“Gli Stati Uniti non otterranno ciò che vogliono solo attraverso la potenza aerea, a meno che le forze armate iraniane non disertino inaspettatamente e uniformemente. Se le truppe statunitensi dovessero invadere, farebbero bene a studiare con largo anticipo quanto velocemente un’operazione militare apparentemente ben eseguita possa trasformarsi in un’occupazione senza fine e mortale”. L’intervista a Matt Fitzpatrick (Flinders University of Adelaide)
In queste ore, in Iran, l’Assemblea degli Esperti ha nominato il successore di Ali Khamenei, il suo secondogenito Mojtaba, alla Guida Suprema. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che aveva manifestato la pretesa di essere coinvolto nella trattativa della nomina, non sembra aver gradito e non avrebbe escluso la possibilità di mirare alla vita del nuovo capo del regime di Teheran.
«Trump ha detto che non ci saranno boots on the ground. In Iraq non furono bombe e missili a provocare il cambio di regime. Furono la Terza Divisione di Fanteria, la 101° US Airborne Division nota come Screaming Eagle che ebbi il privilegio di guidare, la 82 Airborne. Questa è una situazione diversa, gli Usa potranno avere qualcuno sul terreno, qualche asset, ma in numeri e capacità limitate e in zone sicure», ha spiegato Petraeus, ricordando che «il regime change – senza l’impiego di soldati – necessita vi siano della fratture dentro il governo» ma «al momento non ne abbiamo viste. Il regime è molto compatto, logico e i membri sanno che perderebbero tutti e tutto se rovesciati».
Le ambizioni del Presidente americano, tuttavia , rischiano di rivelarsi un’illusione. Il progetto, infatti, secondo l’intelligence degli Stati Uniti è estremamente complesso. “E’ improbabile”, almeno secondo un rapporto classificato del National Intelligence Council americano, che un attacco militare – anche su larga scala – degli Stati Uniti produca la svolta. Il National Intelligence Council è formato da analisti producono valutazioni classificate destinate a rappresentare la sintesi del lavoro delle 18 agenzie di intelligence di Washington. Non è chiaro se Trump sia stato informato prima di approvare l’operazione militare.
“Il presidente Trump e l’amministrazione hanno chiaramente definito i loro obiettivi riguardo all’Operazione Epic Fury: distruggere i missili balistici e la capacità produttiva dell’Iran, smantellare la marina, porre fine alla capacità di armare i suoi alleati e impedire di ottenere un’arma nucleare”, dice la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly in una nota in cui sostiene che “il regime iraniano è stato completamente annientato”.
Il documento, confermato da tre fonti al Washington Post e redatto prima dell’inizio delle operazioni del 28 febbraio, analizza scenari sia di offensive mirate ai leader sia di campagne più ampie contro istituzioni governative e militari. La conclusione? “Il regime clericale e militare risponderebbe alla morte del Leader Supremo Ali Khamenei seguendo protocolli volti a preservare la continuità del potere”. Non si può nemmeno puntare su una spallata interna. Il rapporto definisce “improbabile” che l’opposizione possa assumere il controllo del Paese, sottolineando che “non esiste altra forza all’interno dell’Iran in grado di confrontarsi con il potere rimasto al regime”.
Storicamente, il ‘regime change’, più volte tentato in varie parti del mondo dagli Stati Uniti nella ultimo secolo, difficilmente ha avuto successo e, quand’anche lo ha avuto, è stato effimero, a breve termine. Un esempio fu l’operazione ‘Ajax’ del 1953 ai danni del governo iraniano di Mossadeq.

All’inizio degli anni Cinquanta l’Iran — territorio che in passato costituiva il regno di Persia e il cui nome, secondo Erodoto, deriverebbe dal mito di Perseo — era considerato una nazione sostanzialmente neutrale nello scenario internazionale: non faceva parte dell’orbita sovietica e non rappresentava neppure un avversario diretto dell’Occidente.
Dopo la Prima guerra mondiale, tuttavia, questo vasto Paese del Medio Oriente fu coinvolto nei giochi di potere tra grandi potenze. Già in precedenza l’area era stata al centro del cosiddetto Grande Gioco, la rivalità geopolitica tra l’Impero Britannico e l’Impero Russo per il controllo dell’Asia centrale. Con il crollo della Russia zarista, i britannici riuscirono a rafforzare la propria influenza nel Paese, instaurando di fatto una forma di protettorato. Nel frattempo l’Unione Sovietica iniziò a sostenere movimenti separatisti e gruppi comunisti attivi soprattutto a Tabriz e a Teheran.
Queste pressioni non riuscirono comunque a mettere realmente in discussione la fragile monarchia costituzionale iraniana, la quale tuttavia non esercitava un controllo effettivo sulle proprie risorse naturali. Fin dal 1909, infatti, il petrolio del Paese era sostanzialmente nelle mani della Anglo-Persian Oil Company, che aveva ottenuto concessioni molto ampie durante il regno dello scià Ahmad Shah Qajar, dopo la precedente autorizzazione concessa dal suo predecessore Mozaffar al-Din Shah Qajar.
La situazione cambiò nel 1951 quando il primo ministro Mohammad Mossadeq, figura laica e nazionalista eletta democraticamente, avviò un progetto di nazionalizzazione della Anglo-Persian Oil Company. Mossadeq, che riuscì anche a ridurre drasticamente il potere dello scià Mohammad Reza Pahlavi — costretto temporaneamente all’esilio a Roma — intendeva restituire allo Stato il controllo delle risorse petrolifere.

Il governo britannico reagì cercando il sostegno degli Stati Uniti per recuperare la propria influenza sull’industria petrolifera iraniana. Londra fece leva soprattutto sul rischio che l’Iran potesse avvicinarsi all’orbita sovietica, dato il ruolo strategico del Paese e i suoi rapporti storici con la Russia fin dall’epoca degli zar.
In un primo momento l’amministrazione di Harry S. Truman non accettò le pressioni britanniche. Tuttavia, con l’intensificarsi della Guerra fredda, nel 1953 la posizione americana cambiò: la CIA ricevette l’ordine di collaborare con l’MI6 per impedire un possibile rafforzamento dell’influenza sovietica in Iran.
Nacque così l’operazione segreta denominata Operazione Ajax, progettata dalla divisione Medio Oriente e Africa della CIA e diretta sul campo da Kermit Roosevelt Jr., ex membro dell’Office of Strategic Services che operava a Teheran in stretto coordinamento con l’intelligence britannica.
