“Quella in atto non è solo una crisi dei fertilizzanti. È uno stress test a livello di sistema, che collega energia, agricoltura, commercio e geopolitica. E in un tale sistema, anche piccole interruzioni possono innescare conseguenze globali”. L’intervista ad Aya Chacar (Florida International University)
‘I Paesi poveri sono affamati, quelli ricchi sono prepotenti, e fame e orgoglio sono sempre in lite’, scriveva Jonathan Swift. A pensarci bene, vale anche oggi, specie per quanto riguarda il blocco dello Stretto di Hormuz, dove la posta in gioco non è solo politico-strategica di Stati Uniti, Israele ed Iran, ma anche economico-finanziaria e, in certi casi, addirittura di sopravvivenza. L’apertura dello Stretto aveva fatto ben sperare, ma la nuova chiusura ha fatto ripiombare molti Paesi nello sconforto più totale.
Questo perché Hormuz è uno snodo fondamentale non solo dal punto di vista energetico, bensì anche da quello alimentare. Tra i cambiamenti più rilevanti del XX secolo, pochi hanno inciso sul mondo quanto la cosiddetta “Rivoluzione Verde”. A partire dagli anni Cinquanta, l’introduzione di nuove varietà agricole ad alta produttività, insieme all’impiego di fertilizzanti chimici, pesticidi e sistemi di irrigazione su larga scala, ha determinato un forte aumento della produzione di colture fondamentali come grano e riso. Nelle interpretazioni più ottimistiche, questa trasformazione ha contribuito a prevenire carestie e a sostenere la rapida crescita demografica in vaste aree dell’Asia e dell’America Latina. L’India, uno dei principali protagonisti della Rivoluzione Verde, ha visto più che raddoppiare la produzione di grano tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.
Come evidenziato da molti critici, però, questo processo ha comportato anche costi ambientali e sociali molto elevati. Un effetto meno discusso riguarda il legame stretto che si è creato tra produzione agricola e industria dei combustibili fossili in tutte le fasi dell’agricoltura. L’aumento delle rese è stato possibile grazie a una forte espansione della meccanizzazione, dell’irrigazione mediante pompaggio e, soprattutto, dell’uso di fertilizzanti sintetici.
Prima della metà del Novecento, gli agricoltori, in gran parte del Sud globale, facevano affidamento su risorse organiche come letame e compost per mantenere la fertilità dei suoli. Le nuove colture ad alto rendimento introdotte dalla Rivoluzione Verde, invece, potevano garantire le rese promesse solo attraverso applicazioni frequenti e massicce di fertilizzanti industriali, in particolare quelli azotati come urea e nitrato di ammonio. Poiché molti di questi prodotti derivano dal gas naturale, la Rivoluzione Verde ha reso la produzione alimentare mondiale sempre più dipendente da un flusso crescente di input basati sugli idrocarburi.
Da tempo si sollevano interrogativi sulla sostenibilità di un sistema alimentare così legato ai combustibili fossili. Tuttavia, il recente aumento dei prezzi di petrolio e gas, aggravato dal conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dal blocco di una parte rilevante del commercio globale di fertilizzanti, ha reso evidenti le fragilità di questo modello. In poche settimane, il rischio di carenze alimentari e persino di carestie è aumentato per milioni di persone nei paesi più vulnerabili, soprattutto in Africa e in Asia.
I dati più recenti della Banca Mondiale mostrano chiaramente la connessione tra energia e alimentazione. A marzo, l’indice dei prezzi dell’energia è cresciuto del 41,6%, trainato da un aumento del 59,4% del gas naturale europeo e del 45,8% del petrolio Brent. Nello stesso periodo, i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 2,7%, mentre quelli dei fertilizzanti sono saliti del 26,2%. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha avvertito che, se la crisi dovesse proseguire, i prezzi globali dei fertilizzanti potrebbero crescere tra il 15% e il 20% nella prima metà del 2026.
Negli ultimi anni, Paesi come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno assunto un ruolo molto più centrale nell’economia alimentare globale di quanto si riconosca comunemente.
