Quando la potenza si traveste da destino, secondo la retorica dell’espansione, l’impero diventa ‘necessario’ e l’azione militare viene presentata come obbligo morale

 

Ogni progetto espansionistico per sopravvivere al giudizio morale ha bisogno di una narrazione che lo renda inevitabile. La storia del Novecento lo dimostra con chiarezza, nessuna aggressione si è presentata come tale ma come risposta, difesa, missione. In questo senso l’analisi delle retoriche utilizzate dal governo degli Stati Uniti guidato da Donald Trump nelle sue politiche di proiezione globale rivela inquietanti continuità strutturali con altri modelli storici di espansione imperiale, non identità ma analogie di linguaggio, di giustificazione, di autoassoluzione.

Uno degli elementi ricorrenti di ogni ideologia espansionistica è l’idea di una missione storica superiore. Nel Terzo Reich questa si declinava nel mito del ‘Lebensraum, l’espansione territoriale non come scelta politica, ma come necessità biologica e storica.

Nella retorica statunitense contemporanea, il linguaggio cambia ma la funzione resta sorprendentemente simile: esportazione della democrazia, difesa dell’ordine internazionale, responsabilità globale.

L’azione militare non viene presentata come volontà di potenza, bensì come obbligo morale. Chi si oppone di conseguenza non è solo un avversario politico ma un ostacolo al progresso.

Ogni espansione richiede un nemico che non possa essere compreso, solo eliminato. Il nazismo costruiva il nemico come degenerazione esistenziale, incompatibile con l’ordine del mondo.

Nel discorso geopolitico americano, il nemico assume forme diverse: stato canaglia, terrorismo, regime autoritario, quando è definito come male assoluto ogni mezzo diventa lecito e ogni conseguenza collaterale viene assorbita come costo inevitabile.

Un altro pilastro ideologico è l’eccezionalismo. Il Reich si concepiva come ordine nuovo, non vincolato alle regole della vecchia Europa decadente, gli Stati Uniti, in modo diverso ma parallelo, si presentano spesso come arbitro morale globale, implicitamente al di sopra delle stesse norme che promuovonodiritto internazionale applicato selettivamente, sovranità altrui condizionata, interventi preventivi giustificati ex post. Un po’ come “il diritto internazionale è importante ma fino a un certo punto” di Tajani. L’idea è semplice e pericolosa: le regole valgono per tutti tranne per chi le garantisce.

Il punto più critico non è la retorica in sé ma il suo impatto reale. Quando la guerra diventa intervento umanitario, quando l’occupazione diventa stabilizzazione, quando le vittime diventano danni collaterali, il linguaggio non descrive più il mondo, lo narcotizza, la semantica diventa un pratico mezzo di propaganda.

La storia del Novecento dovrebbe avere insegnato che le peggiori violenze possono nascere da parole giuste.

Mettere a confronto le retoriche espansionistiche non significa equiparare sistemi, contesti o crimini, ma riconoscere strutture ricorrenti del potere. La convinzione di essere dalla parte giusta della storia è sempre stata il primo passo verso l’abuso e l’impero che si crede necessario smette presto di interrogarsi.

Quando il dubbio muore, la critica diventa tradimento e la guerra una semplice formalità.

In questo schema teorico, gli Stati Uniti d’America hanno la necessità di dominare il Venezuela perché nel territorio di quella nazione si trova la riserva di petrolio più vicina ai suoi confini, l’unica che potrebbe permettere loro di affrontare l’avventura di un conflitto bellico su vasta scala. Hanno per di più mire di controllo sull’Iran in quanto fornitore di petrolio a uno dei più temibili competitori degli USA, la Cina.

Infine, l’ipotesi che gli USA possano scatenare un conflitto mondiale, che nel giro di poco più di un secolo sarebbe il terzo storicamente ascrivibile agli interessi di quella federazione, non è del tutto peregrina. Come diceva Giovanni Falcone, se vuoi capire (la mafia) segui i soldi, e i movimenti di ricchezza ci raccontano che gli USA uscirono dalla prima guerra mondiale come principali creditori mondiali; nella grandissima crisi del capitalismo occidentale generata dalla grande depressione del 1929 la seconda guerra mondiale pose fine alla stagnazione degli USA, forse non fu proprio scelta per risolvere la crisi ma funzionò come dispositivo che definì una egemonia statunitense e della sua moneta. Oggi i più accreditati analisti internazionali individuano segnali di cronica crisi del sistema statunitense, come crescita del debito pubblico e privato, finanziarizzazione ormai estrema dell’economia, deindustrializzazione, sfida sistemica di altre potenze, erosione della centralità del dollaro.

Nel Mein Kampf, scritto tra il 1924 e il 1925, Hitler introduceva il concetto di Lebensraum (spazio vitale) come una necessità storica e biologica per uscire da una condizione di crisi, essenzialmente causata dalle sanzioni capestro definite dal trattato di Versailles, criticate persino dal grande economista John Maynard Keynes. Forse era necessaria l’intenzione, ma il modo … lo stesso già adottato dal Governo degli Stati Uniti, che ha di fatto iniziato la terza guerra mondiale con l’aggressione del Venezuela e il rapimento del suo presidente, mentre si accinge ad invadere la Groenlandia, un territorio autonomo del Regno di Danimarca. Paradossalmente Hitler aveva iniziato più o meno così, il 1° settembre 1939 aveva invaso la Polonia, il 9 aprile 1940 la Danimarca.

Ogni epoca produce il proprio Mein Kampf, non come copia ma come sintomo. Ignorarlo non lo rende meno pericoloso. Attendiamo, preoccupati, la pubblicazione del ‘Mein Kampf di Donald Trump.

Di Danilo Stentella / Centro Studi Politici e Sociali Franco Maria Malfatti

Direttore Centro Studi Politici e Sociali 'F. M. Malfatti'.