La Casa Bianca sembra avere negoziato un possibile beneficio di breve periodo con un concreto rischio a lungo termine
Nei giorni scorsi, l’endorsement di Donald Trump a favore di Benjamin Netanyahu, pubblicato dal Presidente su Truth Social, ha agitato le acque delle imminenti elezioni israeliane. In un momento critico della vita politica dello Stato ebraico, con le coalizioni guidate dal Primo ministro uscente e dallo sfidante, l’ex generale Gadi Eisenkot, impegnate in un difficile confronto, Washington sembrava avere scelto di tenere un basso profilo, visti anche gli screzi che c’erano stati con l’alleato nei mesi precedenti, in particolare riguardo alla condotta della guerra contro l’Iran. Su questo sfondo, la mossa della Casa Bianca ha sparigliato le carte, scavalcando sia la posizione più cauta adottata da altre figure chiave dell’amministrazione –come il Segretario di Stato Rubio o il Vicepresidente Vance – sia le critiche aperte che altre figure – come l’ambasciatore in Israele, Mike Huckabee – hanno rivolto al governo di Gerusalemme per la tolleranza dimostrata verso gli eccessi del movimento dei coloni.
Gli osservatori sono incerti sul peso che la ‘discesa in campo’ di Trump potrà avere. Da una parte, il favore di cui il Presidente gode nell’opinione pubblica israeliana resta alto – a differenza di quanto accade negli Stati Uniti– e il suo sostegno esplicito potrebbe dare una spinta alle chance di un Primo ministro in crisi di consenso. Dall’altra, il gap che esisterebbe fra Netanyahu ed Eisenkot sarebbe tale da rendere di fatto impossibile una vera rimonta. In questo senso, il post di Truth finirebbe soprattutto per mettere in luce da una parte le divisioni interne all’amministrazione statunitense, dall’altra la fragilità di un candidato che avrebbe bisogno di una sponda esterna per consolidare le proprie posizioni. Gli ultimi sondaggi diffusi da Haaretz accreditano il Likud di 19 seggi contro i 23 di ‘Yashar’ e i 15 di ‘Beyachad’ di Neftali Bennett e Yair Lapid. Ciò significa, nella nuova Knesset, circa 55 seggi per il blocco che sostiene Eisenkot e circa 51 per quello che sostiene Netanyahu, con 14 ‘non allineati’.
In ogni caso, quello che si delinea è un nuovo governo di coalizione; un governo in cui – con ogni probabilità –il peso politico dei partiti minori di entrambi gli schieramenti sarà molto maggiore rispetto al loro peso numerico. Questo fattore è destinato a pesare non poco sul modo in cui le due coalizioni daranno forma alle rispettive piattaforme, e non da ultimo su come struttureranno i loro rapporti con Washington. Ovviamente, un successo di Yashar non significherà l’abbandono della linea securitaria portata avanti dall’attuale coalizione, in particolare nei confronti dell’Iran. D’altra parte, in campagna elettorale, Eisenkot ha ripetutamente accennato a una maggiore cooperazione regionale e a una solida alleanza con gli Stati Uniti come pilastri della sicurezza nazionale; un ‘reset’ ritenuto necessario anche da vari ambienti a Washington (non ultima una parte significativa dell’ebraismo statunitense) che guardano con timore allo scollamento che si è formato fra due paesi considerati quasi ‘alleati naturali’.
La fine dell’‘era Netanyahu’ e un allentamento delle tensioni che hanno accompagnato gli ultimi anni di ‘Bibi’ alla guida del governo israeliano potrebbero quindi avere un effetto sostanzialmente positivo sul sistema dei rapporti fra Washington e lo Stato ebraico. Come è stato notato, una simile eventualità potrebbe addirittura rilanciare un rapporto che oggi appare – almeno in parte – usurato; ciò soprattutto se l’eventuale cambio della guardia dovesse portare a un maggiore coordinamento strategico fra le parti e a ridurre l’attuale polarizzazione della politica statunitense. In questo senso, segnali che gli Stati Uniti stiano guardando con attenzione alla possibilità di un gabinetto Eisenkot non mancano: da ultimo, le notizie circolate negli scorsi giorni sui media israeliani di un incontro fra il leader di Yashar e l’ambasciatore Huckabee, nel quale sarebbero state trattate questioni delicate come il futuro della Cisgiordania e di Gaza e le violenze imputate alle forze d’occupazione israeliane.
L’interrogativo principale riguarda il modo in cui tali sviluppi potrebbero incidere sulla Casa Bianca. In uno scenario di grande incertezza, l’endorsement di Trump a Netanyahu appare una mossa quanto meno azzardata, a maggior ragione alla luce della politica di basso profilo finora adottata e dello ‘smarcamento’ di figure come Vance e Rubio. Come altre mosse di Trump, anche il suo sostegno al Primo ministro israeliano potrebbe essere letto come un tentativo di accattivarsi la simpatia di una fetta dell’elettorato in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Una simile strategia presenta, tuttavia, diversi rischi. Soprattutto, al di là dei dubbi sui risultati concreti che potrà produrre, rischia, in caso di sconfitta di Netanyahu, di accentuare la debolezza del Presidente e di alimentare i contrasti in seno all’amministrazione. Ancora una volta, la Casa Bianca sembra quindi avere negoziato un possibile beneficio di breve periodo con un concreto rischio a lungo termine: un trade off cui Donald Trump ci ha abituato da tempo.