Il piano per rovesciare Mossadeq combinava diverse tecniche che sarebbero poi diventate un modello per molte operazioni di cambio di regime. La strategia includeva un’intensa campagna di propaganda e guerra psicologica: la CIA finanziò giornali incaricati di diffondere notizie negative sul primo ministro, dipingendolo come corrotto, instabile e simpatizzante dell’Unione Sovietica. Parallelamente furono corrotti esponenti politici, ufficiali militari e personalità influenti della società e del mondo religioso, creando una rete di opposizione.

Il progetto prevedeva anche l’organizzazione di proteste e disordini di piazza tramite agitatori e provocatori infiltrati, con l’obiettivo di far apparire il Paese sull’orlo dell’anarchia. In questo contesto lo scià Pahlavi firmò decreti che destituivano Mossadeq e nominavano primo ministro il generale Fazlollah Zahedi.
Il primo tentativo di colpo di Stato fallì e lo scià fu costretto a lasciare temporaneamente il Paese. Tuttavia Stati Uniti e Regno Unito continuarono a sostenere la destabilizzazione politica. Il 19 agosto 1953 le forze militari fedeli a Zahedi riuscirono finalmente a rovesciare Mossadeq, mentre nelle città scoppiavano manifestazioni violente.
Lo scià tornò così al potere e l’operazione venne considerata un successo. Il caso iraniano dimostrò che un piccolo gruppo di agenti ben posizionati, dotati di risorse economiche e di un efficace uso della propaganda, poteva contribuire alla caduta di un governo e all’installazione di uno più favorevole agli interessi occidentali. Questo schema venne successivamente replicato in altre operazioni, come quelle che coinvolsero il Guatemala nel 1954, il Congo nei primi anni Sessanta, il Brasile nel 1964 e il Cile nel 1973. Il ritorno dello scià al potere portò alla creazione di un regime autoritario sostenuto da una dura repressione interna, affidata alla temuta polizia segreta. Questo sistema rimase in piedi fino alla fine degli anni Settanta, quando il malcontento popolare esplose nella Rivoluzione iraniana del 1978-1979.
La rivoluzione canalizzò anche il risentimento diffuso verso le interferenze straniere nella politica iraniana e portò alla caduta della monarchia. Il potere passò quindi nelle mani del leader religioso Ruhollah Khomeini, che instaurò la Repubblica Islamica. Secondo molti analisti, tra cui lo stratega ed ex membro delle forze speciali Ken Robinson, l’Operazione Ajax dimostra che un intervento di cambio di regime può produrre risultati immediati ma difficilmente garantisce stabilità nel lungo periodo. Le ferite lasciate da tali interventi, infatti, possono alimentare tensioni profonde.
Da questa prospettiva, l’operazione non solo consolidò temporaneamente la dittatura dello scià, ma contribuì indirettamente anche alla nascita della Repubblica Islamica. Il radicalismo politico non venne eliminato: fu semplicemente rimandato e rafforzato, per poi riemergere in forma ancora più ostile negli anni successivi.
Un vero e proprio flop fu, poi, il regime change tentato con l’operazione della ‘Baia dei Porci’ per rovesciare il governo cubano comunista di Fidel Castro.

Nel 1960 alcuni giovani che passeggiavano vicino a Homestead, in Florida, furono accolti a colpi di arma da fuoco da un gruppo di esuli cubani anticastristi in addestramento. L’episodio venne tenuto nascosto dal governo degli Stati Uniti, che decise di trasferire questi guerriglieri in Guatemala per continuare la preparazione militare. Quei preparativi portarono all’operazione nota come Invasione della Baia dei Porci, chiamata a Cuba Battaglia di Playa Girón.
Dal 1952 Fulgencio Batista governava Cuba con l’appoggio politico ed economico degli Stati Uniti, che nel clima della Guerra Fredda consideravano l’isola strategica per contenere l’espansione del comunismo, secondo la dottrina del containment elaborata da George F. Kennan.
La situazione cambiò nel 1959 quando il movimento rivoluzionario Movimiento 26 de Julio, guidato da Fidel Castro, dal fratello Raúl Castro e da Ernesto Che Guevara, rovesciò il regime di Batista. Dopo la rivoluzione, il nuovo governo iniziò a nazionalizzare aziende e proprietà statunitensi sull’isola. Gli Stati Uniti reagirono interrompendo importanti accordi commerciali, in particolare sull’importazione di zucchero e petrolio. Nel 1961 il presidente Dwight D. Eisenhower ruppe le relazioni diplomatiche con Cuba e avviò i preparativi per un intervento contro Castro.
Per evitare uno scontro diretto con l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti decisero di mantenere segreto il proprio coinvolgimento. La CIA addestrò circa 1400 esuli cubani, riuniti nella Brigada 2506, in basi militari in America Centrale.

Il piano prevedeva uno sbarco sull’isola che avrebbe dovuto innescare una rivolta interna contro Castro. Con l’arrivo alla presidenza di John F. Kennedy il progetto fu modificato: l’invasione venne spostata nella zona isolata della Baia dei Porci e il supporto aereo fu ridotto, rendendo l’operazione molto più fragile.
Il 15 aprile 1961 alcuni aerei bombardarono basi aeree cubane, ma senza distruggere la forza militare di Castro. Due giorni dopo, il 17 aprile, la Brigada 2506 sbarcò nella Baia dei Porci. Tuttavia il governo cubano era già preparato: Castro mobilitò circa 20.000 uomini e bloccò rapidamente l’avanzata degli invasori.
Il 19 aprile l’operazione fallì definitivamente. Gli anticastristi si arresero: più di cento morirono e circa 1200 furono catturati. Per gli Stati Uniti si trattò di una grave umiliazione internazionale.
I prigionieri furono condannati a lunghe pene detentive, ma nel 1962 vennero liberati grazie a un accordo tra Washington e L’Avana: gli Stati Uniti pagarono circa 53 milioni di dollari in cibo e medicinali destinati alla popolazione cubana.

Per il governo di Castro, la vittoria rafforzò la legittimità della rivoluzione. Gli Stati Uniti, invece, continuarono a tentare di destabilizzare il regime con operazioni segrete della CIA, tra cui l’Operazione Mangusta, che includeva sabotaggi e numerosi tentativi di assassinare Castro.
La tensione tra Washington e L’Avana culminò poco dopo nella Crisi dei missili di Cuba del 1962, quando l’Unione Sovietica installò missili nucleari sull’isola. Dopo giorni di forte tensione, si raggiunse un accordo: Mosca ritirò le armi e gli Stati Uniti promisero di non invadere nuovamente Cuba.
L’invasione della Baia dei Porci rimane uno dei più clamorosi fallimenti della politica estera statunitense e contribuì a rafforzare il governo di Fidel Castro e il suo ruolo nella Guerra Fredda.
