Come si comporteranno Donald Trump e il Congresso nei prossimi giorni, alla scadenza dei sessanta giorni, dopo la quale – secondo le disposizioni della War Powers Resolution del 1973 – il Presidente deve ottenere dal Congresso l’approvazione di una dichiarazione di guerra?

 

Anche se è attualmente in vigore un cessate il fuoco, la guerra fra Stati Uniti e Iran si sta avvicinando rapidamente alla scadenza dei sessanta giorni, dopo la quale – secondo le disposizioni della War Powers Resolution del 1973 il Presidente deve ottenere dal Congresso l’approvazione di una dichiarazione di guerra o di un’autorizzazione formale all’uso della forza, senza le quali è obbligato a porre fine alle operazioni militari. Votata sull’onda dell’esperienza in Vietnam, la risoluzione è stata – a suo tempo – al centro di un violento scontro istituzionale, con il Presidente Richard Nixon che ha fatto ricorso anche al suo potere di veto per impedire l’entrata in vigore di quella che ha definito “una restrizione pericolosa e incostituzionale” dei suoi poteri. Negli anni successivi, la War Powers Resolution è stata invocata in diverse occasioni, con maggiore o minore successo: fra l’altro, all’epoca dell’intervento in Libano nel 1982-83, di quelli in Somalia e nella ex Jugoslavia negli anni Novanta, di quello in Libia nel 2011 e, dopo di questo, in una lunga serie di altri casi in Africa e in Medio Oriente. Quella che è emersa è stata una prassi spesso inconsistente, che ha evidenziato la debolezza formale della norma e la capacità delle amministrazioni di aggirarne le previsioni, sfruttando in modo ‘creativo’ le diverse eccezioni che essa prevede.

Alla luce di questi precedenti, come si comporteranno Donald Trump e il Congresso nei prossimi giorni? All’inizio del conflitto, la minoranza democratica aveva già tentato di limitare la capacità del presidente di agire senza l’approvazione del Congresso, ma tali tentativi si erano rivelati sostanzialmente inefficaci di fronte alla compattezza del fronte repubblicano. Oggi, tuttavia, le cose potrebbero essere diverse. Nelle scorse settimane, nell’amministrazione e nel mondo MAGA sono emerse crescenti tensioni, legate anche alle possibili ricadute di una guerra lunga sull’economia statunitense. Mentre crescono i timori per una ripresa dell’inflazione e per l’impatto delle vicende del Golfo sui prezzi al consumo, nel paese il sostegno alla Casa Bianca continua a scendere, con un recente sondaggio Reuters/IPSOS che lo colloca al 34%, contro il 36% nel periodo 15-20 aprile e il 47% dei giorni dell’insediamento. Su questo sfondo, la sponda offerta del Grand Old Party all’azione della Casa Bianca sembra indebolirsi. Diversi congressmen hanno già espresso la loro intenzione di non continuare ad appoggiare le scelte del Presidente e la questione della War Power Resolution potrebbe fornire a questo disimpegno politico l’occasione per trovare uno sbocco istituzionale.

Il meccanismo con cui la risoluzione opera p favorire tale risultato. La War Powers Resolution funziona, infatti, in modo automatico. Senza una pronuncia del Congresso in senso contrario, le forze USA devono essere ritirate entro i sessanta giorni previsti. I legislatori non devono fare nulla per avviare il processo e – poiché non è necessario votare non devono dichiararsi pubblicamente contrari alla politica militare e di sicurezza nazionale del presidente. L’interrogativo riguarda la possibile risposta della Casa Bianca. In altre occasioni, il rischio che scattasse la ‘tagliola’ della War Powers Resolution ha spinto Esecutivo e Legislativo a trovare soluzioni di compromesso, a partire dall’estensione a novanta giorni del limite di durata delle operazioni, una possibilità espressamente prevista dalla risoluzione. Visti da una parte i malumori del Congresso, dall’altra le propensioni autocratiche del presidente, sembra però difficile che oggi si riesca a percorrere questa strada. Piuttosto, sembra più probabile che la Casa Bianca scelga di impugnare la risoluzione (come già fatto da Nixon), motivandone la presunta incostituzionalità in base al ruolo svolto dal Presidente quale Chief Executive e comandante in capo delle forze armate nazionali.

Ciò porterebbe necessariamente all’ennesimo confronto con la magistratura. Secondo alcune voci, sarebbe anche possibile che la minoranza in Congresso, agendo d’anticipo, promuova direttamente un’azione legale contro il Presidente qualora lasciasse scadere i termini previsti dalla War Powers Resolution senza deferire la questione al Legislativo. Sebbene l’eventualità appaia ancora remota, anche alla luce della posizione della Corte Suprema in materia di conflitto fra i poteri dello Stato, il fatto che sia stata presa in considerazione è comunque indicativo, da un lato, del grado di tensione raggiunto fra amministrazione e opposizione democratica, dall’altro dello stallo che si è profilato a Capitol Hill. L’incertezza sulla condotta delle operazioni, sugli obiettivi perseguiti e sull’andamento dei negoziati con Teheran non semplifica le cose. Rimane, infine, la possibilità che i comandi statunitensi si impegnino a breve in una nuova spallata che consenta alla Casa Bianca di chiudere la campagna con un risultato ‘politicamente spendibile’ agli occhi dell’opinione pubblica. Una soluzione che potrebbe forse ‘salvare capra e cavoli’, ma che appare difficile da raggiungere alla luce sia del modo in cui l’Iran ha sinora gestito il conflitto, sia della difficoltà di capire in cosa possa consistere questo risultato agli occhi degli Stati Uniti di oggi.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.