Le storie vanno raccontate tutte, dall’inizio, e le ‘norme’ o si conoscono o è meglio non usarle a sproposito. Proviamo a spiegarlo

 

In un dibattito a notte fonda, nella trasmissione di Formigli ‘Piazza Pulita‘ si sono affrontati, alquanto duramente, due persone molto note: Paola Caridi, giornalista, storica, conoscitrice attenta del Medio Oriente e del conflitto Israelo-palestinese ed Emanuele Fiano, già deputato del PD e sostenitore della legalità” di Israele ma anche dell’idea di un qualche riconoscimento della Palestina.

Ne riferisce con brillante sintesi il Fatto Quotidiano, che titola: «Scontro Fiano-Caridi: “la fondazione di Israele è legale”, “Israele è nato cacciando i palestinesi”». Discussione che merita, se permettete, una piccola spiegazione e una integrazione da parte mia.

La spiegazione, innanzitutto.

Ho scritto “a notte fonda”, perché il dibattito c’è stato (e questo, è un merito) ma in una fascia oraria certamente seguita da pochi se non pochissimi. Niente da ridire, salvo una cosa: se la TV serve a qualcosa, deve essere anche utile, ripeto “anche”, ad informare a fondo la gente, se non altro per evitare che, se ne resti in poltrona oppure che vada in piazza ripetendo slogan più o meno eterodiretti. Specie in un momento come questo, nel quale tante persone protestano per i massacri in corso e dunque meriterebbero di essere aiutate a comprendere bene le cose, a “sapere” come sono andate e non a reagire “solo” all’impulso di protestare per il massacro in sé o peggio. Specie se di quei massacri si parla in quanto clamorosi nel “nostro” mondo, mentre restano non visti altri e altrettanto mostruosi massacri.

Ma la logica della TV pare sia ‘altra’, anche se non è il caso di Formigli. È la logica dell’annuncio di grandi massacri nella guerra x o y, «ma non mostriamo le immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità». Eh no, non è così: se la gente vedesse che cosa sono realmente i massacri in Palestina, in Iran, in Libano, in Ucraina, in Sudan, ecc. e fosse informata delle ragioni dell’uno e dell’altro, capirebbe meglio che la guerra non è un video gioco. Specie quando, poi, magari si mostrano i massacri “politicamente corretti”, perché coerenti a certe tesi e non gli altri … che, invece, riguardano persone di “seconda qualità”.

Ma si sa: viviamo in una Paese (anzi viviamo in moltissimi Paesi) dove se uno viene arrestato e torturato da Israele, lo ‘fa’ (!?) perché così ha più risposta mediatica, non per un desiderio, magari infantile e finanziato da chi sa chi, di fare cessare quei massacri! Parlare sempre di strumentalizzazioni di questo o quello, ivi compreso il mitico Soros, non cambia il fatto che la gente protesti perché percepisce che quei massacri sono immondi, a prescindere.

E torniamo a noi, alla ‘integrazione’, come ho scritto.

Paola Caridi, con grande scandalo di Emanuele Fiano, ricorda che Israele fu costituita sul territorio su cui abitavano altri popoli, altra ‘gente’, sottraendo il territorio ad altri e insomma rubandolo anche se all’inizio alcuni terreni vennero comprati … ma solo alcuni. Un altro popolo, aggiungo io, che possedeva quei territori anche solo in uso, perché la Turchia (l’impero ottomano, per l’esattezza) riteneva di essere proprietario di tutti i territori, che poi ‘concedeva’ a chi li volesse coltivare. Popolo non proprietario di quel territorio, ma di certo popolo di quel territorio, nel senso del diritto internazionale … e perciò l’unico possibile titolare della relativa sovranità.

Da parte sua, Fiano ripeteva all’ossessione una sola frase: Israele è uno Stato legale. E spesso lo motivava affermando che era nata sulla base di una risoluzione delle Nazioni Unite del 1947.

E dunque: hanno ragione entrambi ed entrambi torto, torto perfino marcio.

A mio parere, le storie vanno raccontate tutte, dall’inizio, e le ‘norme’ o si conoscono o è meglio non usarle a sproposito. Provo a spiegarlo in due righe, proprio due.

