Per Mosca ci sarà pace solo quando avrà raggiunto tutti gli obiettivi prefissati dalla cosiddetta ‘operazione militare speciale’

 

 

  Come no? Diamo pure addosso all’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, per quelle sue avventate dichiarazioni rilasciate al ‘Financial Times’. Però sicuri che non sia come la lingua che batte dove il dente più duole?

  Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo ripete alla nausea: l’Europa, almeno quella che ama qualificarsi come ‘volenterosa’, è bene che si metta in testa che lo zio Sam non ha più voglia di pagare la nostra sicurezza. Addirittura, prima di Trump: la ‘vocazione’ a non farsi più carico dei nostri problemi già si indovinava con Joe Biden, Barack Obama; prima ancora,segnali’ sono venuti da Bill Clinton e George W. Bush

  Tocca farsene una ragione: l’‘Occidente’ come si è concepito dopo la Seconda guerra mondiale non c’è più, è diventato ‘altro’; inutile, perfino dannoso, illudersi.

  Un curriculum di tutto rispetto, quello di Cavo Dragone, da gennaio Presidente del Comitato militare NATO: interfaccia del segretario generale Mark Rutte, a cui consiglia le possibili strategie.

 Per quanto si possano ritenere inopportune le sue ‘riflessioni’, sono ‘nodi’ che si devono sciogliere, prima o poi; non paga la politica degli struzzi: nascondere la testa sotto la sabbia si finisce soffocati, e comunque una parte sensibile del corpo resta scoperta. Dunque: per esempio, come reagire all’escalation degli «attacchi ibridi» provenienti da Mosca? Come prevenire e neutralizzare le incursioni dei droni sugli aeroporti in mezza Europa? Per non dire del sabotaggio informatico di uffici pubblici, banche, ospedali; le minacce a impianti energetici, cavi sottomarini, reti essenziali di  telecomunicazioni. Diamo pure addosso a Cavo Dragone, però che risposte alla sua esclamazione: ‘Il re è nudo’?

  Vero o no che già nel 2015 la NATO ha istituito la Joint Intelligence and Security Division il cui compito è studiare le «minacce della guerra ibrida»? E che dire di quel documento del 3 febbraio 2025 dove si individuano quattro pericoli: a) disinformazione pilotata dall’esterno; b) cyber attacchi; c) pressioni economiche; d) dispiegamento di forze militari irregolari o regolari.

  I governi e le leadership politiche di Polonia, Olanda, Finlandia e Paesi Baltici da tempo sostengono che occorre essere pronti, in condizione di colpire la fonte degli attacchi, senza aspettare di subirli. Non è quello che ha detto Cavo Dragone? ‘Autonomia strategica sull’informazione’, propone la Finlandia. Infiltrarsi nel mondo degli hacker, suggerisce l’Olanda, la chiamano «Defense Cyber Strategie 2025». Al di là delle criptiche definizioni, non è quello che auspica Cavo Dragone?

  Anche perché c’è una realtà di cui sarebbe bene prendere atto: a Mosca, Vladimir Putin e la sua cricca al potere non sono disposti a concedere nulla: né per quello che riguarda l’Ucraina, né su altro. Un ‘indizio’ che è molto più di un semplice indizio di questa volontà arrogante e prepotente è costituito dalla firma, giorni fa, del bilancio federale russo per il 2026: un record storico in termini di spesa per la difesa. La percentuale destinata al settore militare e alla ‘sicurezza nazionale’ raggiunge oggi il 38 per cento del totale. È la cifra più alta registrata dalla fine dell’Unione Sovietica.