Spesso si paragonano le attuali dinamiche agli shock dei prezzi alimentari del 2007-2008 e del 2022, quando l’aumento dei costi energetici fece salire i prezzi dei fertilizzanti e dei trasporti, amplificando le interruzioni del commercio e aumentando il costo dei beni di base. Tuttavia, la situazione attuale presenta una differenza fondamentale. Negli ultimi vent’anni, le monarchie del Golfo hanno acquisito un’influenza molto più rilevante nel sistema alimentare globale.
All’inizio il gas naturale era considerato soltanto un sottoprodotto dell’estrazione petrolifera e spesso veniva bruciato, finendo di fatto sprecato. In seguito si è capito che poteva diventare una risorsa fondamentale per la produzione di fertilizzanti azotati.
In molti paesi del Golfo, l’industria dei fertilizzanti ha iniziato a svilupparsi verso la fine degli anni Sessanta. All’epoca, la regione contribuiva a meno del 5% della produzione mondiale, restando ben distante dai principali centri industriali. Tra gli anni Settanta e Ottanta, la produzione locale si basava quasi completamente sulla disponibilità di gas naturale a costi molto bassi, utilizzato per ottenere ammoniaca e urea, elementi essenziali dei fertilizzanti azotati.
Con l’espansione del settore, i fertilizzanti sono diventati parte integrante delle strategie di diversificazione economica dell’area, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da petrolio e gas. Favorito da una domanda globale solida e continua, il comparto ha avuto un notevole sviluppo.
Una svolta importante si è verificata nei primi anni Duemila, quando si è puntato con decisione sull’aumento della capacità produttiva. Gli ingenti investimenti in infrastrutture e tecnologie hanno permesso una crescita significativa della produzione.
Di fatto, quindi, i Paesi mediorientali incidono direttamente sia sulla produzione sia sulla distribuzione degli alimenti, fornendo input chimici essenziali, esportando grandi quantità di fertilizzanti e controllando le principali rotte logistiche attraverso cui transitano cibo e materie prime agricole in molte regioni del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa. Questa integrazione profonda rende il conflitto in corso non solo diverso, ma potenzialmente più grave rispetto alle crisi precedenti. Uno shock nella regione del Golfo può propagarsi rapidamente lungo le catene di approvvigionamento, dalla produzione fino alla vendita al dettaglio. Interruzioni prolungate possono avere effetti molto ampi, a causa della chiusura delle rotte marittime, dell’aumento dei costi di trasporto e assicurazione, dei problemi nei porti o dei danni alle infrastrutture energetiche e industriali.
Un chiaro segnale del ruolo crescente del Golfo nell’economia alimentare globale è rappresentato dal suo peso sempre maggiore nella produzione di prodotti chimici e fertilizzanti. L’idea tradizionale delle monarchie del Golfo come semplici esportatrici di petrolio e gas non è più adeguata. Oggi la regione è un attore centrale nell’agricoltura moderna, sia come produttore diretto di fertilizzanti sia come forza capace di influenzare le industrie dei paesi vicini.
Questo cambiamento riflette una trasformazione più ampia del settore energetico del Golfo. Negli ultimi anni, le grandi compagnie statali hanno esteso la loro attività lungo tutta la catena del valore degli idrocarburi, sfruttando gas a basso costo, infrastrutture industriali avanzate e forti investimenti pubblici per diventare leader nella produzione delle materie chimiche necessarie all’agricoltura. Questo processo è stato favorito anche dagli ingenti profitti derivanti dall’espansione delle esportazioni verso la Cina e l’Asia orientale. Aziende come Saudi Aramco e Adnoc hanno utilizzato queste risorse per diversificare le proprie attività nel settore chimico.
Un esempio fondamentale è l’ammoniaca, definita dall’Agenzia internazionale per l’energia un elemento indispensabile per i sistemi agricoli globali e base di tutti i fertilizzanti azotati. Circa il 70% dell’ammoniaca prodotta a livello mondiale viene utilizzata per i fertilizzanti, e quasi il 30% delle esportazioni globali proviene dal Medio Oriente. L’Arabia Saudita è il secondo esportatore mondiale, mentre l’Oman si è classificato sesto nel 2024.