Quella che oggi si definisce (giuridicamente e storicamente parlando) la “Questione della Palestina”, non nasce né il 7 Ottobre 2023, né nel 1973 (guerra del Kippur) né nel 1967 (la “guerra dei sei giorni”), né nel 1948 (guerra cosiddetta arabo-israeliana, che in Israele qualcuno chiama guerra di “Indipendenza”) ma molto, molto prima: a dir poco nel 1917 con la Dichiarazione Balfour (il Ministro degli esteri inglese) nella quale si prometteva agli “ebrei” – in cambio di forti prestiti dai banchieri Rotschild! E nell’ambito di una brutale “spartizione” del Medio Oriente tra Francia e GB, con gli accordi Sykes-Picot del 1916 – la costituzione di un nucleo «nazionale» in Palestina, al momento ancora sotto dominazione coloniale ottomana. Ma, in realtà, ancora molto prima, addirittura nel 1898, quando nel secondo congresso del Partito Sionista si cominciò ad accarezzare l’idea, confermata nel 1905, di costituire uno “stato rifugio” per gli ebrei dell’intero mondo, in un “territorio senza popolo” come la Palestina, nel quale “ricostruire” una “nazione” solo ebraica … molto dopo realizzata da Israele con la oscena legge fondamentale sulla “ebraicità” dello stato di Israele, che perciò si definisce di sua iniziativa come stato razzista: cioè illecito.

“Partito”, avete letto bene. Perché il sionismo è una formazione politica che si ripromette quell’obiettivo, dopo avere discusso della possibilità di trovare uno spazio disponibile in Argentina e poi in Uganda. Tutte cose difficili da ottenere e comunque molto lontane dalle persone eventuali destinatarie di questa costruzione, in grandissima parte europei e statunitensi, poco propensi a trasferirsi in territori così impervi e “lontani”. E nemmeno si parlava allora (oggi lo si dà per scontato, ma è un falso) della “ricostituzione” di un vecchio stato di Israele, mai esistito nella realtà se non, forse e molto debolmente, nel periodo tra il 500 a.C. (intorno al 170, se non sbaglio) e il 63 a.C., quando fu conquistato da Roma: Gesù Cristo fu condannato da Ponzio Pilato.

Dico ciò soltanto per ricordare che il problema della Palestina non può essere riferito ad una sorta di riconquista di un “proprio” stato, ma più “semplicemente” ad una tipica mentalità, oggi diremmo suprematista, ma all’epoca sostanzialmente colonialista, destinata a trovare una collocazione fisica in un posto “sicuro” rispetto all’insicurezza del presente, da prendere per sé, senza alcuna motivazione, diciamo così “patriotica”! e se poi il “posto” è già occupato da altri, tanto peggio, li cacciamo! Tanto è vero che quando Lord Balfour fece quella Dichiarazione, parlò appunto di creazione di una casa “nazionale” per gli ebrei, i quali in realtà, grazie alla nascita del patito sionista, hanno costruita l’idea di una patria preesistente e quindi di un “rientro”.

Sta in fatto, peraltro (e così passiamo alle affermazioni di Fiano) che a partire dagli inizi del ‘900 molti ebrei – dove “molti” significa qualche decina di migliaia! –  si trasferiscono in Palestina, spesso acquistando terreni dagli abitanti locali, i palestinesi – molto più numerosi, come ancora oggi! I quali palestinesi, sono a loro volta, cosa diversa dagli “arabi”, come li chiamano sprezzantemente oggi gli israeliani. Spesso, ripeto,acquistando appezzamenti di territorio, ma altrettanto spesso e poi sempre più spesso, appropriandosene con la forza, anche e specialmente da quando la GB diventa il “sovrano” coloniale del territorio e permette la costituzione di strutture amministrative e finanziarie dei sionisti che mano a mano si “trasferiscono” lì, con la copertura a corrente alternata degli inglesi … fino ad oggi quando si costringe un palestinese a disotterrare un morto della sua famiglia, perché sepolto in preteso territorio israeliano.

Gli inglesi, peraltro, diventano progressivamente, veri e propri nemici per i sionisti, tanto che già nel 1930 parte della amministrazione britannica della Palestina, proponeva al Governo britannico di dividere fin da allora il territorio tra ebrei e palestinesi. Su ciò non mi dilungo perché ne ho già parlato in termini scientifici con monografie e articoli scientifici, prima che giornalistici.

Qui, però sta il punto e la “cattiva” descrizione della realtà da parte del sig. Fiano.  I futuri israeliani, infatti, si propongono, a cavallo della seconda guerra mondiale, di allontanare la GB dal territorio (anche mediante attentati sanguinosi) per poi, ripeto poi, costituirsi in stato autonomo. Un’idea molto intelligente perché per il diritto internazionale un soggetto nasce solo in due modi possibili: o si “auto-costituisce”  (parola molto disprezzata da gran parte del “giornalismo” e purtroppo non solo, italiano) mostrando di essere in realtà (tecnicamente si dice “effettivamente”) esistenti e capaci di impedire ad altri di farli nascere e vivere, oppure “deriva” da un altro soggetto ad esempio coloniale (nel caso sarebbe stata la GB) o anche uscendo da una Confederazione come nel caso degli stati nati dallo scioglimento della “Confederazione” della Unione Sovietica o per cessione da parte di uno stato, ecc.