Ma alcune istantanee degli ultimi 25 anni – Afghanistan, Iraq, Libia – risultano particolarmente significative per capire che quelli che dovevano essere dei cambi di regime finivano per diventare ben presto qualcos’altro.

Nel 2001, in risposta agli attentati subiti negli Stati Uniti, l’amministrazione guidata da George W. Bush decise di colpire l’organizzazione terroristica Al-Qaeda, ritenuta responsabile della morte di circa tremila persone a Manhattan durante l’Attacchi dell’11 settembre. Gli obiettivi dell’intervento erano distruggere le basi di addestramento del gruppo, eliminare il regime dei talebani che aveva dato rifugio al leader dell’attentato, Osama Bin Laden, e rovesciare il loro governo in Afghanistan. I talebani, guidati dal mullah Mohammed Omar, avevano infatti instaurato nel Paese un emirato islamico nel 1996, dopo aver sconfitto altri gruppi armati e signori della guerra.
Il 7 ottobre 2001 Bush annunciò l’inizio dell’operazione Enduring Freedom, dichiarando che il mondo sosteneva l’intervento e che il popolo afghano avrebbe ricevuto l’aiuto degli Stati Uniti e dei loro alleati. Alla missione parteciparono oltre cinquanta Paesi, con ventisette impegnati direttamente con forze militari. Sul campo combatterono soprattutto i gruppi anti-talebani riuniti nella cosiddetta Alleanza del Nord, mentre l’aviazione occidentale bombardava varie zone del territorio afgano.
Le roccaforti dei talebani caddero rapidamente, ma il mullah Omar riuscì a fuggire, mentre Bin Laden trovò rifugio in Pakistan; sarà ucciso solo nel 2011 durante un’operazione militare statunitense ad Abbottabad. Inizialmente il segretario di Stato Colin Powell annunciò prematuramente la fine della leadership talebana e della campagna militare. In realtà il conflitto continuò per anni con nuove insurrezioni islamiste, nonostante la creazione di un governo afghano sostenuto da una forza internazionale. Con il tempo si avviò una strategia di progressivo trasferimento della responsabilità della guerra alle forze locali, mentre gli Stati Uniti e la NATO preparavano il ritiro: prima sotto Barack Obama, poi dopo gli accordi negoziati dall’amministrazione di Donald Trump con i talebani, e infine sotto Joe Biden nel 2021.
Il risultato fu che il 15 agosto 2021 i talebani tornarono al potere conquistando Kabul e rovesciando il governo di Ashraf Ghani. In pochi giorni il mondo assistette alle immagini dell’evacuazione del personale statunitense dal Paese. Oggi l’Afghanistan è di fatto tornato a essere un emirato islamico basato sulla sharia, guidato dal leader supremo Haibatullah Akhundzada, ma privo di pieno riconoscimento internazionale.

Una delle ragioni della lunga durata e del fallimento della missione afghana è stata individuata nello spostamento dell’attenzione americana verso l’Iraq a partire dal 2003. Il regime di Baghdad guidato da Saddam Hussein venne accusato dall’amministrazione Bush di possedere armi di distruzione di massa e di avere collegamenti con Al-Qaeda. Il momento simbolo di questa accusa fu la presentazione, il 5 febbraio 2003, di Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’ONU, quando mostrò una fialetta con una sostanza giallastra e documenti che avrebbero dimostrato l’esistenza di depositi e laboratori per la produzione di armi chimiche e biologiche. Tuttavia tali prove si rivelarono in seguito infondate.
Le accuse si basavano anche sulle testimonianze del dissidente noto come “Curveball”, cioè Rafid Ahmed Alwan al-Janabi, e sulle dichiarazioni del politico iracheno Ahmad Chalabi. Negli anni successivi emerse che molte di queste informazioni erano false o manipolate, come dimostrò anche lo scandalo del documento noto come “Nigergate”, riguardante un presunto traffico di uranio tra l’Iraq e il Niger.
Già nel 2004 i rapporti dell’intelligence statunitense e britannica iniziarono a riconoscere che a Baghdad non esistevano armi di distruzione di massa. La conferma definitiva arrivò nel 2016 con il rapporto della Commissione Chilcot nel Regno Unito, che stabilì come nel 2003 non esistesse una minaccia imminente da parte del regime iracheno. Alcuni protagonisti della decisione ammisero in seguito che le motivazioni reali erano diverse: l’ex vice segretario alla Difesa Paul Wolfowitz dichiarò che le armi di distruzione di massa erano state soprattutto un pretesto, mentre l’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan sostenne che la guerra era legata principalmente al controllo delle risorse petrolifere.
L’idea di invadere l’Iraq era comunque già presente nei dibattiti politici statunitensi tra il 2001 e il 2002, sostenuta in particolare dal vicepresidente Dick Cheney e dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, esponenti della corrente neoconservatrice. Nonostante la risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che chiedeva collaborazione nelle ispezioni ma non autorizzava l’uso della forza, il 20 marzo 2003 iniziò l’invasione dell’Iraq da parte della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”.

Le operazioni militari furono rapide: il 9 aprile le truppe statunitensi entrarono a Baghdad e la statua di Saddam Hussein venne abbattuta nella piazza davanti all’Hotel Palestine. Nel giro di poche settimane furono occupate città strategiche come Kirkuk, Mosul e Tikrit. Il 1° maggio 2003 Bush dichiarò “Mission accomplished!” dalla portaerei USS Abraham Lincoln (CVN-72). Saddam Hussein venne catturato il 13 dicembre 2003 e giustiziato il 30 dicembre 2006.
La caduta del regime, tuttavia, non portò alla stabilità. Il crollo delle istituzioni generò caos e violenze settarie. La ribellione sciita, a lungo repressa dal potere sunnita, prese forza e tra i leader emergenti vi fu Moqtada al-Sadr, fondatore dell’Esercito del Mahdi. Gli scontri, gli attentati e le operazioni militari continuarono per anni. Nel 2008 Bush decise di aumentare il numero dei soldati con la strategia del “surge”. Gli Stati Uniti completarono poi il ritiro nel 2011.
Il conflitto causò un enorme numero di vittime civili: secondo diverse analisi, tra il 2003 e il 2008 si registrarono oltre 1.200 attentati suicidi con più di undicimila morti.
Tra il 2013 e il 2014 emerse una nuova minaccia: la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, guidato da Abu Bakr al-Baghdadi. L’organizzazione proclamò un califfato con capitale a Mosul e avviò una violenta campagna militare che coinvolse nuovamente gli Stati Uniti, l’esercito iracheno e milizie locali. Le battaglie più sanguinose furono quelle di Falluja nel 2014 e di Mosul tra il 2016 e il 2017. Nel 2017 lo Stato Islamico fu dichiarato sconfitto, e nel 2019 il califfato cessò definitivamente di esistere, anche se cellule terroristiche continuano a operare.
