Macron sostiene che un’Europa più forte e indipendente non sia solo un’ambizione francese, ma una necessità globale. L’era della passività europea è finita. Resta da vedere se il resto del continente — e gli Stati Uniti — siano pronti per ciò che verrà dopo
L’era dell'”alleanza indiscussa” sta lasciando il posto a una realtà più transazionale e sobria. Sabato sera ad Atene, al fianco del Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis, il Presidente francese Emmanuel Macron ha offerto quella che potrebbe essere la valutazione più candida della frattura transatlantica fino ad oggi. Sebbene la cornice fosse intrisa della storia della democrazia occidentale, il messaggio di Macron era interamente focalizzato sul suo futuro precario. Le sue osservazioni non sono state una semplice critica alla volatilità americana, ma una notifica formale che l’Europa si sta preparando per un mondo in cui gli Stati Uniti non sono più il suo garante affidabile della sicurezza.
Per decenni, la sicurezza del continente europeo ha poggiato su una premessa semplice: l’impegno americano nei confronti della NATO era ferreo e immune ai capricci della politica interna. Quella premessa è evaporata. I commenti odierni di Macron hanno evidenziato un cambiamento fondamentale nella psiche americana che trascende ogni singola amministrazione. Egli ha osservato che, da oltre un decennio, Washington segnala il desiderio di allontanarsi dai radicamenti europei. Sia attraverso le educate spinte diplomatiche del passato che attraverso la retorica brusca e spesso conflittuale degli ultimi tempi, il messaggio degli Stati Uniti è stato coerente: l’Europa deve sostenere il proprio peso.
L’implicazione della retorica di Macron è la costruzione di un “pilastro europeo” all’interno dell’alleanza atlantica. Si tratta di una distinzione sottile ma critica. Macron non chiede la dissoluzione della NATO, ma la sua evoluzione. Egli comprende che una NATO in cui l’Europa è un consumatore passivo di sicurezza è sempre più sgradita tanto ai contribuenti quanto ai politici americani. Inquadrando l’autonomia strategicacome un modo per soddisfare le richieste americane di condivisione degli oneri, Macron sta tentando di salvare l’alleanza rendendola meno dipendente dagli Stati Uniti. È una strategia paradossale: per mantenere l’America impegnata, l’Europa deve dimostrare di poter sopravvivere senza di essa.
Questo spostamento è guidato da una crescente percezione dell’imprevedibilità americana. La scelta delle parole di Macron ad Atene — con l’enfasi sulla stabilità e sulla calma — è stata un contrasto mirato all’attuale stato della politica estera americana. A Parigi e Berlino c’è il crescente timore che le decisioni di Washington siano dettate sempre più da cicli elettorali a breve termine piuttosto che da interessi strategici a lungo termine. Questa volatilità non è solo una questione di attrito diplomatico; ha conseguenze tangibili per la stabilità globale. Quando la principale potenza dell’Occidente è vista come un partner volubile, si crea un vuoto che altri attori globali sono ansiosi di colmare.
Lo vediamo chiaramente in Medio Oriente, in particolare per quanto riguarda la sicurezza dei corridoi marittimi vitali come lo Stretto di Hormuz. Mentre gli Stati Uniti si sono storicamente affidati alla propria egemonia navale per garantire il flusso di energia, Macron sta segnalando una via diversa. La sua enfasi sui negoziati diplomatici e tecnici suggerisce che l’Europa possa cercare di agire come una forza mediatrice, offrendo una terza via tra la leva militare americana e l’escalation regionale. Se gli Stati Uniti continueranno a trattare i propri impegni di sicurezza come negoziabili, gli attori regionali guarderanno naturalmente verso un’alternativa europea più prevedibile, sebbene meno dominante militarmente.
Questa divergenza si estende all’ambito economico. L’appello di Macron per una preferenza europea nel commercio e nella tecnologia è una risposta diretta alle politiche “America First” che sono arrivate a definire la strategia economica degli Stati Uniti. Dai sussidi per l’energia pulita alle normative sull’intelligenza artificiale, l’Europa non è più disposta a seguire l’esempio di Washington. Vi è la consapevolezza che la sovranità economica è il fondamento del potere militare e diplomatico. Rispecchiando il protezionismo americano, Macron si assicura che l’Europa non rimanga indietro nella corsa globale per la supremazia tecnologica.
La sfida per Macron, e per l’Europa nel suo complesso, è se questa visione possa essere realizzata. Costruire una credibile capacità di difesa europea è un compito immenso che richiede livelli senza precedenti di cooperazione politica e finanziaria tra gli stati dell’UE. Richiede anche un delicato gioco di equilibrio. Se l’Europa si muove troppo velocemente verso l’autonomia, rischia di alienare i suoi alleati americani; se si muove troppo lentamente, rimane vulnerabile al prossimo cambio di vento politico americano.
Sembra che Macron sia disposto a correre questo rischio. Scommette che l’unico modo per preservare l’Occidente sia diversificare il suo potere. L’Occidente non può più essere un monologo diretto da Washington; deve diventare un dialogo tra due partner uguali, o almeno più equilibrati. Questo non è un segno di declino occidentale, ma un adattamento necessario a un mondo multipolare. Mentre il panorama politico americano rimane fratturato e imprevedibile, Macron sostiene che un’Europa più forte e indipendente non sia solo un’ambizione francese, ma una necessità globale. L’era della passività europea è finita. Resta da vedere se il resto del continente — e gli Stati Uniti — siano pronti per ciò che verrà dopo.
