Ricucire lo strappo giunto come un fulmine a ciel sereno è anche nell’interesse degli USA. La Casa Bianca è ancora in cerca di una via d’uscita dignitosa da una crisi complessa, che potrebbe rivelarsi politicamente assai costosa

 

Lo strappo degli scorsi giorni fra Donald Trump e il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è giunto come il classico fulmine a ciel sereno dopo che – per mesi – il Presidente aveva espresso giudizi più che favorevoli nei confronti del premier italiano. Quando, agli inizi di aprile, il governo italiano aveva negato alle forze USA impegnate in Iran l’uso della base aerea di Sigonella, entrambe le parti si erano impegnate a minimizzare la portata dell’episodio, derubricato a semplice questione formale. Nei giorni seguenti si era parlato di un possibile coinvolgimento di Roma nelle operazioni di bonifica dello stretto di Hormuz insieme ad altri Paesi europei; un impegno al quale il governo si era detto disponibile, anche se solo “in una fase post-conflitto e in presenza di adeguate condizioni politiche. Dietro l’inasprimento delle tensioni c’è anzitutto il deterioramento della situazione seguito al fallimento dei primi colloqui di Islamabad. L’imposizione da parte della Casa Bianca di un ‘controblocco’ per colpire l’export iraniano è stata fortemente criticata da tutti gli alleati europei e nessuno dei partner ha accettato di contribuire alla sua attuazione o alla messa in sicurezza della via d’acqua in assenza di un cessate il fuoco stabile fra le parti.

Per Washington, la presa di posizione italiana è stata forse la più inattesa. Il governo Meloni ha sempre dichiarato di volere agire da ponte fra Europa e Stati Uniti, una posizione che, negli scorsi mesi, ha portato – oltre a varie critiche interne – anche ad alcuni screzi con i partner europei. Dopo la sconfitta di Viktor Orbán nelle elezioni ungheresi del 12 aprile, il Presidente del Consiglio poteva puntare a proporsi come nuovo interlocutore privilegiato di Trump, capitalizzando l’investimento politico maturato nei mesi passati e, al contempo, consentendo alla Casa Bianca di continuare a disporre di un alleato affidabile nel Vecchio continente. La decisione su Hormuz, se non fa venire del tutto meno questa possibilità, mette comunque in luce uno scarto evidente fra Roma e Washington, privando gli USA di una sponda tanto più importante quanto la loro posizione appare, oggi, indebolita. Questa sensazione di debolezza può contribuire a spiegare la reazione ‘sopra le righe’ della Casa Bianca: lo ‘smarcamento’ italiano, di fatto, ha privato l’amministrazione Trump di quello che avrebbe potuto essere il suo nuovo referente europeo e ha rappresentato uno smacco pubblico e inatteso – ricevuto da un alleato sino allora consideratoa tutta prova.

L’interrogativo principale riguarda le possibili conseguenze dello strappo. Nei giorni successivi agli attacchi di Trump, il Presidente del Consiglio ha incontrato i partner europei per definire una linea d’azione condivisa per il Golfo: un fatto che sembra marcare un’ulteriore presa di distanza da Washington. Il fatto, poi, che Meloni abbia incontrato di persona i leader francese, tedesco e britannico in una sorta di ‘prevertice’, accreditando l’idea di un possibile ruolo dell’Italia all’interno di una ‘cabina di regia’ europea, sembra confermare questa impressione. Nei fatti, però, la situazione potrebbe essere più fluida. Anche in sede europea, il governo italiano ha ribadito la disponibilità a schierare forze per la messa in sicurezza di Hormuz, alle condizioni già indicate e con l’approvazione del Parlamento; una posizione non diversa da quella già sostenuta e che per quanto concerne la realizzazione delle condizioni di sicurezza richieste rilancia la palla nel campo statunitense. In questo senso, è degno di nota che l’opportunità di un coinvolgimento di Washington nelle operazioni future sia stata messa in evidenza anche dal cancelliere Merz, che oggi appare il partner più in linea con le posizioni di Roma, almeno sul tema dei rapporti con gli Stati Uniti.

Non bisogna dimenticare, poi, che ricucire lo strappo è anche nell’interesse degli USA. La Casa Bianca è ancora in cerca di una via d’uscita dignitosa da una crisi complessa, che potrebbe rivelarsi politicamente assai costosa. In questa prospettiva, contare sul sostegno degli alleati potrebbe ancora essere utile. La ripresa dei colloqui di Islamabad è un chiaro segnale che Washington non ha abbandonato l’idea di chiudere la querelle per via negoziale. In questo caso, il contributo europeo alla gestione del post-conflitto, da una parte, permetterebbe alla Casa Bianca di scaricare su altre spalle una parte degli oneri che l’impegno comporterebbe; dall’altra, le consentirebbe di rilanciare le sue credenziali di leader in una fase in cui queste sembrano piuttosto appannate. Uno scenario di questo tipo potrebbe, a sua volta, riportare in gioco le ambizioni di ponte dell’Italia. Non è una partita facile e la volatilità delle posizioni di Trump aggiunge un ulteriore fattore di complessità all’equazione. Si tratta comunque di una partita che sembra essere nelle corde del Presidente del Consiglio e che – come già osservato in altre occasioni – è forse quella che meglio si attaglia al profilo dell’attuale governo e alla sua posizione nei confronti dei partner europei.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.