Oggi circa il 29% dell’ammoniaca e il 36% dell’urea commercializzate a livello globale provengono dal Golfo, che si è affermato come uno snodo cruciale — e al tempo stesso vulnerabile — del sistema alimentare mondiale. Per esempio, l’Arabia Saudita produce ogni anno tra i 6 e i 7 milioni di tonnellate di ammoniaca, mentre il Qatar supera i 3,5 milioni di tonnellate di urea. Di conseguenza, la quota della regione nel mercato globale dell’urea è salita fino a circa il 10-15%, consolidandone il ruolo di esportatore strategico. Alcuni paesi del Golfo arrivano oggi a produrre oltre 7 milioni di tonnellate annue.



Queste esportazioni sono particolarmente rilevanti per i paesi al di fuori dell’Europa occidentale e del Nord America. Nel 2024, Arabia Saudita, Oman e Qatar hanno fornito oltre il 75% delle importazioni di ammoniaca dell’India e circa il 30% di quelle del Marocco. Di conseguenza, molte regioni dell’Asia meridionale e del Nord Africa dipendono fortemente dai flussi di azoto provenienti dal Golfo.

Anche lo zolfo rappresenta un elemento cruciale, sebbene meno visibile. Viene utilizzato per produrre acido solforico, necessario alla trasformazione della roccia fosfatica in fertilizzanti. Circa la metà dello zolfo trasportato via mare nel mondo attraversa lo Stretto di Hormuz, e gran parte proviene da compagnie energetiche del Golfo. Il Marocco, principale produttore mondiale di fosfati, importa circa tre quarti del suo zolfo da questa regione.
Tutto ciò avviene in un contesto in cui molti paesi del Sud globale sono già gravati da livelli elevati di debito.
Le sostanze chimiche come ammoniaca e zolfo sono fondamentali perché vengono trasformate in fertilizzanti su larga scala. Gran parte dell’ammoniaca del Golfo viene convertita in urea, il fertilizzante azotato più diffuso. I paesi del Golfo rappresentano il 35% del commercio globale di urea: nel 2024 l’Arabia Saudita era il principale esportatore mondiale e l’Oman il terzo. Anche fertilizzanti come MAP e DAP, fondamentali per fornire fosforo alle colture, sono strettamente legati alla produzione e alle rotte commerciali del Golfo.
Inoltre, i paesi della regione hanno acquisito un ruolo importante anche nel controllo delle grandi aziende agroalimentari in Medio Oriente. L’Egitto, secondo esportatore mondiale di urea, ne è un esempio significativo. Una parte rilevante della sua produzione è controllata da Fertiglobe, società in cui Adnoc detiene una quota di maggioranza.

La disponibilità e il costo del cibo dipendono non solo dalla produzione, ma anche dalla sua distribuzione. I prodotti agricoli devono essere trasportati, immagazzinati e trasformati lungo catene globali spesso concentrate in pochi corridoi commerciali. Anche in questo ambito il Golfo, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, ha acquisito un ruolo crescente.
Gli Emirati sono diventati un importante centro di riesportazione, fungendo da snodo per il commercio alimentare verso Medio Oriente, Africa e Asia. Questo ruolo è sostenuto da una rete logistica altamente integrata che comprende porti, trasporti e infrastrutture industriali.
Il porto di Jebel Ali, a Dubai, è uno degli esempi più emblematici: è il più grande porto artificiale del mondo e collega centinaia di destinazioni globali. Funziona come un hub centrale per la redistribuzione di merci, inclusi prodotti alimentari, verso numerose regioni.
Questo porto è anche un nodo fondamentale per le operazioni umanitarie e militari, contribuendo a rafforzare il ruolo geopolitico degli Emirati Arabi Uniti.
Con il Golfo ormai integrato in più livelli del sistema alimentare globale, gli effetti delle attuali tensioni si stanno già manifestando. L’aumento dei prezzi dei fertilizzanti e degli input agricoli sta incidendo sui costi alimentari, soprattutto nei paesi più vulnerabili. Se entro maggio la crisi di Hormuz non si risolve, sostiene la FAO, i raccolti autunnali saranno a rischio. E i prezzi alimentari saliranno nel 2027.
