Il senso del profitto non è più assumere una direzione esclusiva verso i soggetti economici-shareholders delle imprese, ma piuttosto anche l’orientamento ad obiettivi sociali, ambientali e di governance (ESG) utili per il mantenimento e la rivitalizzazione del sistema socio economico e per il successo dell’impresa stessa
Dare un senso al profitto vuol dire integrare utilità e vantaggio per gli ‘stakeholders’ e ‘i soggetti economici-shareholders’. Si sostanzia nella convinzione che il profitto fine a se stesso non può rappresentare l’obiettivo ultimo ed esclusivo dell’azienda, ma il profitto è un mezzo.
Infatti, l’obiettivo di tutte le imprese è la massimizzazione relativa e funzionale del profitto sempre nel rispetto di un equilibrio economico-finanziario a valere nel tempo. Non è la massimizzazione assoluta ed opportunistica del profitto.
Alcuni riferimenti di imprese profit, certamente non esaustivi, che danno un senso al profitto sono: Patagonia – “Profitto come strumento per salvare il pianeta”, Danone – l’impresa come “ecosistema di salute”, IKEA – profitto per migliorare la vita quotidiana, Ferrero spa con il profitto come responsabilità verso comunità e lavoratori, Brunello Cucinelli – “Capitalismo umanistico”, Illycaffè – qualità come valore etico ed economico, Unilever – “Profitto responsabile e sostenibile”,E tante altre imprese.
Un punto di partenza è come ‘dare un senso al profitto’ inteso come remunerazione dell’imprenditore o comunque dei portatori di interessi che si assumono il rischio economico dell’attività (shareholders).
Le imprese devono dare un senso al profitto per riequilibrare il sistema e permettere alla gente di esercitare le proprie capacità di well being e di consumare in logica consumeristica per innescare il circuito virtuoso della ‘produzione-consumo-produzione’.
Il SENSO DEL PROFITTO non è più assumere una direzione esclusiva verso i soggetti economici-shareholders delle imprese, ma piuttosto anche l’orientamento ad obiettivi sociali, ambientali e di governance (ESG) utili per il mantenimento e la rivitalizzazione del sistema socio economico e per il successo dell’impresa stessa. Per fare questo è necessario anche avere chiaro le definzioni economiche del finalismo contabile generale dell’impresa.
In primis le imprese generano valore inteso come concetto generale e astratto di “attività utile” (che ha in sé la tensione verso il “valore aggiunto”) direttamente o indirettamente per le persone “uti singuli” o in comunità sociale e, da questo ,discende l’imperativo che “tutte le aziende devono produrre valore”.Contribuire ad elevare le condizioni del benessere della comunità e dei territori.Orientamento al .bene comune e bene collettivo non solo di tipo economico, ma anche sociale.
Generare valore può voler dire produrre reddito che in economia aziendale indica l’insieme dei valori concreti e quantificati della forma dei “valori di scambio” e quindi consente di dare un giudizio sul livello di risposta (soddisfacente o non soddisfacente) che viene data a tutti i portatori di interesse (gli stakeholders) quali lavoratori(dipendenti e non dipendenti), ai conferenti di capitali (“shareholders” a titolo di proprietà o di prestito), clienti, fornitori, amministrazione pubblica (che si attende tributi) ecc..
Infine dopo aver generato valore e prodotto reddito si può avere profitto e utile(o perdita);questo concetto esprime il risultato contabile differenziale tra valori di scambio e rappresenta una “misura quantificata” del profitto tanto che i due termini sono spesso usati come sinonimi nella pratica ed a volte anche nella teoria.
Il profitto ha SENSO quando diventa strumento di impatto sociale e di valore condiviso. Non definisce lo scopo ,ma lo sostiene.” Il profitto come mezzo, non come destinazione. Il punto non è demonizzare il profitto. Il punto è ripensarlo. Il margine non è illegittimo: è indispensabile. Ma cambia funzione. Il profitto diventa: motore di innovazione, riserva per i momenti di crisi, leva per i servizi, garanzia di continuità, strumento di sviluppo di comunità..
L’impresa che produce valore sociale produce anche valore economico più stabile e duraturo.
Ma il senso deve essere misurato e valutato tramite degli indicatori. Quindi è necessario creare un rating di impatto sociale per qualsiasi impresa-azienda nonché attuare scelte a breve per cui l’interesse degli azionisti non può essere prevalente ed esclusivo, le differenze retributive fra il top management e la base dei dipendenti deve diminuire.
In quest’ottica ill top management ridimensiona la forbice fra la sua retribuzione e quella dei dipendenti aumentando la distribuzione del valore fra gli stakeholders interni all’azienda.
È necessario far convergere parte del “variabile” della retribuzione del management nella parte fissa e quindi verificare qual è il moltiplicatore differenziale fra retribuzione top e retribuzione di base. Una banale rilevazione da parte della commissione retributiva nelle spa. Per esempio, la parte del variabile si lega a risultati interni ed esterni di welfare aziendale per esempio collegandolo ai BES (Benessere Equo Sostenibile) con una fiscalità premiale.
Il profitto razionalmente equilibrato e come massimizzazione relativa e non assoluta, è motore che genera valore condiviso come ‘purpose’ sia per gli investitori sia per i consumatori (shareholderism e stakeholderism) ed alimenta un impatto sociale positivo nella comunità. Per questo bisogna DARE UN SENSO AL PROFITTO.