Nonostante la fine del dominio dell’Isis, l’Iraq rimane politicamente fragile, con forti tensioni interne e l’influenza crescente dell’Iran, mentre gli Stati Uniti cercano di limitare il peso delle milizie filo-iraniane nella regione.

Nel 2011 anche la Libia fu travolta dalle proteste legate alle cosiddette Primavere arabe. Le manifestazioni iniziarono in Cirenaica e si diffusero rapidamente contro il regime quarantennale del colonnello Muammar Gheddafi, salito al potere nel 1969 con un colpo di Stato contro il re Idris of Libya. Le proteste degenerarono presto in una guerra tra le forze governative e i ribelli riuniti nel Consiglio Nazionale di Transizione.
La repressione violenta delle manifestazioni portò alla militarizzazione della rivolta. Il 17 febbraio, nella cosiddetta “giornata della collera”, gli scontri provocarono numerose vittime. In breve tempo diverse città della Cirenaica caddero nelle mani degli insorti, mentre le proteste arrivarono anche a Tripoli.
L’intervento internazionale ebbe un ruolo decisivo. Alcuni Paesi occidentali, tra cui la Francia guidata dal presidente Nicolas Sarkozy, sostennero l’azione militare contro Gheddafi. Il 19 marzo 2011 iniziò l’operazione internazionale autorizzata dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che istituì una no-fly zone per proteggere la popolazione civile. Alla missione parteciparono diversi Paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia e Qatar.
Dopo mesi di combattimenti, il 21 ottobre 2011 la città di Sirte cadde nelle mani dei ribelli. Gheddafi, che si era rifugiato lì dopo aver lasciato Tripoli, venne catturato e ucciso poco dopo.
La sua morte pose fine alla prima guerra civile libica ma aprì una lunga fase di instabilità. Nel 2014 esplose una seconda guerra civile che durò fino al 2020 e lasciò il Paese diviso tra due governi rivali: uno con sede a Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale, e uno nell’est del Paese sostenuto dal generale Khalifa Haftar.
Il conflitto è stato alimentato anche dall’intervento di potenze straniere, come la Turchia a sostegno del governo di Tripoli e la Russia a favore delle forze orientali. Oggi la Libia rimane politicamente frammentata, con milizie locali, gruppi jihadisti, reti criminali e tensioni tribali che continuano a rendere difficile una stabilizzazione duratura. Poche settimane fa, l’uccisione del figlio del rais, Saif Gheddafi.
Sorvolando sul caso ‘Venezuela’ dove il regime non è cambiato, ma il dittatore Nicolas Maduro, rapito e incarcerato a New York, è stato sostituito con la vice, Delcy Rodriguez, ci si chiede se, al netto della storia dell’ultimo secolo, l’obiettivo del cambio di regime può essere veramente perseguito in Iran? Lo abbiamo chiesto a Matt Fitzpatrick, ARC Future Fellow e Professore di Storia Internazionale alla Flinders University of Adelaide.
Professor Fitzpatrick, partiamo dai fondamentali: può definire cos’è un cambio di regime? E quali sono gli attori di un cambio di regime?
Il cambio di regime si verifica quando un governo straniero interviene negli affari politici di un altro stato per installare un governo o un sistema di governo che si allinea più strettamente con gli obiettivi politici, economici o geostrategici di quello stato straniero. Spesso, questo comporta l’innesto di attori politici su una popolazione riluttante con la forza. In particolare data la violenza coinvolta nel processo iniziale, questa popolazione non ha motivo di sostenere il governo imposto, anche se è guidato da compatrioti che hanno accettato di cooperare con il potere esterno. Il cambio di regime riflette una mentalità imperiale, l’idea che gli affari politici degli stati stranieri dovrebbero essere costretti ad allinearsi con gli interessi di uno stato più potente.
A quali condizioni un cambio di regime ha davvero successo?
Deve essere un’espressione della volontà della popolazione governata, che sosterrà il nuovo regime non a causa della minaccia di violenza, ma perché la riconosce come al servizio dei loro migliori interessi. Questo tende ad essere il caso solo quando il processo è domestico, non applicato da un esercito esterno. La fine dell’apartheid in Sudafrica o la caduta dei governi nell’Europa orientale sono un buon esempio. In entrambi la minaccia di violenza coercitiva per mantenere il governo precedente è stata ritirata e si è verificato il processo di cambiamento. Questo è ancora un processo disordinato e contestato, ma il governo risultante ha una pretesa di legittimità molto migliore di quella istituita da una potenza esterna.
Rimaniamo a livello generale. Secondo David Petraeus, “la storia ci insegna che i cambiamenti di regime non avvengono senza inviare soldati sul terreno”. Sei d’accordo? O è possibile cambiare il regime senza “stivali a terra”?
Penso che questa sia solo una parte dell’equazione. Come abbiamo visto in Afghanistan e in Iraq, spesso, quegli stivali devono rimanere a terra a tempo indeterminato per proteggere il regime che è stato imposto dall’esterno. Una volta rimosse le truppe, è altamente probabile che gli attori nazionali riprendano la lotta per il potere, sia con la politica che con la forza. Non ho visto alcun esempio in cui gli attacchi missilistici da lontano portino qualcosa di diverso dalla distruzione e da una maggiore determinazione da parte del governo dello stato bersaglio a continuare la sua resistenza. Perversamente, può anche aumentare la legittimità percepita del governo bersaglio a livello nazionale, consentendo a un governo di convincere la propria popolazione che solo loro possono proteggere la propria popolazione da questo attacco esterno.
Un cambio di regime può avere successo se il fronte dell’opposizione è frammentato e disorganizzato e le persone non sono coinvolte (o sono coinvolte in piccola parte)?
Il cambio di regime che non ha alcuna connessione organica con la popolazione locale può essere imposto solo militarmente e poi mantenuto militarmente. Spesso, i gruppi di opposizione sono uniti solo nella loro opposizione al loro governo, avendo opinioni molto diverse su ciò che dovrebbe accadere una volta rimossi. Qualsiasi insediamento duraturo deve consentire il concorso interno tra questi gruppi, di arrivare a compromessi locali e di costruire una coalizione di opposizione con un chiaro senso di ciò che accadrà dopo. Semplicemente strappare un gruppo di opposizione da un’opposizione frammentata e imporli è una ricetta per la guerra civile o la violenza in corso, come abbiamo visto in Iraq e in una certa misura in Libia.