Molti paesi africani e asiatici dipendono fortemente dalle importazioni di fertilizzanti dal Golfo e non dispongono delle risorse necessarie per affrontare forti aumenti dei prezzi. In contesti già fragili, segnati da cambiamenti climatici, instabilità economica e debito elevato, questi shock rischiano di aggravare ulteriormente la sicurezza alimentare.
La situazione è particolarmente critica in paesi come il Sudan, dove milioni di persone affrontano già condizioni di grave insicurezza alimentare.
Nel frattempo, l’aumento dei costi energetici e alimentari contribuisce a peggiorare la situazione finanziaria dei paesi in via di sviluppo, aumentando il peso del debito e riducendo la capacità di intervento pubblico.

Questi elementi richiamano alla necessità di ridurre la dipendenza dell’agricoltura dai combustibili fossili. Modelli alternativi, basati su pratiche più sostenibili, potrebbero ridurre sia le emissioni sia la vulnerabilità alle crisi energetiche.
Oltre alla fine dei conflitti, sono necessarie misure urgenti per sostenere le popolazioni più fragili: aiuti internazionali, alleggerimento del debito e finanziamenti straordinari sono fondamentali per garantire l’accesso al cibo e contenere gli effetti della crisi.
La crescente insicurezza alimentare non è un effetto collaterale, ma una conseguenza prevedibile delle tensioni geopolitiche nel Golfo. Una realtà che dovrebbe essere considerata con maggiore attenzione, al di là delle sole dinamiche dei prezzi energetici. Il World Food Program dell’Onu ha già calcolato che potranno esserci 45 milioni di persone in più al mondo, soprattutto in Africa e in Asia, in una situazione di insicurezza alimentare, se la guerra in Iran non finirà entro metà anno e se i prezzi del petrolio rimarranno superiori ai 100 dollari a barile.
Per comprendere meglio la portata della crisi in atto, alla vigilia della ripresa dei negoziati tra Washington e Teheran ad Islamabad, abbiamo parlato con Aya Chacar, Professoressa di business internazionale presso la Florida International University.

Professoressa Chacar, il traffico marittimo attraverso Hormuz trasporta circa un terzo dei fertilizzanti commerciali internazionali, che è la chiave per le colture in tutto il mondo. Alcune stime indicano che oggi circa il 50% della produzione alimentare mondiale dipende dai fertilizzanti. Perché i fertilizzanti sono essenziali nell’agricoltura moderna?
Le piante richiedono sostanze nutritive per crescere e produrre rese. I fertilizzanti correggono le carenze del suolo e consentono l’elevata produttività che alimenta circa la metà della popolazione mondiale. Senza di loro, la produzione alimentare globale cadrebbe drasticamente. Per quanto possibile, i fertilizzanti dovrebbero essere applicati in base ai test del suolo e alle esigenze delle colture, ottimizzando la produttività riducendo i costi e l’impatto ambientale.
L’industria dei fertilizzanti nel Golfo ha cambiato ritmo nei primi anni 2000, quando c’è stata una forte spinta per aumentare la capacità produttiva. Qual è la storia dell’industria dei fertilizzanti del Golfo Persico? Quali sono i paesi più importanti in questo settore nell’area del Golfo? Quali sono le aziende più grandi?
Il gas naturale, una volta infiammato o sottoutilizzato a causa di infrastrutture limitate, è diventato il fondamento dell’espansione dei fertilizzanti del Golfo. A partire dai primi anni 2000, le nazioni del Golfo hanno fatto enormi investimenti strategici per trasformare questa risorsa in prodotti a valore aggiunto per l’esportazione. Un esempio primario è il Qatar, che ha ampliato QAFCO nel più grande esportatore di urea a sito singolo al mondo e gestisce uno dei più grandi impianti di ammoniaca “blu” del mondo. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita ha sfruttato la sua ricchezza di gas e minerali attraverso SABIC e Ma’aden per diventare un leader mondiale nei fertilizzanti a base di azoto e fosfato. Oggi, la regione rappresenta una quota molto grande del commercio globale di azoto: circa un terzo delle esportazioni di ammoniaca e una quota sostanziale delle esportazioni di urea. Fornisce anche una parte significativa delle esportazioni globali di zolfo, un input critico per la lavorazione del fosfato e un nutriente chiave per il metabolismo delle piante, la sintesi proteica e l’efficienza dell’uso dell’azoto.
