Circolerebbe una bozza di ordine esecutivo per dichiarare lo stato di emergenza per influenzare le elezioni di medio termine che rischiano di indebolirlo, riducendo gli spazi d’azione su cui la Casa Bianca potrà contare nella seconda parte del mandato presidenziale
La notizia – diffusa dal ‘Washington Post’ – secondo cui il Presidente Trump avrebbe in programma di dichiarare lo stato di emergenza per influenzare le elezioni di midterm che rischiano di indebolirlo ha sollevato diffuse preoccupazioni. Secondo quanto diffuso dal quotidiano, sarebbe già pronta una bozza di ordine esecutivo in cui si parlerebbe di presunte interferenze cinesi nelle elezioni del 2020 e che costituirebbero la base per dichiarare lo stato di emergenza nazionale, attribuendo al Presidente poteri straordinari. La proclamazione dello stato di emergenza permetterebbe, fra l’altro, al Presidente di vietare il voto per corrispondenza e il voto elettronico in quanto possibili vettori di interferenza straniera. Trump starebbe, inoltre, facendo pressioni sul Congresso perché approvi una legge che richieda una prova di cittadinanza per registrarsi come elettori e la presentazione di una carta d’identità in occasione del voto. La misura – denominata SAVE – Safeguard American Voter Eligibility Act – è già stata approvata dalla Camera, ma sta incontrando ostacoli al Senato, dove i vertici del Partito repubblicano hanno respinto le richieste del Presidente di modificare le regole di procedura per accelerare l’iter della legislazione. Trump ha affermato che – se la legge non sarà approvata – agirà unilateralmente per imporre cambiamenti in vista del voto.
Sinora, la Casa Bianca non ha commentato la vicenda. D’altra parte, quella del Presidente verso il voto postale ed elettronico è un’avversione di lunga data; il tema è già affiorato alla viglia delle elezioni ‘rubate’ del 2020, quando – dopo la pandemia di COVID-19 – queste forme di voto sono state ampiamente utilizzate. Sebbene non vi siano mai state prove concrete dei ‘brogli su larga scala’ che Trump ha spesso evocato, dopo tale data, gli attacchi al voto postale ed elettronico sono diventati un tema ricorrente della sua propaganda. In materia elettorale ci sono, tuttavia, anche altri fronti aperti. La guerra per la ridefinizione dei distretti elettorali (il c.d. ‘gerrymandering’), per esempio, continua a infuriare, anche a causa di alcune pronunce della Corte Suprema che hanno ristretto la portata del Voting Rights Act del 1965, che regola l’accesso al voto negli Stati Uniti e che prevede, fra l’altro, particolari garanzie a tutela delle minoranze. Secondo alcuni osservatori, attraverso il ‘gerrymandering’, il Partito repubblicano si sarebbe riuscito ad assicurarsi almeno nove seggi in tutto il Paese, mentre quello democratico se ne sarebbe ‘ritagliati’ sei, soprattutto in California. Per il GOP vi sarebbero, inoltre, opportunità in Florida, mentre sul lato ‘dem’ si parla del lancio, ad aprile, di un’iniziativa referendaria sulla ridefinizione dei distretti elettorali in Virginia.
A sua volta, la Casa Bianca sembra intenzionata a estendere il suo controllo su un tema che è di competenza dal Congresso e dagli Stati. Nei giorni scorsi, un tribunale federale si è espresso a favore della decisione della California di opporsi alla richiesta che lo Stato consegnasse all’amministrazione i dati dei suoi ventitré milioni di elettori. D’altra parte, la Corte Suprema ha accettato di pronunciarsi in merito al quesito se i voti per corrispondenza che rechino il timbro postale del giorno delle elezioni o di un giorno precedente, ma che arrivino dopo tale data, possano comunque essere conteggiati; una decisione che potrebbe avere gravi conseguenze rispetto al ricorso a questo tipo di voto. Un ordine esecutivo del Presidente potrebbe, inoltre, complicare molto l’uso del voto elettronico da parte degli Stati, rallentando drasticamente le procedure di conteggio. L’argomento – come nel caso delle pressioni per una rapida approvazione del SAVE Act o delle ventilate misure di emergenza – è sempre quello di impedire eventuali brogli. I progetti del Presidente si scontrano, tuttavia, con l’opposizione non solo del Partito democratico e delle organizzazioni pro-voto, ma anche di alcuni esponenti repubblicani, che potrebbe avere ricadute soprattutto in Senato, dove il partito non ha, oggi, i numeri per contrastare una possibile strategia ostruzionistica.
La battaglia è, quindi, aperta, anche se le notizie di questi giorni sono solo la classica punta dell’iceberg. Nei mesi scorsi, l’amministrazione ha – fra l’altro – ridimensionato la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA), che ha fra i suoi compiti assistere gli Stati a proteggere i propri sistemi elettorali dagli attacchi informatici. Il Segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, ha cancellato, inoltre, i finanziamenti federali a favore della Multi-State Information Sharing and Analysis Center, una rete di condivisione delle informazioni per l’individuazione e la risposta ad attacchi hacker coordinati. Il Dipartimento della Giustizia, infine, ha riorganizzato la sua Divisione diritti civili, riducendone gli spazi d’azione e includendo nel suo nuovo mandato il compito di assistere gli Stati a ‘ripulire’ le proprie liste elettorali; una decisione che, tuttavia, si è già scontrata con una pronuncia giudiziaria che la definisce non conforme alle previsioni del Civil Rights Act del 1964. Un’ulteriore conferma di come accesso al voto e definizione delle mappe elettorali siano, in questo momento, i principali terreni di scontro; terreni, che, sebbene lontani dai riflettori, potrebbero condizionare in maniera importante l’esito del voto di novembre e gli spazi d’azione su cui la Casa Bianca potrà contare nella seconda parte del mandato presidenziale.