Un cambio di regime può avere successo se le forze armate/apparati di sicurezza del paese non lo sostengono?
Solo se intendi imporre una guarnigione militare a uno stato abbastanza forte da resistere a una sfida delle forze armate e degli apparati di sicurezza del precedente governo. Uno dei tanti errori della guerra in Iraq (il primo a intraprenderla) è stata la de-Baathification, che ha effettivamente inondato l’Iraq con uomini in età militare scontenti e improvvisamente impoveriti che avevano un lavoro retribuito ma ora non avevano più nulla da perdere quando invitati a diventare parte delle forze dedicate ad attaccare l’esercito occupante degli Stati Uniti. L’altra cosa da dire è che, se l’apparato militare e di sicurezza sono già favorevoli al cambio di regime in uno stato che non ha una solida serie costituzionale di processi per il cambiamento politico, il cambio di regime è in gran parte inutile, poiché un colpo di stato interno potrebbe non essere lontano.
Qual è il risultato di un cambio di regime “non accompagnato”? Caos?
Essenzialmente, sì. Senza un impegno per la costruzione dello stato a lungo termine (decenni), un’accettazione delle vittime di massa da parte delle forze di occupazione e infiniti incentivi per una popolazione offesa ad accettare il nuovo regime, tutto ciò che sarà ottenuto è la distruzione di massa e il raggruppamento degli elementi più stridenti rimasti dopo che la violenza degli attacchi iniziali si è attenuata. Va notato, tuttavia, che anche questi progetti di costruzione dello stato a lungo termine imposti dall’esterno raramente hanno successo. Non solo la guerra in Afghanistan lo dimostra, ma l’intera era del colonialismo, che si è conclusa con una richiesta quasi universale dei colonizzati di prendere le proprie decisioni politiche.
Facciamo un rapido excursus degli ultimi ottant’anni di cambiamenti di regime “Made in USA”. Un primo caso di cambio di regime operato dagli Stati Uniti riguarda l’Iran, di cui si parla in questi giorni, e risale al 1953 con l’operazione Ajax contro il Mossadeq che intendeva nazionalizzare l’industria petrolifera iraniana. Lei ha scritto: “Questo sforzo di cambio di regime da parte degli Stati Uniti ha avuto ‘successo’ a breve termine, ma ha portato a una serie di eventi che sono culminati nel regime repressivo che gli Stati Uniti mirano a sostituire oggi”. Perché?
Ha avuto successo a breve termine, nel senso che il Mossadeq non era più in grado di governare l’Iran e continuare la sua politica di nazionalizzazione dell’industria petrolifera. Invece, il potere scorreva nelle mani dello Scià. Gli Stati Uniti in particolare erano molto felici di questo e hanno sostenuto lo Scià con tutto l’hardware militare che potevano come parte della politica dei gemelli pilastri di Nixon in Medio Oriente che mirava a sostenere gli interessi degli Stati Uniti lì e a contenere l’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti hanno addestrato la polizia segreta dello Scià e hanno ignorato tutte le segnalazioni della sua violenta repressione del proprio popolo. Per un po’, questo sembrava funzionare, ma l’eccessiva coercizione dello Scià portò alla rivoluzione iraniana del 1979. Tutto l’hardware militare che gli Stati Uniti avevano venduto all’Iran era ora in possesso dei suoi nemici implacabili. Ora stiamo discutendo di rovesciare questo governo (chiaramente terribile) e di sostituirlo con il figlio dello Scià, forse nella vaga speranza che una nuova politica di pilastri gemelli con l’Iran e l’Arabia Saudita possa funzionare di nuovo. Questa sembra una politica basata più sulla speranza infondata che sull’esperienza storica.
Successivamente, la “Baia dei Maiali” è diventata un simbolo dell’incapacità di rovesciare un governo/regime. Perché quel cambio di regime è fallito?
In parole povere, è stata una cattiva idea, mal eseguita. Si basava sulla premessa che il regime di Castro, se spinto, sarebbe crollato rapidamente. È stato anche un esempio del governo degli Stati Uniti che ha preso troppa attenzione agli elementi esiliati che hanno promesso la terra ma non erano in grado di mantenere. Peggio ancora, convinse il governo cubano che Kennedy non si limitava a sferragliare la sciabola, ma era una minaccia esistenziale per il nuovo regime, portando Castro a superare la sua precoce ambivalenza sul modello sovietico e ad abbracciare l’idea di ospitare missili sovietici. Il risultato è stata la crisi dei missili cubani e la distruzione planetaria evitata per un pelo.
Cosa è andato storto nel caso dell’Iraq?
L’Iraq è stata una cattiva idea dall’inizio alla fine, ed è arrivato al culmine dello stato d’animo dell’arroganza imperiale di coloro che circondavano George W. Cespuglio. La gente oggi dimentica quanto fosse pericoloso il discorso dei primi anni 2000, con molti importanti falchi neoconservatori che dicevano che dopo l’Iraq gli Stati Uniti avrebbero spinto verso la Siria e l’Iran, rimodellando completamente il Medio Oriente secondo gli interessi degli Stati Uniti. La precedente campagna del 1990/91, che aveva problemi propri, almeno aderiva a principi chiari come la costruzione di coalizioni internazionali, un fermo mandato delle Nazioni Unite in atto, forza schiacciante e obiettivi estremamente limitati, vale a dire cacciare l’esercito di Saddam Hussein fuori dal Kuwait. Nessun cambio di regime. La guerra del 2003 è stata l’opposto. Era illegale secondo il diritto internazionale. Ha sottovalutato la quantità di truppe e l’impegno di tempo che sarebbe stato richiesto. E presumeva che il rovesciamento di Saddam Hussein avrebbe portato a trattare le truppe statunitensi come liberatori. L’amministrazione Bush II era stata avvertita che non poteva aspettarsi di effettuare il cambio di regime e la costruzione dello stato senza un impegno quasi aperto in stile coloniale. Hanno semplicemente ignorato questo consiglio, credendo che la loro determinazione potesse sostituire la base materiale del successo.
Cosa è andato storto nel caso dell’Afghanistan, che dopo vent’anni è tornato nelle mani dei talebani?