Come si svolge la produzione di fertilizzanti? E perché ha bisogno di grandi riserve di minerali e gas?
La natura reintegra i nutrienti attraverso gli agenti atmosferici delle rocce e la decomposizione della materia organica, che rilascia lentamente minerali essenziali nel terreno. Questo ciclo è completato da batteri specializzati e fulmini che fissano l’azoto dall’aria in forme che le piante possono usare. La produzione di fertilizzanti industriali replica questi cicli naturali su larga scala, richiedendo significativi input minerali ed energetici per due motivi: materie prime molecolari e intensità energetica. La produzione di azoto combina l’azoto atmosferico con l’idrogeno, tipicamente derivato dal gas naturale, a temperature di 400-500°C e pressioni di 150-300 atmosfere. In quanto tale, è economicamente fattibile solo nelle regioni con gas abbondante e a basso costo. I fertilizzanti al fosfato sono prodotti estraendo roccia fosfatica e trattandola con acido solforico per creare acido fosforico, che viene poi combinato con ammoniaca per produrre fertilizzanti concentrati. La potassa viene estratta da depositi sotterranei di evaporite o salamoie, reliquie di antichi fonti marini, che richiedono infrastrutture minerarie su larga scala.
A cosa servono l’urea e l’ammoniaca?
L’urea è il fertilizzante azotato più utilizzato a livello globale, ma viene utilizzato anche nel fluido di scarico diesel (DEF) per ridurre le emissioni dei veicoli, nonché nella plastica, negli adesivi e nell’alimentazione animale. L’ammoniaca è il fondamento di tutti i fertilizzanti azotati, ma funge anche da refrigerante industriale, precursore di materie plastiche ed esplosivi e un candidato emergente a combustibile a basse emissioni di carbonio per la spedizione. In agricoltura, l’azoto guida la crescita della biomassa e i livelli di proteine del grano, aumentando direttamente i raccolti.
A proposito di azoto, tre colture di base – mais, grano e riso – forniscono più della metà delle calorie alimentari del mondo. Per massimizzare la produzione, queste colture richiedono tre nutrienti principali: azoto, fosfato e potassio. A cosa servono esattamente questi nutrienti? Dove sono prodotti?
Azoto, fosfato e potassio sono comunemente indicati come NPK. Un modo semplice per ricordarli sono: ‘Su’ (azoto), ‘Giù’ (fosfato) e ‘Tutto intorno’ (potassio). L’azoto favorisce la crescita delle parti aeree della pianta (foglie e steli), il fosfato sostiene lo sviluppo delle radici, mentre il potassio contribuisce alla salute generale della pianta, regolando l’acqua e aumentando la resistenza agli stress. I principali produttori includono Cina, India, Russia, Stati Uniti e Canada, che insieme rappresentano una grande quota della produzione globale di azoto. Il fosfato agisce “verso il basso”, sostenendo lo sviluppo delle radici, la fioritura e la fruttifazione. La Cina domina la produzione attuale, ma detiene una quota relativamente piccola delle riserve globali rispetto a paesi come il Marocco. Cina, Marocco, Stati Uniti e Russia insieme rappresentano la maggior parte della produzione globale di fosfato. Il potassio funziona “a tutto tondo”, migliorando la salute delle piante, la regolazione dell’acqua, la tolleranza allo stress e la qualità delle colture. Il Canada è il più grande produttore del mondo, che rappresenta oltre il 30% della produzione globale. Russia e Bielorussia insieme rappresentano una quota molto grande delle esportazioni globali, storicamente vicino al 40%. La Cina è anche un produttore notevole.