Il primo caso (spesso utilizzato nei corsi di diritto internazionale per la sua esemplarità) è stato quello scelto da Israele. Dove, già prima della «Dichiarazione sulla costituzione dello stato di Israele», Ben Gurion e i suoi collaboratori avevano preparato l’occupazione con la forza di una parte del territorio abitato dai palestinesi: sostanzialmente la parte considerata già suscettibile di autonomia dalla amministrazione britannica negli anni ’30 del secolo scorso.  

Territorio che, già prima della nascita di Israele nella primavera del 1948, veniva delineato dalla Assemblea Generale delle NU (la famosa risoluzione 181 del 1947) con veri e propri confini … futuri: e infatti la GB votò contro quella risoluzione!

Evitando di essere definibili “successori” della GB, il nuovo stato evitava di dover assumere come propria la legislazione britannica ed era libera di, diciamo così, “fare da sé”, specie con riferimento al territorio, in grandissima parte acquisto dall’appena costituita Israele con la forza, cacciando i palestinesi da, temo, anche più che i 500 villaggi palestinesi.

Peraltro, e anche questo Fiano lo dimentica, la risoluzione delle NU non ha alcun valore vincolante: per Statuto le risoluzioni dell’Assemblea Generale sono solo «raccomandazioni», cioè atti non obbligatori, anche se (secondo una buona parte della dottrina internazionalistica, che io condivido fin dalla mia monografia del 1987 e poi da quella del 1994!) chi volesse applicarla, non può esserne impedito, purché sia legittima! Ma, appunto, purché non solo sia legittima, ma sia rivendicata da chi sia già un soggetto di diritto internazionale e abbia, magari, costituito uno stato. Proprio per ciò, nella Dichiarazione israeliana, si fa un esplicito richiamo a quella risoluzione, come fonte “legittimante” della propria auto-costituzione in soggetto di diritto internazionale, ma non come legittimazione a quello specifico territorio, che può diventare oggetto della sovranità del nuovo soggetto di diritto internazionalesolo se non illecita.

Meno che mai, infine, i territori successivamente “conquistati” (la conquista nel diritto internazionale non esiste) dal nuovo soggetto, in quanto tale perfettamente legittimo (stia tranquillo Fiano) ma non rispetto alla sua definizione territoriale, a maggior ragione se acquisita con la forza … già prima che la “mitica” coalizione dei paesi arabi circostantiattaccasse Israele: dico mitica perché in realtà è esistita solo sulla carta e senza alcun coordinamento. Ma ha permesso ad Israele di acquisire illecitamente i territori conquistati fin dal 1948, perché fino a quella data, solo una minima parte della Palestina, era abitata massicciamente dai sionisti immigrati, ancora nell’ordine delle centinaia di migliaia.

Perciò ho sottolineato prima che quella ipotesi di legittimità di una raccomandazione di per sé non vincolante, vale solo se essa sia, o sia stata, legittima. E ciò non è, lo dico solo incidentalmente, perchè quella risoluzione viola profondamente il principio di autodeterminazione dei popoli! E quindi, benché approvata dalla AG delle NU era ed è di per sé illegittima, se non altro perché dispone di un territorio, affidandolo a chi non lo rappresenta per nulla: i sionisti erano e sono una minoranza ed erano e sono occupanti di un territorio che, giuridicamente, non può essergli legittimamente attribuito, ammesso e non concesso, che, nel diritto internazionale, vi sia la possibilità di “attribuire” un territorio.

Direte: e i palestinesi? I palestinesi (che poi sono, approssimativamente, i Filistei della Bibbia) hanno sviluppato una propria coscienza nazionale, proprio in seguito e a causa della immigrazione sionista in Palestina: detto, sia chiaro, con molta approssimazione. E la hanno esercitata effettivamente e autonomamente, di certo dopo la guerra del 1967, ma verosimilmente durante e dopo l’occupazione dei 500 villaggi, la Nabka, per i palestinesi. E poi ancora, con la costituzione della OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e infine sottoscrittore del trattato di Oslo, firmato dinanzi a Clinton, in USA sul prato della Casa Bianca  … e poi stracciato dagli stessi USA e da Israele.

Di Giancarlo Guarino

Giancarlo Guarino è Professore ordinario, fuori ruolo, di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Napoli Federico II. Autore di varie pubblicazioni scientifiche, specialmente in tema di autodeterminazione dei popoli, diritto penale internazionale, Palestina e Siria, estradizione e migrazioni. Collabora saltuariamente ad alcuni organi di stampa. È Presidente della Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale, che, tra l’altro, distribuisce borse di studio per dottorati di ricerca e assegni di ricerca nelle Università italiane e straniere. Non ha mai avuto incarichi pubblico/politici, salvo quelli universitari.