ nel Paese di mezzo sono stati un successo storico. La cosa era prevedibile. Pur facendo la tara alla consueta retorica, dopo aver rinviato la visita (originariamente programmata per marzo) a causa dell’inizio della guerra con l’Iran, il Presidente aveva bisogno di portare a casa un risultato da spendere anche sul piano politico per rilanciare un’immagine che oggi appare piuttosto appannata. La delegazione di imprenditori che lo ha accompagnato era un’indicazione sufficientemente chiara di quale sarebbe stato uno dei grandi temi sul tavolo, così come era facile prevedere che un’altra questione centrale sarebbe stata quella legata alla situazione in Medio Oriente. A questi punti, gli osservatori internazionali aggiungevano quello di Taiwan (da sempre tema sensibile nel sistema di rapporti USA-Cina) e quello dell’accesso da parte della Cina alla tecnologia statunitense in cambio di un accesso più ampio da parte degli Stati Uniti alle proprie riserve di terre rare, sempre più chiaramente un asset che la Repubblica popolare intende sfruttare in chiave strategica.

Ma le cose sono andate davvero come il Presidente le ha raccontate? L’impressione è che, nel valutare i risultati della visita, occorra un po’ di cautela. Il viaggio a Pechino rappresenta senza dubbio un passaggio significativo e, per molti aspetti, la prova che le relazioni Stati Uniti-Cina sono molto migliori di quelle che il ritorno di Trump alla Casa Bianca non aveva fatto supporre. D’altra parte, i risultati concreti non sembrano essere stati molti ed entrambe le parti hanno parlato di molta strada ancora da fare per risolvere le questioni aperte. Questo vale sia sul piano commerciale sia su quello politico. Per esempio, secondo quanto ha dichiarato il rappresentante speciale per il commercio statunitense, Jamieson Greer, un tema critico come quello dei controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati e apparecchiature per la produzione di chip, volti a limitare laccesso della Cina alle tecnologie di punta nel campo dellintelligenza artificiale, non è stato al centro dei colloqui, nonostante le pressioni che le autorità cinesi continuano a fare su questo punto e nonostante il fatto che alla delegazione americana si fosse unito a sorpresa anche il CEO di Nvidia, Jensen Huang.

Sul piano politico, le fratture sono emerse soprattutto sul tema di Taiwan, intorno a cui si intrecciano anche le ambizioni della Cina di leadership tecnologica. La centralità di Taiwan per Pechino è stata espressa apertamente da Xi Jinping, che ha definito quella dell’isolala questione più importante nel rapporto con gli USA; una questione che, se non “gestita correttamente”, potrebbe portare a “scontri o perfino conflitti” fra i due paesi. È un’altra dimostrazione di come Pechino e Washington abbiano priorità diverse e di come – dietro ai possibili punti di convergenza – permanga più di una divergenza su snodi centrali. Anche perché, intorno alle garanzie a Taipei, Washington si gioca buona parte della propria credibilità agli occhi degli alleati regionali. In questo senso, se le parole del segretario di Stato Rubio dopo il vertice Trump-Xi, secondo cui la politica degli Stati Uniti verso l’isola “non è cambiata”, sono state accolte con particolare favore a Taiwan, hanno avuto ricadute positive anche fuori dall’isola, in un Sud-est asiatico che, da una parte, teme le conseguenze negative di una rinnovata tensione USA-Cina, ma dall’altra teme anche di essere schiacciato dalla loro eccessiva convergenza.

L’entusiasmo presidenziale dovrebbe quindi essere, quanto meno, ridimensionato. Nelle prossime settimane si potrà capire meglio se e in che misura la visita porterà davvero ad accordi e contratti per le imprese americane. Al di là di ciò, quello che resta è però soprattutto la conferma di un rapporto che continua a snodarsi sul doppio binario della collaborazione e della competizione; una modalità che, nello scenario internazionale di oggi, sembra fare comodo più a Pechino che a Washington. Nonostante manifestazioni di assertività come quella su Taiwan, le autorità cinesi sembrano modellare sempre più la propria azione sulla convinzione che il tempo giochi a loro favoree che, nel lungo periodo, i rapporti di forza consentanoloro di fare anche limitate concessioni alla controparte, se ciò può essere utile a rimandare il confronto a momenti più propizi. Per la Casa Bianca, gestire questo rapporto è una sfida importante, tenendo anche conto di come, negli ultimi anni, la Repubblica popolare abbia alzato in maniera significativa il livello delle proprie ambizioni e di come essa si consideri ormai, a tutti gli effetti, alla pari’ rispetto a Stati Uniti che appaiono in difficoltà da più di un punto di vista.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.