Sia per Vance sia per Rubio la sfida è conciliare la fedeltà al Presidente e il sostegno alle sue politiche con il favore di un elettorato sempre più distante dalle scelte della Casa Bianca e con la necessità di accreditarsi come figure ‘a tutto tondo’, sganciandosi dall’ingombrante figura di Trump

 

Le dimissioni del Direttore del National Counterterrorism Center, Joe Kent, contrario all’intervento statunitense in Iran e al peso che la ‘lobby ebraica’ avrebbe nell’orientare le scelte di Washington, hanno messo in luce come le fratture del movimento MAGA si siano fatte strada fino all’entourage presidenziale e come il perdurare del conflitto rischi di approfondire i contrasti tra le sue varie anime. Pur avendo avuto in passato posizioni diverse, fin dall’inizio della sua carriera politica Kent ha associato il proprio profilo a quello di Trump e al mondo MAGA. Due volte candidato (2022 e 2024) alla Camera dei Rappresentanti per lo Stato di Washington e due volte sconfitto dal suo avversario democratico, Kent condivide le posizioni MAGA su una serie di temi che spaziano dai vaccini all’atteggiamento nei confronti dei ‘Capitol Riots’ del 2021, fino alla percezione della cultura dominante negli Stati Uniti come “anti-maschio-bianco-eterosessuale”. Accusato in passato di vicinanza a varie figure del suprematismo bianco, è sempre stato fortemente critico dell’impegno internazionale degli Stati Uniti, inclusa la fornitura di assistenza militare all’Ucraina, cheancora nel 2022 ha definito una scelta destinata a “trascinarci in un conflitto catastrofico con la Russia”.

Tuttavia, se il ruolo ricoperto da Kent ha dato al suo gesto una visibilità particolare, quella dell’ex capo dell’antiterrorismo non sembra essere una voce isolata. Vari media, in questi giorni, hanno parlato di divisioni all’interno dell’amministrazione e di un Presidente “pericolosamente overconfident” nonostante le difficoltà in cui la campagna si è imbattuta e il rischio di un allargamento del conflitto ai paesi vicini. Il fatto che la stessa Casa Bianca abbia sentito la necessità di smentire ufficialmente l’esistenza di divisioni è indice di possibili problemi, soprattutto alla luce della compattezza dimostrata sinora dal gruppo dei collaboratori più stretti di Trump. A differenza della prima amministrazione – di cui sono state subito evidenti le divisioni profonde quella attuale è apparsa, infatti, almeno fino a oggi, come una macchina i cui membri non lasciavano trasparire dubbi, trasmettevano sicurezza e serravano i ranghi contro ogni critica. È soprattutto la questione del rapporto con Israele che sembra avere eroso questa compattezza, anche se l’esistenza di uno scollamento dagli obiettivi statunitensi è stata suggerita dallo stesso Trump e appare evidente nella strategia di eliminazione dei vertici iraniani portata avanti da Gerusalemme.

I timori per le prossime elezioni di midterm possono spiegare, in parte, l’emergere di queste divisioni, così come di quelle che si sono affacciate nelle scorse settimane alla Camera dei Rappresentanti. Ci possono però essere anche altre cause. Dietro la solidità di facciata, anche l’attuale amministrazione nasconde divisioni che la centralità della figura del Presidente riesce solo in parte a contenere. Lo snodo è, anzitutto, la lotta per la successione in vista delle elezioni del 2028. Con Trump prevedibilmente fuori gioco (se non altro per ragioni anagrafiche), la questione assume un peso particolare. Da qualche tempo, la posizione di ‘erede designato’ del Vicepresidente sembra messa in discussione dall’ascesa del Segretario di Stato all’interno dell’amministrazione. Anche nell’opinione pubblica, il vantaggio che i sondaggi hanno sempre attribuito a J.D. Vance pare scricchiolare, mentre intorno alla figura di Marco Rubio si starebbe raccogliendo una cordata di finanziatori per sostenerne una possibile candidatura. Significativamente, sia Rubio sia Vance hanno preso le distanzeseppure in modo diverso – dal conflitto in corso, il cui esito – indipendentemente da quale sarà – potrà avere ricadute ‘di peso’ soprattutto sul futuro del Segretario di Stato.

Sia per Vance sia per Rubio la sfida è conciliare la fedeltà al Presidente e il sostegno alle sue politiche con il favore di un elettorato sempre più distante dalle scelte della Casa Bianca e con la necessità di accreditarsi come figure ‘a tutto tondo’, sganciandosi dall’ingombrante figura di Trump. Come detto, in questo campo, il conflitto in corso potrà avere ricadute importanti. Senza dubbio, il più chiaro ‘smarcamento’ di Vance riflette meglio i sentimenti profondi del mondo MAGA tradizionale. D’altra parte, la posizione più ‘muscolare’ di Rubio (che, pure, è stato quello che per primo ha parlato di una guerra in cui gli Stati Uniti sarebbero stati trascinati dalle iniziative dell’alleato israeliano) si avvicina di più a certe tendenze ‘neocon’ che restano vive nell’elettorato e nel ‘corpo’ del Partito repubblicano e che il Segretario di Stato sembra impegnato a ‘traghettare’ verso l’universo MAGA. Ancora non è chiaro quale strategia si dimostrerà vincente. È comunque indicativo che, in questo primo anno di mandato, Donald Trump abbia già ampiamente rimodulato il mantra ‘America first’ e che, parallelamente, abbia abbracciato un interventismo ‘a trecentosessanta gradi’ che, nei mesi della campagna elettorale, sarebbe apparso assolutamente improbabile.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.