Le relazioni fra Madrid e Washington appaiono spesso soggette a una sorta di ciclicità. Le tensioni degli scorsi giorni sembrano, però, il segnale di qualcosa di diverso

 

Dopo mesi di freddezza e tensioni latenti, lo scoppio della guerra con l’Iran ha portato ad un rapido deterioramento dei rapporti fra Stati Uniti e Spagna. Ai primi di marzo, pochi giorni dopo l’inizio degli attacchi contro la Repubblica islamica, il governo di Madrid ha respinto la richiesta di Washington di utilizzare per le operazioni in corso le basi di Rota e di Morón, usate congiuntamente dai due Paesi. Il Primo ministro Pedro Sánchez ha parlato di “azione militare unilaterale e ha dichiarato che le installazioni spagnole non saranno impiegate senza mandato delle Nazioni Unite o altra precisa base giuridica. Donald Trump ha risposto annunciando che gli Stati Uniti avrebbero interrotto i rapporti commerciali con la Spagna, citando a sostegno della decisione, oltre alla questione delle basi, la posizione di Madrid in materia di spese per la Difesa e l’esenzione – chiesta e ottenuta – dal rispetto della soglia del 5% del PIL fissata lo scorso giugno dal vertice NATO de L’Aia. A sua volta, il governo spagnolo ha reagito precisando che qualsiasi revisione dei rapporti in essere dovrà rispettare quanto sancito dal diritto internazionale e dagli accordi in materia conclusi fra Stati Uniti e Unione Europea.

Questo tipo di tensioni fra Stati Uniti e Spagna non è nuovo. Le relazioni fra Madrid e Washington appaiono spesso soggette a una sorta di ciclicità. Per restare solo agli anni più recenti, dopo la forte convergenza che aveva caratterizzato il periodo di governo di José María Aznar (1996-2004), con l’arrivo al potere di José Luis Zapatero (2004-11) i rapporti erano deteriorati rapidamente e su vari fronti, tornando a migliorare con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca e mantenendosi sostanzialmente buoni anche nel corso del primo mandato di Donald Trump, quando alla Moncloa – dopo Zapatero –sedeva il popolare Mariano Rajoy (2011-18). In una democrazia dell’alternanza, la cosa non stupisce più di tanto, anche perché le fasi di tensione – anche acuta – non hanno mai messo davvero in dubbio il rapporto fra i due Paesi e sono state regolarmente seguite da fasi di riavvicinamento più o meno evidente. Quelle degli scorsi giorni sembrano, però, il segnale di qualcosa di diverso. La presa di posizione di Sanchez – come quella dello scorso anno a L’Aia – segna non solo una rottura netta con Washington, ma anche un allontanamento dalle posizioni degli altri paesi europei, che verso l’amministrazione Trump hanno assunto, di norma, un atteggiamento assai più cauto.

È forse questo l’aspetto più rilevante. Di fronte a quelle che appaiono le difficoltà dell’UE e dei suoi tradizionali ‘motori’ – Francia e Germania in primis, entrambe alle prese con seri problemi interni – Madrid sembra avere trovato il modo di ritagliarsi un ruolo proprio e più dinamico. Le parole della vicepremier, Yolanda Díaz, su un’Europa “orfana in un momento di gravità storica” e priva di una vera leadership di fronte al conflitto in corso in Medio Oriente si inseriscono chiaramente in questa prospettiva. Le critiche dalla Casa Bianca, più che indebolire le ambizioni di Madrid, contribuiscono a rafforzarle. La minaccia di Washington di rimettere mano all’arma economica riflette un copione già visto altre volte e che sinora – nelle relazioni con Bruxelles – si è sempre dimostrato pagante. Di contro, l’irrigidimento di Sánchez riflette la necessità, per gli alleati europei, di ritrovare margini di azione, promuovendo il processo di integrazione, lo sviluppo di una difesa comune forte, lautonomia strategica e una posizione unitaria e proattiva dell’Unione sulla scena mondiale; tutti problemi che il premier spagnolo ha già evocato in passato e che acquistano oggi nuova rilevanza alla luce delle divergenze sempre più chiare che esistono fra le due sponde dell’Atlantico.

Sánchez ha anche altre frecce al suo arco. L’economia spagnola sta vivendo una fase positiva. Inoltre, il Partito socialista è un elemento chiave della coalizione su cui si regge il progetto europeo. Il fatto che, negli ultimi anni, il Partito popolare europeo (l’altra grande ‘gamba’ su cui il progetto di integrazione si regge), si sia spostato gradualmente a destra aumenta il peso dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, la cui capogruppo, Iratxe García Pérez, proviene dallo stesso PSOE di Sánchez. Il Primo ministro ha, quindi, solidi elementi a sostegno delle sue posizioni. Senza contare che proprio l’integrazione nella UE è forse la migliore difesa di Madrid contro le minacce della Casa Bianca. Se Bruxelles dovesse ritenere eventuali misure contro la Spagna linizio di un conflitto commerciale, il problema cesserebbe di essere una ‘semplice’ questione bilaterale, per diventare una controversia di portata molto più ampia. L’alternativa – lasciare che la questione sia gestita solo da Washington e Madrid – rischierebbe, di contro, di avere conseguenze assai profonde, traducendosi nella scelta di trattare uno Stato membro come se non fosse parte dell’UE in un ambito come quello commerciale, esplicitamente disciplinato dai trattati dellUnione.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.