Un’inchiesta pubblicata dal ‘Wall Street Journal’ intitolata ironicamente ‘Fare soldi, non fare la guerra’ ha documentato cosa c’è dietro i tentativi di Trump per porre fine della guerra in Ucraina

 

 

Un’inchiesta pubblicata lo scorso venerdì dal ‘Wall Street Journalintitolata ironicamente (quasi a prendere in giro gli hippie degli anni ‘70) ‘Fare soldi, non fare la guerra’ ha documentato come i recenti sforzi dell’amministrazione Trump per porre fine della guerra in Ucraina siano animati soprattutto dalla volontà di stringere accordi commerciali convenienti con la Russia che aprano la Russia agli investitori statunitensi, anche a discapito degli interessi economici europei. Non stupisce visto che Trump è lo stesso che negli anni ’80 si era offerto di negoziare personalmente una rapida fine della Guerra Fredda, mentre costruiva una Trump Tower di fronte al Cremlino.

Il piano di 29 punti era completamente sbilanciato a favore della Russia e per questo da subito criticato fino ad essere emendato e ridotto a 19 punti. Ma la cosa interessante è che era stato redatto in una serie di incontri: le fonti citate dal Wsj ricostruiscono l’incontro di ottobre, avvenuto in Florida, a Miami, a cui partecipavano l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, un avvocato esperto di questioni immobiliari e amico di vecchia data di Trump; e Kirill Dmitriev, capo negoziatore russo e imprenditore formatosi in grandi multinazionali della finanza statunitensi come Goldman Sachs, oltre che capo del fondo di stato russo che si occupa di attrarre investimenti dall’estero. I loro incontri, dice il ‘Wall Street Journal’, sono cominciati lo scorso febbraio e hanno di fatto sostituito i canali diplomatici ufficiali.

Dal 2022 Dmitriev è posto sotto sanzioni dagli Stati Uniti e non potrebbe entrare nel paese, ma lo scorso aprile Witkoff chiese un permesso speciale. Dmitriev si presentò a Washington con piani multimiliardari di collaborazione economica. Da allora i contatti sono stati continui: Witkoff è stato cinque volte in Russia (e mai in Ucraina), a ottobre a Miami è stato redatto il piano per la fine della guerra in 28 punti, al termine di lunghi incontri a cui partecipava anche Jared Kushner, genero di Trump, presidente di una società di investimenti e già coinvolto in varie trattative diplomatiche e commerciali in Medio Oriente e non solo.

In questo contesto, per l’amministrazione Trump il principale effetto di un’eventuale conclusione della guerra in Ucraina sarebbe il reinserimento della Russia nei circuiti economici mondiali. I due avrebbero discusso di un piano da duemila miliardi di dollari per far uscire dal tunnel l’economia russa. Un piano che vedrebbe le aziende americane in prima linea, rispetto ai concorrenti europei.

Dmitriev ha prospettato proprio le enormi opportunità garantite agli Stati Uniti e ai suoi investitori privati da buoni rapporti con il regime russo. A questo riguardo il piano originale redatto da Russia e Stati Uniti prevedeva la gestione statunitense della ricostruzione dell’Ucraina, con accesso ai circa 300 miliardi di dollari di beni russi congelati, gran parte dei quali nell’Unione Europea.

Oltre a questo, il ‘Wall Street Journal’ scrive che i campi in cui sarebbero stati fatti o almeno discussi accordi di massima erano vari: lo sfruttamento delle risorse naturali (gas e metalli rari) dell’Artico; l’accesso alle forniture di gas e petrolio russo per le aziende statunitensi, compresa la distribuzione attraverso gasdotti; la collaborazione nel campo dell’industria e delle missioni spaziali, anche con il coinvolgimento di SpaceX, l’azienda di Elon Musk.

Il quotidiano riferisce che negli ultimi mesi sono già state numerose le iniziative di imprenditori statunitensi considerati vicini all’amministrazione Trump per posizionarsi in vista di una possibile fine delle sanzioni e di un’apertura del ricco mercato russo. Tra gli altri Gentry Beach, compagno di università di Donald Trump Jr., starebbe lavorando per acquisire una quota in un progetto di estrazione di gas nell’Artico; Stephen P. Lynch, altro finanziatore della campagna elettorale di Trump, avrebbe fatto qualche investimento in vista di un possibile acquisto del gasdotto Nord Stream 2, la cui costruzione è stata completata prima dell’invasione dell’Ucraina ma che non è mai entrato in funzione; dirigenti della compagnia petrolifera ExxonMobil avrebbero avviato dialoghi preliminari con l’omologa russa Rosneft.

Aziende statunitensi potrebbero essere coinvolte anche nella riparazione del gasdotto Nord Stream 1 e nel completamento e nell’ampliamento del progetto Sakhalin, destinato invece a portare gas e petrolio verso l’est della Russia, la Cina e il Pacifico.

Proponendo accordi multimiliardari nel settore delle terre rare e dell’energia, Mosca potrebbe ridisegnare la mappa economica dell’Europa, creando al contempo una frattura tra l’America e i suoi alleati.

L’intero processo diplomatico avrebbe quindi seguito vie alternative rispetto a quelle consuete, aggirando il tradizionale apparato di sicurezza statunitense. Citando fonti diplomatiche il Wall Street Journal scrive che l’obiettivo di Putin e dei suoi negoziatori era convincere la nuova amministrazione a non considerare la Russia come una minaccia, ma come un’opportunità, creando allo stesso tempo una separazione netta fra gli Stati Uniti e i loro alleati europei.

negli anni ’80 si era offerto di negoziare personalmente una rapida fine della Guerra Fredda, mentre costruiva una Trump Tower di fronte al Cremlino. “La Russia ha tante risorse” ha dichiarato Witkoff al Wall Street Journal, descrivendo la sua speranza che Russia, Ucraina e Usa diventino partner commerciali: “Se riusciamo a raggiungere questo risultato, tutti prosperano, e la condizione sarà un baluardo contro futuri conflitti”. La Russia ha chiarito a Witkoff e Kushner che come partner preferirebbe le aziende Usa, non quelle europee i cui leader hanno “fatto un sacco di sciocchezze” sugli sforzi di pace.

Una fonte ha affermato al Wsj: “È l’arte dell’accordo di Trump dire: ‘Guarda, sto risolvendo questa questione e ci sono enormi vantaggi economici per l’America, giusto?”. Insomma, più che la forza militare o l’arte della diplomazia, vale il colore dei soldi.

Dopo che il piano per la fine della guerra elaborato da Witkoff e Dmitriev era diventato pubblico, il primo ministro polacco Donald Tusk aveva detto: «Sappiamo che questo non ha a che fare con la pace, ma con gli affari».