È possibile diversificare le fonti di fertilizzanti e ridurre la dipendenza dalle importazioni?
La produzione di fertilizzanti su larga scala dipende da risorse geograficamente concentrate e finite: gas naturale, roccia fosfatica e potassio. Date le ricorrenti interruzioni dovute a conflitti, sanzioni e volatilità dei prezzi dell’energia, il mondo deve guardare oltre i fertilizzanti chimici per la resilienza a lungo termine. Non esiste un’unica soluzione. Le opzioni includono il recupero dei nutrienti dalle acque reflue, la deviazione dei flussi di rifiuti industriali e agricoli, l’adozione di colture che fissano l’azoto e l’espansione dell’agricoltura di precisione per ottimizzare l’uso degli input. In pratica, questo può anche significare spostamenti dietetici e agricoli verso colture meglio adattate alle condizioni locali. In Italia, colture come rucola e fave possono prosperare con meno input. In Spagna, gli agricoltori stanno riscoprendo fave e miglio. In Messico, l’amaranto e il nopal offrono alternative altamente resilienti e a basso input. In tutta l’Africa occidentale, il cowpea fornisce proteine mentre fissa il proprio azoto, sostenendo sia la nutrizione che la salute del suolo.
I Paesi più colpiti dalla carenza di fertilizzanti (ed energia) potrebbero rivolgersi a Russia e Cina?
Quando i fornitori tradizionali vengono interrotti, gli importatori cercano inevitabilmente alternative e la Russia e la Cina sono ovvie candidate. Tuttavia, la Cina ha un surplus limitato di azoto senza apporti energetici aggiuntivi e rimane strutturalmente dipendente dalle importazioni per gli input chiave. Importa una grande quota del suo petrolio (~70%), una parte significativa del suo gas (~40%) e più della metà del suo potassio, gran parte della Russia e della Bielorussia. La Russia, nel frattempo, è un importante esportatore, ma i suoi impianti stanno già operando ad alti tassi di utilizzo, limitando la sua capacità di espandere rapidamente la produzione. Il meccanismo di adeguamento delle frontiere del carbonio dell’UE del 2026 ha anche ridotto l’accesso ai mercati europei, accelerando uno spostamento verso paesi come India e Brasile. L’India, in particolare, ha aumentato drasticamente le importazioni di fertilizzanti russi dal 2021. Mentre questo avvantaggia la Russia diversificando i mercati e sostenendo le entrate, è tanto il controllo dei danni quanto il guadagno strategico. Nel corso del tempo, alcuni acquirenti potrebbero ancora preferire alternative come la fornitura canadese o marocchina a causa della logistica, della coerenza del prodotto e dell’adattamento agronomico.
La Cina e la Russia saranno immuni dalla carenza di fertilizzanti del Golfo?
L’immunità è improbabile. Entrambi i paesi hanno forti basi di risorse nazionali e strumenti politici per proteggere l’offerta interna, ma rimangono esposti alle dinamiche globali dei prezzi. L’aumento dei costi energetici, l’inflazione e le distorsioni commerciali si trasmetteranno ai mercati nazionali attraverso costi di produzione più elevati, pressioni di arbitraggio e incentivi all’esportazione.
I prezzi dei fertilizzanti stanno aumentando a livello globale. Di quanto?
Gli aumenti di prezzo variano a seconda della regione e del prodotto, ma i fertilizzanti azotati hanno visto i picchi più drammatici. Ad esempio, i prezzi dell’urea nell’Europa orientale sono aumentati bruscamente, da circa 470 dollari per tonnellata a oltre 700 dollari per tonnellata entro un solo mese all’inizio del 2026. I prezzi medi dei fertilizzanti sono aumentati di oltre il 25% nello stesso periodo. Ancora più importante, in alcune regioni i fertilizzanti sono semplicemente non disponibili a nessun prezzo.
Esiste il rischio di carestia globale? E quali potrebbero essere i Paesi più colpiti?
