Inconfondibile il suo stile, autorevole la sua parola, non discutibile come un imperatore, simbolo di raffinatezza e bellezza
Quel titolo, ‘Imperatore’, chissà se poi gli garbava. All’inizio, forse: riconoscimento meritato alla sua indiscutibile e geniale maestria, la spontanea e naturale eleganza sobria e al tempo stesso inconfondibile; l’autorità stilistica che lo aveva imposto nel mondo dell’alta moda, facendolo diventare un’autorità stilistica e un brand.

Certo: Valentino Clemente Ludovico Garavani, lombardo di Voghera, classe 1932 (11 maggio, segno zodiacale Toro) non ha avuto rivali che gli potessero contendere lo scettro. Quell‘’Imperatore’ ci sta tutto: inconfondibile il suo stile; autorevole la sua parola, non discutibile, appunto come un monarca, simbolo di raffinatezza e bellezza. Ma chissà: forse era più contento e soddisfatto quando lo si chiamava più ‘semplicemente’ Valentino? O, al limite, come lo chiamavano gli americani: ‘The Chic’…

Di sicuro è stato un maestro dell’arte della meraviglia. Quell’arte teorizzata da Giovan Battista Marino: “E’ del poeta il fin la meraviglia / (parlo de l’eccellente e non del gobbo): / chi non sa far stupir, vada alla striglia!”.
Valentino ha saputo stupire e meravigliare principesse e first ladies, ricche ereditiere, e dive di mezzo mondo, fasciandole con creazioni caratterizzate dal rosso di fuoco, colore, teorizzava, che rende bella e desiderabile ogni donna: “Con il rosso non si sbaglia mai: è un colore che dona, sta bene a tutte, conferisce molta energia, molto smalto. Il rosso è vita, passione, amore, è il rimedio contro la tristezza. Penso che una donna vestita di rosso, soprattutto di sera, sia meravigliosa. È, tra la folla, la perfetta immagine dell’eroina”.

Un’infanzia e una famiglia normale, tradizionale: il padre Mauro Garavani, conosce una bella ragazza, Teresa; la sposa; apre una bottega di barbiere, poi si dedica al commercio all’ingrosso di materiale elettrico, una vita medio-borghese. I Garavani hanno due figli: prima Wanda, nata nel 1925. Sette anni dopo arriva lui: Valentino, chiamato come il nonno paterno. A scuola non fa che disegnare. È il segno di un destino. Da quegli schizzi le idee destinate a meravigliare. Racconta: “La folgorazione per la moda mi ha colpito presto, avevo sei anni”. Un giorno ascolta dalla radio del fidanzamento di Maria Francesca di Savoia, ultima figlia di Vittorio Emanuele III, con il principe Luigi di Borbone Parma. Lei per l’occasione avrebbe indossato un abito di lamé verde.
Parole magiche quel ‘Lamé verde’. Valentino ha una zia che vende stoffe francesi, da lì il giovane Valentino comincia. Il divertimento diventa passione e ragione di vita. È ancora liceale e frequenta un corso di figurinista a Milano. La famiglia non lo ostacola, anzi lo sostiene. Lo finanzia quando decide di frequentare a Parigi la prestigiosa scuola della Chambre Syndicale de la Couture Parisienne; è a bottega di Jean Dessès e Guy La Roche, apprende tutti i segreti sulle stoffe, i colori, i vestiti, gli accostamenti. Vince il concorso Iws assieme insieme a Karl Lagerfeld e Yves Saint Laurent. La Francia, di fatto la sua seconda patria, nel 2006 gli conferisce la prestigiosa Légiond’honneur.

Si è descritto come uno scrittore che “negli anni racconta solo una storia, quella del suo stile, del quale ogni collezione rappresenta un capitolo. Con tutte le sue emozioni, le sue idee, i suoi motivi. L’aspetto esterno delle cose, il look, può cambiare, ma i protagonisti restano gli stessi, esattamente come le persone e le emozioni che mi hanno sempre ispirato e continuano a ispirarmi. Una storia con un solo protagonista, dove, mentre la narrazione procede, la moda e i suoi temi si evolvono, ma dietro le pieghe, i ricami e i fiocchi si riconosce sempre la stessa donna. Il titolo di questo libro, ‘Temi e Variazioni’, spiega esattamente la mia idea di moda”.
Fonda la sua maison nel 1960, diventa un impero che definisce l’idea stessa di glamour per decenni. Le sue collezioni segnano un’epoca, contribuiscono a portare la moda italiana alla ribalta mondiale. Per mezzo secolo il suo nome è simbolo di una inconfondibile estetica che sa rinnovarsi restando fedele a sé stessa, innovativa senza nulla concedere alla volgare trasgressione. La sua è una disciplinata eleganza sobria, mai sopra le righe: “Ho sempre desiderato rendere belle le donne”, il suo leit motiv.

Quel ‘rosso’ Valentino che era la sua cifra nasce quasi per caso, durante una vacanza a Barcellona; si imbatte in quella che definisce “una tonalità intensa, collocata tra carminio, porpora e rosso di cadmio”. Con il bianco candido, il nero, i fiocchi, i fiori, i pois, linee pulite e dettagli curatissimi, quel rosso diventa un inconfondibile vocabolario stilistico che si afferma in tutto il mondo.

