L’accordo fra Stati Uniti e Arabia Saudita consente a Washington di conseguire almeno due risultati. Ecco quali

 

Il recente accordo fra Washington e Riyadh per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita segna un passo importante nella ridefinizione degli equilibri del Golfo. Anche se il testo dell’accordo non è ancora disponibile, il Dipartimento dell’Energia USA ha dichiarato che questo garantirà “un ampio accesso alle aziende americane al programma saudita di energia nucleare” e che, insieme all’accordo bilaterale sulle misure di salvaguardia firmato contestualmente, esso getta le basi giuridiche per una partnership pluridecennale del valore di svariati miliardi di dollari, volta a promuovere diversi obiettivi economici e strategici prioritari, tra cui la non proliferazione nucleare. Su questo punto, diversi osservatori hanno già sollevato riserve. Dalla fine degli anni Duemila, le autorità saudite hanno parlato della possibilità di sviluppare un programma nucleare nazionale in risposta allo sviluppo di quelli iraniano e israeliano; un’ipotesi che la comunità internazionale – e gli Stati Uniti in particolare – ha sempre guardato con preoccupazione, anche per i rapporti intrattenuti con il Pakistan, paese che si è dotato dell’arma nucleare nel 1998 nel quadro della sua rivalità con l’India.

La collaborazione fra Stati Uniti e Arabia Saudita nel campo del nucleare civile non è, in sé, una novità. Nel maggio 2008, per esempio, Washington e Riyadh hanno firmato un memorandum dintesa, nellambito dello storico programma Atoms for Peace’ (lo stesso in base al quale Washington ha avviato la collaborazione con l’Iran dello Shah nella seconda metà degli anni Cinquanta), per sostenere gli sforzi dellArabia Saudita volti alla realizzazione di un programma nucleare civile. Come altri Paesi della regione (fra cui lo stesso Iran), l’Arabia Saudita vede nel nucleare una possibile risposta alla crescente domanda interna di energia e uno strumento a sostegno del programma di ‘transizione verde in cui è impegnata, che si propone di raggiungere il 50% di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030 e le zero emissioni nette entro il 2060. Per quanto sinora si sia puntato soprattutto sulle c.d. ‘rinnovabili tradizionali’ (solare ed eolico), oltre che sull’idrogeno verde e sulle capacità di stoccaggio, la possibilità di sviluppare, con il sostegno delle capacità industriali statunitensi, un adeguato settore nucleare potrebbe contribuire al raggiungimento di tali obiettivi.

Il timore, però, è che lo sviluppo parallelo di capacità di arricchimento del combustibile nucleare possa spianare a Riyadh anche la strada verso l’atomica. Come accennato, la questione è stata sollevata alla fine degli anni Duemila dall’ex capo dei servizi segreti sauditi ed ex ambasciatore negli Stati Uniti, il principe Turki al-Faisal, peraltro anche promotore dell’idea di una ‘regional nuclear-free zone’ e della messa al bando delle armi di distruzione di massa in tutto il Medio Oriente, compreso Israele. Tuttavia, molte cose sono cambiate negli ultimi anni. Le tensioni fra le varie monarchie della regione sono aumentate, complice l’ascesa al potere di una nuova generazione di leader, più ambiziosi, meno legati ai vecchi equilibri e meno sensibili alle influenze dei tradizionali referenti esterni, in primis gli Stati Uniti. Nel più ampio quadro regionale, oltre all’Iran e alle potenze ‘effettive’ Israele e Pakistan, hanno avviato programmi in campo nucleare anche Turchia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti (anche in questo caso grazie a un accordo con gli Stati Uniti), oltre all’Iraq, che recentemente ha cercato il sostegno della Russia e della Cina per lo sviluppo di una propria infrastruttura nucleare civile.

Su questo sfondo (e al di là dei benefici economici (che non sono mai un elemento da trascurare, nella politica di Donald Trump), l’accordo fra Stati Uniti e Arabia Saudita consente a Washington di conseguire almeno due risultati. Da una parte, esso consente di tagliare fuori dal futuro settore nucleare saudita possibili concorrenti, in primo luogo Pechino, che nel Golfo ha interessi ampi e diversificati e intrattiene già solidi rapporti con Riyadh. In secondo luogo, la logica dell’accordo di salvaguardia che accompagna quello principale appare quella di garantire a Washington un certo grado di controllo sul modo in cui Riyadh applicherà i contenuti di quest’ultimo, anche in una prospettiva di non proliferazione. Una cautela simile accompagna anche il tema dell’arricchimento del combustibile nucleare, che secondo le voci trapelatesarebbe possibile solo dopo che uno studio congiunto ne stabilisca l’effettiva necessità. Uno studio che – sempre in base alle voci trapelateavrebbe una durata di due anni e che, in questo modo, finirebbe per lasciare al successore di Trump alla Casa Bianca il compito di decidere se consentire o meno all’Arabia Saudita di portare avanti le attività di arricchimento.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.