L’insicurezza alimentare si misura in fasi. La fase 3 rappresenta le condizioni di crisi, l’emergenza della fase 4 e la carestia della fase 5. Secondo il Programma alimentare mondiale, oltre 300 milioni di persone in tutto il mondo stanno già affrontando la Fase 3 o peggio, più del doppio dei livelli del 2019. I paesi a più alto rischio includono Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Sudan, Afghanistan, Pakistan, Sud Sudan, Somalia, Haiti e Kenya. Nelle zone di conflitto come Gaza e il Libano, grandi quote della popolazione stanno già affrontando l’insicurezza alimentare a livello di crisi o peggio, evidenziando quanto rapidamente gli shock dell’approvvigionamento possano tradursi in emergenze umanitarie.
Se i prezzi dei fertilizzanti rimangono alti, gli agricoltori ne useranno meno?
Sì, ma le conseguenze variano. Gli agricoltori devono bilanciare i costi di input con i rendimenti attesi. Nelle regioni più ricche, questo porta a una riduzione dei tassi di applicazione o al cambio di coltura. Negli Stati Uniti, ad esempio, molti agricoltori stanno passando dal mais alla soia. Nelle regioni più vulnerabili, la situazione è molto più grave. In Nigeria, i prezzi dei fertilizzanti sono saliti a livelli che rendono l’agricoltura non redditizia, costringendo alcuni agricoltori a considerare di abbandonare del tutto la piantagione. Questo non è un cambiamento, è un rischio di collasso.
Quali conseguenze si avranno per il bestiame e per il cibo delle popolazioni globali?
I cereali vengono sempre più estratti in tre direzioni: cibo, mangime e carburante. Oggi, circa il 16-20% della produzione globale di mais viene utilizzato per l’etanolo (e oltre il 35% negli Stati Uniti), mentre circa il 15% degli oli vegetali va al biodiesel. Se la carenza di fertilizzanti riduce la produzione globale di cereali anche del 5-10%, l’impatto diventa non lineare. Poiché la domanda di mangimi e carburante è relativamente anelastica, l’adeguamento ricade in modo sproporzionato sul cibo. Ciò potrebbe ridurre le calorie disponibili di 200-400 kcal a persona al giorno, abbastanza da spingere centinaia di milioni in deficit. Nei mercati ristretti, il cibo diventa il richiedente residuo e i più poveri vengono valutati per primi.
Se la crisi di Hormuz persiste, questo influenzerà i prezzi alimentari del 2027?
Sì. L’applicazione del fertilizzante è sensibile al tempo. Anche se la crisi fosse risolta oggi, la ripresa richiederebbe mesi a causa delle riparazioni dell’infrastruttura, dei tempi di riavvio della produzione e dei ritardi nelle spedizioni. Il sistema era già stretto prima della crisi e ripristinare l’equilibrio probabilmente ci vorranno anni, non mesi.
La fame globale potrebbe peggiorare in modo significativo?
Il Programma alimentare mondiale stima che decine di milioni di persone in più potrebbero cadere in una grave insicurezza alimentare se gli alti prezzi dell’energia e le interruzioni dell’approvvigionamento persistono. Senza un’azione globale coordinata, è probabile che queste proiezioni si concretizzino.
Il digestato è un’alternativa praticabile?
Digestate può ridurre la dipendenza dai fertilizzanti chimici, ma non può sostituirli completamente nei sistemi intensivi a breve termine a causa della minore concentrazione di nutrienti e dei vincoli logistici. Detto questo, il ridimensionamento del recupero dei nutrienti – dalle acque reflue, dai rifiuti organici e dai processi industriali – offre un percorso credibile verso una maggiore resilienza e circolarità.
La revoca delle sanzioni USA sui fertilizzanti venezuelani aiuterà?
La fornitura aggiuntiva aiuta sempre al margine. Tuttavia, il Venezuela rappresenta attualmente una quota molto piccola dell’offerta globale (circa ~1%) e aumenti significativi richiederanno tempo, investimenti e ricostruzione delle infrastrutture. La linea di fondo: questa non è solo una crisi dei fertilizzanti. È uno stress test a livello di sistema, che collega energia, agricoltura, commercio e geopolitica. E in un tale sistema, anche piccole interruzioni possono innescare conseguenze globali.
