Per Washington, la sconfitta del premier uscente vorrebbe dire la perdita di un alleato chiave e di un utile ‘cavallo di Troia’
Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile rappresentano un passaggio importante non solo per Viktor Orbán, che per la prima volta da molto tempo si trova ad affrontare una competizione dall’esito potenzialmente incerto, ma anche per gli Stati Uniti, che non a caso si sono spesi attivamente a sostegno di un premier che considerano molto vicino e a cui guardano con aperta simpatia. La visita del Vicepresidente J.D. Vance a Budapest nei giorni scorsi e il successivo endorsement di Donald Trump su Truth Social sono indice del peso che la Casa Bianca attribuisce al voto ungherese e di come l’amministrazione consideri importante la conferma al potere dell’attuale Primo ministro. Orbán è forse il leader europeo che condivide di più la posizione politica dell’amministrazione, sia in tema di rapporti con la Russia sia con le istituzioni europee. È inoltre il leader europeo la cui ‘visione del mondo’ è più vicina a quella del Presidente, che anche in passato ha espresso particolare apprezzamento nei suoi confronti. Per Washington, la sua sconfitta vorrebbe dire la perdita di un alleato chiave e di un utile ‘cavallo di Troia’, ma potrebbe avere ricadute anche su vari ambiti della politica europea che per gli Stati Uniti di Trump rivestono particolare importanza.
Il primo di questi ambiti è sicuramente quello dei rapporti con la Russia. In questo campo, l’Ungheria di Orbán è il paese che più ha fatto – almeno pubblicamente – per rallentare l’implementazione delle sanzioni approvate dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. La dipendenza di Budapest dalle forniture energetiche russe ha avuto un ruolo rilevante in questo posizionamento. L’Ungheria importa dalla Russia l’85% circa del suo fabbisogno di petrolio, un valore in crescita rispetto ai dati pre-2022. Il Paese dipende inoltre da Mosca per le importazioni di gas naturale e la Russia svolge un ruolo essenziale nei progetti di sviluppo del settore nucleare civile ungherese, in particolare nell’ampliamento del centrale di Paks, affidato a Rosatom. L’oleodotto Druzhba e il gasdotto TurkStream sono le principali infrastrutture su cui si regge questa dipendenza, che tuttavia riflette anche un’affinità politica più profonda. Il modello orbaniano di ‘democrazia illiberale’, i temi della propaganda in tema di promozione della ‘famiglia tradizionale’, la retorica ‘anti-gender’ e i toni antioccidentali che contraddistinguono il discorso pubblico ufficiale ungherese sono perfettamente in consonanza con il modello russo e definiscono una narrazione molto vicina a quella dell’attuale amministrazione.
Proprio il tema dei rapporti con l’UE è l’altro grande punto di convergenza fra Budapest e Washington. Prima ancora che policy specifiche, la frattura fra l’Ungheria di Orbán e l’Unione riguarda i valori e i principi di funzionamento di quest’ultima, quando non la sua stessa essenza di progetto di integrazione sovranazionale. In passato, Orbán ha parlato della ‘sua’ Ungheria come di un paese che è riuscito a contrastare con successo l’attivismo giudiziario di Bruxelles perché sempre pronto a opporsi alle interferenze nelle azioni nazionali, ha invitato a resistere contro “le leggi e le sentenze attualmente in vigore”, facendo riferimento, fra l’altro, alle decisioni della Corte di giustizia europea in materia di asilo, e ha parlato dell’UE come di un pericolo maggiore per l’Ungheria rispetto a quello rappresentato dalla Russia. Sul piano pratico, il veto ungherese è stato in varie occasioni il freno principale all’azione dell’Unione, Il suo utilizzo ha rappresentato inoltre lo strumento privilegiato attraverso cui il Primo ministro ha cercato di rafforzare la propria posizione nel definire l’agenda comune e nell’orientarla in una direzione ‘sovranista’, godendo in questo del supporto delle altre forze della destra euroscettica sia all’interno del Parlamento europeo sia nei vari paesi membri.
In questa prospettiva, non stupisce che un’eventuale vittoria del partito Tisza e del suo leader, Péter Magyar, sia vista da più parti come l’occasione per una possibile inversione di tendenza nel rapporto fra Budapest e l’Unione. Di contro, per Washington, una simile eventualità significherebbe non solo la fine della‘relazione speciale’ con Orbán ma anche il venire meno di un hub cui tutto il sovranismo europeo guarda e che agisce come una sorta di cinghia di trasmissione dei valori e delle pratiche della ‘rivoluzione trumpiana’ in Europa. Sinora, siamo nel campo delle speculazioni. L’esperienza della Polonia di Donald Tusk fornisce un esempio evidente di quanto sia difficile ripristinare percorsi intaccati da anni di politiche sovraniste. In campagna elettorale, ad esempio, Magyar è stato molto cauto nel toccare temi sensibili, come quelli della politica estera. Resta comunque il fatto che una sconfitta di Fidesz costituirebbe un segnale importante su entrambe le sponde dell’Atlantico e che – anche se non è chiaro quanto ciò potrebbe incidere sulle attuali difficoltà di Bruxelles – potrebbe comunque avere ricadute importanti sulla posizione di altre forze sovraniste ed euroscettiche dell’Europa centro-orientale, prima fra tutte la Slovacchia di Robert Fico.