Mettendo da parte la necessità della guerra, c’era un certo primo (forse non del tutto fondato) ottimismo sul fatto che la costruzione dello stato potesse funzionare qui. Tuttavia, la natura del cambio di regime è che è difficile convincere le persone in un paese che hai a cuore i loro migliori interessi, specialmente quando la guerra è essenzialmente condotta per scopi che hanno tutto a che fare con le esigenze di sicurezza percepite del potere esterno. La libertà per gli afghani, cioè, doveva essere solo un effetto collaterale della sconfitta delle minacce agli Stati Uniti, che si tratti di al-Qaeda o dei talebani (che non dovrebbero mai essere confusi come in qualche modo la stessa cosa). Il governo, che sembrava iniziare con la promessa, è sceso alla clientela e alla corruzione, con gli afghani profondamente risentiti della crescente cleptocrazia. Nel frattempo le misure anti-insurrezione delle forze di occupazione, che vacillavano selvaggiamente tra operazioni “cuori e menti” e dure violenze, hanno portato a una mancanza di sostegno nelle province. In definitiva, le nazioni occupanti avevano una scelta tra la guarnigione più o meno eterna del paese, sostenendo un governo impopolare e infinite operazioni militari contro un nemico che era indistinguibile da chiunque altro nel paese, o rilassarsi e accettare i limiti del loro potere. Partire è stata la decisione giusta. Il modo in cui è stato eseguito è un’altra questione.
Cosa è andato storto nel caso della Libia?
La Libia è un esempio dei pericoli della dottrina della R2P, se applicata in una situazione altamente instabile. Se posso soffermarmi sugli effetti su di esso per un momento, come l’Iraq mostra cosa può accadere quando le forze esterne facilitano la rimozione di un leader potente che è stato crudelmente efficace nel costringere i suoi rivali nazionali alla conformità per decenni. Tutte le forze che si sono accumulate dietro le mura dell’autocrazia sono scatenate. Lungi dal garantire la sicurezza dei libici, ha destabilizzato il Nord Africa. Dal punto di vista egoistico di coloro che sono interessati (io non lo sono) all'”Europa della fortezza”, ha anche trasformato la Libia in un hub di transito per la migrazione africana attraverso il Mediterraneo. C’era una volta molti di questi africani che erano stati in grado di lavorare in Libia.
Cosa è andato storto nel caso della Siria?
La Siria è stata un conflitto molto più disordinato e multidirezionale, e non sono sicuro che si adatti perfettamente allo schema del cambio di regime, in particolare una volta che si getta nel mix l’ascesa e la caduta dell’ISIS e della rivoluzione curda del Rojava. Vale la pena notare che gli attuali tentativi di Damasco e Ankara di distruggere questo esperimento curdo sono di per sé un esempio di tentativo di un violento cambiamento di regime che porterà solo a ulteriori atrocità diffuse e garantiranno che la questione curda non abbia una risposta soddisfacente per un’altra generazione.
Lei ha scritto: “Farebbero bene a ricordare il semplice messaggio della regola del “Pottery Barn” dell’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell per i tentativi di rovesciare i governi: lo rompi, lo possiedi”. Cosa significa? E in molti dei casi menzionati, possiamo dire che un errore fondamentale degli Stati Uniti è stato non avere un piano per il dopo, per la fase successiva alla demolizione del regime esistente?
Powell, va ricordato, ha infranto la propria regola quando ha lanciato il suo destino con l’invasione dell’Iraq del 2003, ma la sua intuizione originale era interessante. Incapsula la posizione dell’esercito americano in un momento diverso, quando ha seguito l’idea di “forza travolgente, obiettivi limitati”. Si riferisce anche al fatto che se distruggi un regime per servire i tuoi obiettivi politici, possiedi i risultati in due modi. Nel primo, ti verrà richiesto di impegnarti nella costruzione di uno stato a lungo termine, senza garanzie di successo, come dimostrerebbe l’Afghanistan. In alternativa, sarai costretto a fare i conti con le conseguenze di qualsiasi forza tu abbia scatenato nel processo (come nella Libia post Gheddafi, l’Iran sotto lo Scià o l’ascesa di Al-Qaeda dalle forze mujahideen anti-sovietiche sponsorizzate dagli Stati Uniti in Afghanistan negli anni ’80). Naturalmente si potrebbe dire che l’errore degli americani è stato un fallimento nel pianificare ciò che accadrà una volta che il bombardamento si ferma. Che ora sembra essere endemico. L’errore molto più importante, tuttavia, è cedere alla tentazione di coinvolgersi nel cambio di regime, pur sapendo che la sua storia è di fallimento a breve o medio termine. Molto meglio fare il duro lavoro della diplomazia e della pressione economica.
“Sì, è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana” Franklin Delano Roosevelt avrebbe detto riferendosi al dittatore nicaraguense Anastasio Somoza García. Possiamo dire che, nel corso della storia recente, i diritti umani e l’esportazione della democrazia sono stati solo un velo ipocrita per coprire le vere motivazioni (strategiche ed economiche) dei cambiamenti di regime che gli Stati Uniti hanno tentato in tutto il mondo e che, invece, l’allineamento dei regimi con gli interessi americani era fondamentale?
Il “velo ipocrita” è probabilmente troppo forte. Penso che molti che sostengono il cambiamento di regime probabilmente credano di non poter peggiorare le cose di quanto non siano già. Si scopre, ovviamente, che puoi. Quindi, quando gli americani normalmente non falchi hanno favorito l’occupazione dell’Afghanistan come mezzo per assistere le donne afghane nella loro situazione, penso che questa fosse una convinzione sinceramente sentita. Ma la premessa della domanda non è del tutto falsa. Il mondo è pieno di stati dittatoriali e solo pochi eletti sono obiettivi di pacificazione violenta o le armi dell’interventismo liberale. Molti di questi sono hub di risorse o si trovano al congiunzione di punti di strozzatura economici globali.
C’è un caso di cambio di regime orchestrato dagli Stati Uniti concluso con successo? Quale?
Nella misura in cui qualcuno ha avuto successo (nel senso di cambiare la politica a medio termine), è stato in luoghi in cui c’è stata un’opposizione chiaramente definita e forte all’interno del paese che è già in movimento per prendere il potere. Ma qui distinguerei tra cambio di regime e sostegno a un colpo di stato. Un esempio di questo potrebbe essere quando Pinochet fece la sua mossa contro Allende in Cile nel 1973. Nixon e Kissinger erano ben consapevoli che questo stava per accadere e hanno fatto tutto il possibile per assisterlo. Gli Stati Uniti erano chiaramente complici qui. Ma questo è molto diverso da un’invasione degli Stati Uniti. Se dovessi nominarne uno, sarebbe l’invasione statunitense di Grenada nel 1983. Ma qui stiamo parlando di un territorio molto piccolo con una popolazione estremamente piccola e un governo alternativo chiaramente definito che aspetta tra le quinte.
Quello fatto di recente in Venezuela – dove il vice di Maduro è stato nominato in carica – può essere conteggiato come un cambio di regime?
