Un regime change a L’Avana si tradurrebbe in molti meno benefici materiali rispetto a quelli derivati dalla caduta di Nicolás Maduro

 

Dopo mesi di difficili negoziati e di tensioni sottotraccia, nelle ultime settimane si è assistito a una ripresa della pressione aperta degli Stati Uniti sul governo e sulla popolazione cubana, mentre assetti militari statunitensi hanno iniziato a convergere verso l’isola caraibica, spingendo gli osservatori a ipotizzare un possibile scenario ‘venezuelano’. L’incriminazione dell’ex presidente Raúl Castro (a cui è attribuita la responsabilità dell’abbattimento, nel 1996, di due aeroplani carichi di aiuti umanitari, nel quale morirono quattro piloti americani) sembra accreditare questa possibilità. L’intelligence community statunitense è già da tempo al lavoro per valutare la possibile risposta cubana a un’azione militare, sia in termini immediati sia in quelli di eventuali reazioni a catena che potrebbero derivare dalla caduta di un apparato di potere che ha dimostrato, fino ad oggi, una resilienza più che considerevole. In settimana, Donald Trump ha negato la possibilità di un’escalation; una posizione alla quale si sono allineati i vertici dell’amministrazione, primo fra tutti il Segretario di Stato Marco Rubio, ma che è guardata con diffidenza – oltre che da Cuba – da Russia e Cina, che hanno già condannato le accuse mosse a Castro ed esortato gli Stati Uniti a smettere di usare la ‘coercizione’ contro il loro alleato.

Cuba è sempre stata al centro dell’attenzione di Donald Trump. Già durante il primo mandato, il Presidente aveva ribaltato la politica di cauta apertura dell’amministrazione Obama e – pochi giorni prima di cedere l’incarico al suo successore – aveva fatto reinserire il paese nella lista del Dipartimento di Stato dei paesi sponsor del terrorismo internazionale. Dopo la vittoria alle elezioni del 2024, la scelta di Rubio come nuovo Segretario di Stato aveva fatto pensare a molti che la questione di Cuba – passata sottotraccia negli anni della presidenza Biden – sarebbe tornata sugli scudi, come poi, di fatto, è avvenuto. Nel corso dei mesi, le opzioni della Casa Bianca hanno oscillato fra il ‘friendly takeover’ sostenuto dalla promessa di massicci investimenti e la minaccia militare aperta, più volte evocata da Trump e dai suoi collaboratori; il tutto sullo sfondo di un embargo sempre più stretto, che ha avuto, negli ultimi mesi, pesati effetti diretti e indiretti, come la paralisi dei trasporti, la carenza di cibo e medicinali, il deterioramento progressivo dei servizi di base e blackout prolungati. L’attuale escalation si inserisce, quindi, in uno scenario in cui l’incertezza sulle proprie mosse future sembra essere un obiettivo che l’amministrazione persegue esplicitamente, in linea con quanto accade in altri teatri, primo fra tutti il Medio Oriente e il Golfo.

Appare comunque difficile che un eventuale intervento a Cuba si possa svolgere lungo un copione ‘in stile venezuelano’. Secondo la maggior parte degli osservatori, il rischio di perdite sarebbe elevato, sebbene le forze armate cubane non siano certo all’altezza di quelle statunitensi. L’isola si prepara da anni alla possibilità di un’invasione, fra l’altro, con la creazione di un articolato (ed efficace) sistema di difesa civile e con lo sviluppo di una strategia anti-invasione basata sul ricorso alla guerriglia su larga scala. Anche la geografia – non ultima la vicinanza al territorio degli Stati Uniti – offre a Cuba ben più possibilità di ritorsione di quante ne offrisse al Venezuela. Proprio la recente esperienza del Golfo, con l’uso che Teheran ha fatto dei droni Shahed, ha messo bene in luce come anche un nemico considerato debole possa infliggere danni significativi a costi ridotti e senza disporre di una base tecnologica particolarmente sofisticata. Inoltre, un regime change a L’Avana, con la caduta di Miguel Díaz-Canel, si tradurrebbe in molti meno benefici materiali rispetto a quelli derivati dalla caduta di Nicolás Maduro, anche se, a livello simbolico, un risultato simile rappresenterebbe una riaffermazione importante della ‘Dottrina Donroe’ e la chiusura di un vulnus che dura dal 1959 in una regione che Washington considera da sempre il suo giardino di casa.

Infine, non si deve trascurare la sollecita presa di posizione di Mosca e di Pechino. Oltre a condannare apertamente l’incriminazione di Castro e l’escalation militare, la Russia ha annunciato la sua intenzione di continuare a sostenere Cuba contro i tentativi degli Stati Uniti di “strangolar[la] economicamente”. Il governo cinese, dal canto suo, ha invitato Washington a “smettere di usare sanzioni e minacce militari contro Cuba”, criticando con forza quello che ha definito il ricorso sistematico della Casa Bianca alla pressione politica e giudiziaria nei confronti dei propri avversari. Su questo sfondo – e data la difficile situazione interna all’isola – l’impressione è che l’ennesimo giro di vite imposto dall’amministrazione costituisca più un tentativo di aumentare la pressione su L’Avana che un’anticipazione di ulteriori passi. La strategia resterebbe quindi quella della massima pressione, anche alla luce del fatto che Washington è già impegnata in un’altra guerra, dall’altra parte del mondo, e che questa sta già avendo pesanti ricadute sulla popolarità dell’amministrazione. Restano gli interrogativi su ciò che il futuro potrà riservare. Quello che appare certo, però, è che, come in altri momenti della sua storia recente, Cuba si trova oggi, ancora una volta, al centro dello scontro geopolitico fra gli Stati Uniti e i loro competitor internazionali.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.