Deve molto a un casuale incontro romano. È estate. Si trova, in quella Roma anni Sessanta, al Café de Paris in via Veneto. Conosce Giancarlo Giammetti, svogliato studente di architettura. Ne nasce un sodalizio anche sentimentale e professionista. Valentino è l’artista, il poeta che meraviglia. Giancarlo il socio, lo stratega, l’organizzatore della maison, l’uomo che fa quadrare i conti, si occupa della parte commerciale, si occupa delle campagne pubblicitarie, della comunicazione. I due sono una formidabile macchina da guerra che sopravvive anche quando il legame sentimentale viene meno. “Condividere con una persona l’intera esistenza, ogni momento, gioia, dolore, entusiasmo, delusione è qualcosa di indefinibile”, confida al Corriere della Sera. “Valentino è fuori controllo, fa quello che vuole: è Valentino”, dice invece di lui Giammetti nel docufilm ‘The Last Emperor’, ritratto intimo e monumentale dello stilista.

La maison apre boutique a New York, Parigi, Ginevra, Losanna, Tokyo. Le creazioni di Valentino fasciano Sophia Loren, Jackie Onassis, Marella Agnelli, Liz Taylor, Ava Gardner, la regina di Giordania, la principessa Margaret. Nel 1968 firma il vestito di pizzo avorio di Jacqueline Bouvier vedova Kennedy che sposa l’armatore greco Aristotele Onassis. A lei Valentino dedica la famosa White Collection della Primavera/Estate di quello stesso anno. Una grande amicizia la loro, nata qualche mese dopo la morte del presidente Kennedy. Sempre di Valentino il vestito indossato da Elizabeth Taylor per il suo ottavo e ultimo matrimonio con Larry Fortensky. Un cappotto di Valentino quello indossato da Farah Diba, imperatrice di Persia, per la sua fuga dalla rivoluzione iraniana.

Sempre di Valentino gli abiti più belli sui red carpet, sempre in tessuti ricercati, sempre nati da una tecnica sartoriale ineccepibile, spesso tinti di quella precisa tonalità di rosso molto acceso tra il carminio, il porpora e il cadmio che ha preso il suo nome e per il quale la folgorazione è arrivata durante una serata al Teatro dell’Opera di Barcellona.

Quando lascia la guida creativa, il marchio (e il mito) continua a riscuotere successo. Leggendari i suoi sfarzosi party nelle sue residenze: la villa romana sull’Appia Antica e Palazzo Mignanelli, sede della sua Maison, il castello seicentesco di Wideville con parco annesso di oltre 300 acri, un parterre all’inglese, boschi, un frutteto, un roseto con mille varietà per oltre un milione di rose e una piccola casa-torre in cui Valentino sfoga il suo amore per la Cina, arredandola con pezzi d’antiquariato); e ancora: il palazzo ottocentesco di Holland Park a Londra (cinque preziosi Picasso appesi nel salone), l’attico a Park Avenue a New York; lo chalet Gifferhorn, dimora invernale dello stilista a Gstaad; il mega yacht TM Blue One di 49 metri.

Stravaganze in quantità, o forse solo leggende metropolitane: l’amore per i cani carlini da cui mai si separava e che lasciava riposare su ritagli di soffice cashmere. I litigi con Giancarlo, solo e sempre in francese; l’irritazione mai sanata quando Sophia Loren lo ‘tradisce’ e sceglie di vestirsi con abiti firmati da Giorgio Armani; aveva una voce bellissima: nel 2011 canta “My Way” al party in onore di Carine Roitfeld, ex direttrice di Vogue Paris, tra scrosci di applausi; che nel castello di Wideville è custodito il suo imponente archivio costituito da oltre 10mila disegni, abiti a rotazione, foto di guru come Avedon, Penn e Lindbergh, raccolte stampa e di tutto quello che ha fatto la storia di questo grande Couturier…). Dicono che il suo più grande rammarico era quello di non aver avuto tempo e voglia di instradare un giovane pronto a prendere il suo posto, perché l’idea di passare la mano, in realtà, non lo ha mai entusiasmato. L’11 luglio 2025 sul profilo Instagram di Valentino compare una foto in bianco e nero, due giganti sorridenti in smoking e papillon: sono lui e Giorgio Armani, l’Imperatore e il Re. Sotto, un augurio: «Buon compleanno all’unico che posso chiamare amico».

Lo hanno premiato con il Neiman Marcus Award a Dallas, l’Oscar della Moda; e con il Martha Award di Palm Beach nel 1967. Nel 1986 ritira da Cossiga, allora Presidente della Repubblica Italiana, la decorazione di Cavaliere di Gran Croce dell’ordine al merito. Nel 1996 è nominato Cavaliere del lavoro. Della Legion d’Onore s’è detto. Nel 2011 Valentino è onorato presso il Fashion Institute of Technology di New York con il premio Couture Council Award. Nel 2017 l’American Academy of Achievement gli conferisce il Golden Plate Award, che solo geni del calibro di Bill Gates o Rita Levi Montalcini hanno ricevuto. Nel febbraio 2018 il Parlamento europeo lo proclama “Uomo di moda e di pace” per via del Peace Dress, il lungo abito bianco creato nel 1991, in piena Guerra del Golfo, con la parola «Pace» scritta in 14 lingue.

La cosa più ambita, forse, è quella che confida nel 2017 al Corriere della Sera: “Mi aspetto che la città mi dia uno spazio per il mio museo. Sarebbe la cosa che credo di meritare e che vorrei regalare ai romani”. Chissà se un giorno…