Anche qui le ruote stanno iniziando a cadere, con gli Stati Uniti che ora minacciano di incriminare Delcy Rodriguez. È troppo presto per dirlo, ma potrebbe essere che si sia rivelata meno flessibile di quanto si aspettassero. È troppo presto per sapere quale potrebbe essere la fine del gioco di questo rapimento di un leader sovrano. Non è certamente indicativo di uno stato impegnato in un ordine internazionale basato su regole. E che aspetto avrà il Venezuela in futuro è difficile da dire.
Nel caso attuale dell’Iran, nelle prime ore successive all’assassinio del leader supremo Ali Khamenei e dei leader militari, Trump e Netanyahu hanno invitato gli iraniani a prendere il potere. Nelle ore successive, tuttavia, almeno Trump non ha ribadito l’appello, annunciando un possibile invio di uomini “se necessario”. Secondo David Petraeus, non puoi fare a meno di indossare “stivali a terra” e secondo John Bolton, “è necessario che l’esercito regolare e altre istituzioni si schierano con il regime di Teheran (…) Non escludo che a un certo punto serviranno i soldati americani a terra”. Condividi questa analisi sul caso iraniano? O è possibile cambiare il regime dall’interno da parte di un popolo che non è in armi, nonostante un’opposizione frammentata e disorganizzata, senza una leadership alternativa e la forza ancora detenuta dal pasdaran?
Come ho detto prima, non riesco a immaginare una situazione in cui gli Stati Uniti ottengano ciò che vogliono solo attraverso la potenza aerea, a meno che le forze armate iraniane non disertino inaspettatamente e uniformemente. Non ne vedo alcun segno. Se le truppe statunitensi dovessero invadere, farebbero bene a studiare con largo anticipo quanto velocemente un’operazione militare apparentemente ben eseguita si trasformi in un’occupazione senza fine e mortale.
All’inizio, Trump aveva dichiarato che si sarebbe occupato della futura gestione, poi sembra aver cambiato idea. “Una volta che indichi il cambio di regime come un obiettivo, diventa il metro del successo”, ha detto David Petraeus. A questo punto, quindi, qual è la vittoria per Washington e Tel Aviv?
Questa è la domanda chiave che rimane senza risposta e non sono convinto che ci sia una strategia di uscita sulla scrivania di chiunque o che gli Stati Uniti e Israele si aspettino le stesse cose da questa guerra. Cos’è la vittoria in Iran? È la distruzione di caserme, alcune strutture scientifiche (o scuole primarie), la decapitazione dell’attuale leadership (che viene già sostituita mentre parliamo da altri lealisti)? È la distruzione dell’intero sistema di governo, la rimozione di tutte le precedenti élite politiche e religiose dal potere? Sperano di avere una nuova monarchia costituzionale sotto uno scià che firmerà felicemente un accordo di pace con Israele? Per quanto tempo un tale governo avrebbe bisogno della protezione militare degli Stati Uniti? Immaginano di poter creare rapidamente uno stato democratico lungo le linee americane o europee e semplicemente lasciare la regione? La prima opzione, una breve campagna di bombardamenti seguita dalla dichiarazione di vittoria, sarebbe una dimostrazione di forza schietta e in definitiva inefficace, una versione della precedente politica di “falciare l’erba” di Israele a Gaza scritta in grande e una rierun dei bombardamenti dell’anno scorso. L’altro è un ritorno in Afghanistan o in Iraq, con la conseguente violenza di massa. Voglio sottolineare che entrambi sarebbero un disastro per il popolo iraniano stesso e un grande disservizio per coloro che hanno recentemente rischiato tutto per sfidare il governo iraniano per le strade. Mentre possono accogliere questa assistenza straniera a breve termine (sperando che il nemico del mio nemico sia il mio alleato), l’esperienza dei curdi della regione e il prezzo che hanno pagato per le promesse di assistenza dagli Stati Uniti dovrebbero essere tenuti a mente.
In queste ore, il regime non sembra crollare, ma addirittura nominare la nuova Guida Suprema, il figlio del defunto Ali Khamenei. Perché è ancora forte? E un attacco militare come quello in corso non finirà per rafforzare il regime dell’ayatollah e il sentimento antiamericano e anti-israeliano?
Sono d’accordo. Abbiamo visto a Gaza che, anche dopo la violenza radicale che è stata applicata lì da Israele, il giorno dopo che la sparatoria si è fermata, gli agenti di Hamas sono riapparsi e si sono riaffermati sul terreno. Non sono meno contrari a Israele di quanto non fossero. Questa capacità per il regime di riprendersi sembra ancora più probabile in una nazione cinque volte più grande della Germania e con 90 milioni di persone. Proprio come nel caso della de-baathification in Iraq, così anche qui, non possiamo aspettarci che il regime capitoli semplicemente rapidamente. Anche se implode sotto il peso dei bombardamenti, molto più probabile è quello che è successo in Iraq e in Libia – l’apparato coercitivo dello stato si è semplicemente frammentato in campi rivali, ognuno disposto a premere le proprie rivendicazioni attraverso la violenza, portando a una guerra civile prolungata. Questo potrebbe ovviamente adattarsi all’obiettivo militare di un Iran indebolito e non nucleare. Ma non è certo un piano coerente per il cambio di regime o il miglioramento del destino del popolo iraniano.
Prima ci siamo ricordati della “regola Pottery Barn” (“Lo rompi, lo possiedi”). A proposito degli eventi attuali in Iran, scrivi: “La visione da Washington sembra essere che puoi semplicemente rompere gli stati e sperare che qualcun altro lo aggiusti per te”. Secondo te, quindi, Donald Trump non ha davvero un piano per l’operazione post-militare in Iran? Quali rischi può avere questo?
Donald Trump non mi ha mai colpito come pensatore strategico, e questa operazione non ha cambiato la mia opinione su questo. Non saprei nemmeno dire quanto sia stato importante nella pianificazione di questa guerra. Sembra che la pianificazione iniziale sia stata fatta da Israele. Certamente non ho visto nulla che assomigli lontanamente a un pensiero a medio o lungo termine su questo. Odio ammetterlo, ma una parte di me sta tenendo d’occhio le elezioni di medio termine negli Stati Uniti e la possibilità che Trump sia felice di usare l’Iran come mezzo per neutralizzare la sua apparente impopolarità interna. Se questo è il caso, parlare di cambio di regime cadrà presto e farà quello che ha fatto nel giugno 2025 – semplicemente dichiarare con poche prove concrete che tutti gli obiettivi sono stati soddisfatti e consentire al governo iraniano di riorganizzarsi.