  La fonte è ufficiale, l’agenzia ‘Tass’, la ‘voce’ di Putin: Mosca stanzia per il settore militare l’iperbolica cifra di 12,93 trilioni di rubli (circa 166,8 miliardi di dollari), pari a quasi il 30 per cento del bilancio totale. Un ulteriore 8 per cento del bilancio è per lforze di sicurezza (fondi per il Ministero degli Interni, la Guardia Nazionale Russa e i servizi segreti). Si arriva così a 16,84 trilioni di rubli. Solo quattro anni fa la spesa per la difesa costituiva il 24 per cento del bilancio federale. Di tutta evidenza che la scelta di un così imponente investimento (e conseguente sottrazione di risorse ai settori civili) è il segnale di una volontà di proseguire la guerra contro l’Ucraina; e di comunque essere pronti a sostenere, ove lo si ritenesse opportuno, altri simili conflitti. Con buona pace per le crescenti difficoltà economiche interne e le sanzioni internazionali. Senza battere ciglio Putin e la sua corte procedono a drastiche riduzioni di spesa di altri settori sociali ed economici: un taglio di quasi l’11 per cento rispetto gli anni passati. La quota destinata alla spesa sociale è scesa al 25 per cento, il livello più basso degli ultimi vent’anni. Si preventiva la costruzione di migliaia di droni, di centinaia di missili. Che senso ha questo massiccio incremento, se davvero si vuole trovare un accordo con Kijv? Il bilancio russo è quasi interamente investito sulla guerra e il rafforzamento delle strutture del regime.  

  C’è una costante, una continuità. Giusto un anno fa Putin aveva stabilito di stanziare più risorse per l’apparato militare; già si preventivava che le spese per le forze militari e di sicurezza avrebbero superato quelle per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la politica sociale.

  Si spiega così quella Nona Mikhrlidze, ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali, definisce in un’intervista rilasciata a ‘HuffPost, «una simulazione di negoziato, l’ennesima esca messa sul tavolo da Putin per allontanare gli Stati Uniti di Trump dall’Ucraina e dagli europei».

  Secondo Mikhrlidze, «l’obiettivo della Russia non è arrivare alla firma di un accordo, ma causare la rottura tra Ucraina e Stati Uniti, e tra gli Stati Uniti e l’Europa, e poi, a cascata, la rottura della coesione dentro l’Unione Europea sugli aiuti militari all’Ucraina. Nei calcoli del Cremlino, questo processo deve essere portato affinché Trump arrivi alla conclusione che l’inevitabile fallimento dei colloqui sia responsabilità di ucraini ed europei, nella speranza che Washington abbandoni l’Ucraina nella sua difesa».

  In estrema sintesi gli obiettivi della Russia rimangono immutati, e la guerra continuerà. «Prevedo», sintetizza Mikhrlidze, «che si arriverà a un punto in cui sarà evidente che i russi non sono disposti a fare neanche mezzo passo indietro».

  Possibili scenari? Dall’inizio dell’anno, tutto quello che arriva dagli americani gli ucraini è acquistato o da Kiev o dagli europei. A fine agosto, l’aiuto complessivo agli ucraini è sceso del 43 per cento. Questo ci dice che è già un miracolo il modo in cui gli ucraini stanno difendendo il fronte. Un aiuto che prosegue, da parte americana, è la condivisione di intelligence. Ma quando salterà il banco del finto negoziato, Trump potrebbe sfilarsi dal ruolo di mediatore e dire agli europei: ‘cavatevela voi, se volete comprate le armi’.

  Qui, subentra il fattore ‘Finché c’è guerra c’è speranza’ (dal film di Alberto Sordi): gli interessi dell’industria militare americana, che guadagnaenormemente da questa guerra. Significa che l’Europa deve essere in grado di acquistare o produrre le quantità di armi che servono per il 2026.

  Al di là di tutto, ci si dovrà convincere che il conflitto russo-ucraino non è tanto o solo per la conquista di territori, ma per il sostanziale controllo dell’intera Ucraina (e poi, come l’esperienza dovrebbe insegnare, chissà… l’appetito viene mangiando).

  Il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, anche di recente lo ha detto senza girarci troppo intorno: per Mosca ci sarà pace solo quando avrà raggiunto tutti gli obiettivi prefissati dalla cosiddetta ‘operazione militare speciale’. Tra gli obiettivi la ‘denazificazione‘ e la ‘demilitarizzazione‘ dell’Ucraina: vale a dire togliere di mezzo il governo di Zelensky e limitare le capacità difensive ucraine.

C’è poco da girarci intorno: fino a quando Putin sarà il dominus russo, non ci sarà mai vera e giusta pace: non solo con l’Ucraina, ma con le democrazie e quello che costituiscono e rappresentano, i valori che incarnano.

  Così, in questo cruento gioco dell’oca si torna al punto di partenza, le dichiarazioni ‘avventate’ di Cavo Dragone.