Il Washington Post scrive, citando una fonte, che “il regime in Iran ha il controllo totale del paese”. Il Washington Post cita una fonte, secondo la quale l’intelligence statunitense non ha rilevato alcun segno di rivolte o defezioni in Iran. Finora, l’apparato statale coercitivo e amministrativo è solido. Il regime iraniano è “costruito per gestire gli shock”? Possiamo aspettarci che sopravviva a questa crisi? Esiste il rischio di guerra civile?
Il rischio di guerra civile aumenta se nel tentativo di far rispettare il cambio di regime comporta un’invasione di terra e gli Stati Uniti si muovono per smantellare l’apparato di sicurezza dello stato, frammentando il controllo centrale sulle armi, i soldati e le risorse. Ma la domanda è quali sono le linee di faglia lungo le quali scoppierebbe una tale guerra civile? Differenze politiche tra monarchici, democratici e aderenti al vecchio regime? O differenze etniche? Ho notato che gli Stati Uniti stanno tentando di incoraggiare i curdi a entrare nella mischia. Questo sembra un tentativo di suscitare una guerra civile lungo linee etniche – uno sviluppo estremamente sconsiderato con l’obiettivo a breve termine di deviare le truppe iraniane per affrontare il separatismo curdo. Ho guardato Rojava con una certa ammirazione, tuttavia, se la guerra degli Stati Uniti in Iran non ha successo, tuttavia, cosa succede ai curdi iraniani allora? Quali garanzie offrono gli Stati Uniti? La storia suggerisce pochi, se non nessuno.
Durante un evento alla Casa Bianca, Trump si è poi rivolto all’esercito iraniano, affermando: “Invito ancora una volta tutti i membri della Guardia Rivoluzionaria iraniana, l’esercito e la polizia a deporre le armi”. Ora, ha aggiunto Trump, “è tempo di schierarsi con il popolo iraniano e aiutarli a ricongiursi il loro paese. Dopo tutti questi anni, avrai l’opportunità di riavere il tuo paese. Accetta l’immunità, te la daremo.” Il presidente ha poi concluso promettendo ai militari: “Sarai perfettamente al sicuro con l’immunità totale, altrimenti affronterai una morte assolutamente certa, e non voglio vedere questo”. Nessuna crepa al momento nelle forze armate, giusto?
Non ne vedo nessuno, ma sono troppo lontano per valutare accuratamente lo stato di coesione in situ. Direi che probabilmente al momento ci sono pochissimi all’interno dell’Iran che sarebbero ansiosi di essere visti come portanti il mantello dell’eredità del potere dagli Stati Uniti. Nel clima attuale non sono sicuro che sopravviverebbero abbastanza a lungo da godere della promessa immunità totale offerta da Trump. Ma questo deve ancora essere messo alla prova da una grave invasione di terra. Altri teatri di guerra suggeriscono che anche in caso di un’invasione terrestre, queste forze potrebbero sembrare sciogliersi, disertare o essere sconfitte rapidamente in una falsa sconfitta, solo per riemergere come un movimento di insurrezione a lungo termine che impantana l’esercito degli Stati Uniti in una guerra di logoramento.
È possibile una dittatura militare del pasdaran?
È possibile, ma improbabile, almeno al momento. E questo non è proprio lo stesso regime forse con sfumature meno appientemente teocratiche? Cosa cambierebbe in termini di politica estera e interna dell’Iran? Questo sarebbe accettabile per i manifestanti che hanno sfidato il regime per le strade? Non sono sicuro che sia una soluzione che cambia molto. Nella migliore delle ipotesi, consentirebbe agli Stati Uniti e a Israele di rivendicare la vittoria e disimpegnarsi per altri 12 mesi.
“Lavoreremo con il popolo e il regime per garantire che qualcuno arrivi al potere che possa costruire un Iran migliore, ma senza armi nucleari”. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lo ha dichiarato in un’intervista a Politico, sottolineando che gli Stati Uniti aiuteranno a “fare la scelta giusta” perché vogliono evitare di avere un leader dell’Iran “che porterà a dover rifare tutto questo in 10 anni”. Alla domanda su quanta influenza si aspetta di avere sulla futura leadership iraniana, Trump ha risposto: “Avrò un grande impatto, altrimenti non ci sarà alcun accordo”. Infine, ha ribadito la sua opinione negativa sul figlio del defunto Ayatollah Ali Khamenei, che è in corsa per diventare la nuova Guida Suprema. “Ora stanno guardando il loro figlio. Il motivo per cui il padre non voleva affidare il potere a suo figlio è che lo considerano incompetente”, ha concluso. In queste ore, è stata confermata l’indiscrezione secondo cui a succedere ad Ali Khamenei sarebbe il figlio Mojtaba. Trump, quindi, non ha influito per nulla…
Data la miscela di autorità religiosa e politica in questa posizione, mi ha ricordato il desiderio della Cina di decidere chi potrebbe essere il prossimo Dalai Lama e penso che abbia più o meno le stesse possibilità di successo. Da quando Napoleone ha invaso l’Egitto, l’unica cosa che sigilla davvero il destino di un esercito invasore è stato sbagliare negli affari religiosi degli occupati. Detto questo, la misura in cui Mojtaba Khamenei è una figura consensuale nell’establishment e se l’Iran scenderà nella linea nordcoreana di creare un principio dinastico di leadership non è chiaro. Potrebbe esserci un po’ di rimescolamento del mazzo, anche se le ostilità cessano rapidamente. Ha anche bisogno di sopravvivere al periodo intermedio prima che si possano prendere decisioni a lungo termine.
Reza Pahlavi è ancora in gioco?
Pahlavi è certamente una figura che molti nella diaspora trovano attraente, ma poi le scorte dell’ultimo Scià sono sempre state più alte tra questa coorte rispetto ad altre. Penso che sia altamente dubbio che possa essere innestato nella politica iraniana senza qualche grave attrito. Anche Donald Trump sembra accettarlo.
Come risponderebbe a coloro che pensano che dopo questo conflitto la democrazia fiorirà in Iran?
Non sono certo uno di quelli che dicono che la democrazia è incompatibile con le società islamiche – penso che l’Indonesia, ad esempio, dimostri che non ci sono difficoltà intrinseche in questo senso. In questa misura rimango fiducioso per il futuro. Ho solo seri dubbi su questo attuale approccio alla democratizzazione, che, oltre a costituire una grave violazione del diritto internazionale, è controproducente. Ho visto poche prove che gli Stati Uniti possano bombardare e costringersi con successo ad accettare norme democratiche liberali o forzare il cambio di regime attraverso un assalto aereo. Se gli iraniani si spostano verso una forma di democrazia, penso che richiederà qualcosa di molto diverso da quello che stiamo vedendo attualmente.
