Stando alle proiezioni, lo scenario che si prospetta è quello del c.d. ‘governo diviso’ (‘divided government’), con la Casa Bianca ‘azzoppata’ e costretta a confrontarsi con un legislativo ostile

 

Secondo le proiezioni disponibili, è pressoché certo che le prossime elezioni di metà mandato daranno agli Stati Uniti un Congresso, in tutto o in parte, in mano al Partito democratico. I dati aggregati del sito 270towin.com indicano una maggioranza democratica alla Camera dei rappresentanti di 220 seggi, contro i 196 seggi del Partito repubblicano e 19 seggi incerti. Più complessa appare la situazione al Senato, dove lo stesso sito ipotizza una maggioranza di 49 a 46, ma con cinque seggi in bilico che potrebbero ribaltare il risultato. In ogni caso, lo scenario che si prospetta è quello del c.d. ‘governo diviso’ (‘divided government’), con la Casa Bianca ‘azzoppata’ e costretta a confrontarsi con un legislativo ostile. Non è uno scenario nuovo. Solo negli ultimi venticinque anni si è avuto un governo diviso nei primi due e negli ultimi due anni della presidenza di George W. Bush; dal 2013 alla fine della presidenza di Barack Obama; negli ultimi due anni del primo mandato di Donald Trump e negli ultimi due anni di quello del suo successore, Joe Biden. Obama, in particolare, fra il 2015 e il 2017, si è dovuto confrontare con entrambe le camere in mano repubblicana, così come, prima di lui, George W. Bush, che fra il 2007 e il 2009 si è dovuto confrontare con entrambe le camere in mano al Partito democratico.

Piuttosto che le implicazioni generali di un governo diviso, l’interrogativo riguarda ciò che uno scenario di governo diviso potrà significare per l’attuale Presidente. In genere, uno scenario di questo tipo tende a concentrare il confronto sui temi di politica interna (primo fra tutti quello del bilancio federale), spingendo l’esecutivo a concentrarsi maggiormente sulla politica estera; un’opzione che, nel caso di Donald Trump, potrebbe aggravare i problemi con la base MAGA, che da tempo ne critica quella che considera un’eccessiva attenzione alle questioni internazionali. Inoltre, lo spazio d’azione del Presidente in questo ambito potrebbe essere limitato dalla volontà del legislativo di riportare sotto il proprio controllo la questione dell’impegno nel Golfo. Già in passato, il Congresso ha cercato di far valere le previsioni della War Powers Resolution dal 1973, scontrandosi con il muro di gomma della Casa Bianca, che ha riproposto la vexata questio della costituzionalità della misura. Un Congresso, in tutto o in parte, in mano democratica potrebbe, tuttavia, rilanciare il confronto con maggiore decisione, anche alla luce delle fratture che negli ultimi mesi si sono manifestate sul fronte repubblicano, mettendo in difficoltà lo stesso Presidente.

Sul piano interno, uno scenario di governo diviso sembra destinato soprattutto ad accentuare i fattori di tensione già emersi nella prima metà del mandato. Da più parti è stato suggerito che il voto di novembre potrebbe essere condizionato – oltre che da una competizione partitica più accesa del solito – da diffusi timori di un possibile regresso democratico. Sullo sfondo di un’ulteriore erosione della fiducia nelle istituzioni e di una crescente incertezza politica, lo scontro fra il Presidente e la rappresentanza democratica potrebbe quindi acuirsi. Di fronte all’ostilità del Congresso, potrebbe crescere, da parte della Casa Bianca, il ricorso agli Executive Orders, uno strumento che – secondo i dati del Registro federale – il Presidente, nonostante la maggioranza di cui ha sinora goduto sia alla Camera dei rappresentanti sia al Senato, ha già utilizzato 292 volte contro le 162 volte dell’intera presidenza Biden. Anche se con scarso successo, è inoltre possibile che il Presidente contesti in tribunale i risultati del voto, oltre a contestarne – più in generale – la legittimità politica, come accaduto in occasione delle elezioni del 2020; un gesto che, date le tensioni dell’attuale scenario politico, potrebbe avere conseguenze assai più gravi di quante non ne abbia avute in passato.

D’altro canto, non si deve dimenticare che gli oneri di un governo diviso non ricadono solo sulle spalle dell’esecutivo. Se da una parte il Congresso ha molti modi per rendere difficile la vita alla Casa Bianca, il Presidente può, a sua volta, ostacolare in vari modi il Congresso nel perseguimento della sua agenda politica. Sinora, anche nei momenti di maggiore tensione, legislativo ed esecutivo hanno trovato il modo di giungere a compromessi che permettessero alla macchina politica e amministrativa di funzionare. L’interrogativo è se e quanto sarà possibile giungere a simili compromessi anche in futuro. Molto dipenderà dai risultati del voto nel campo repubblicano. Se il peso della componente MAGA dovesse uscire dalle urne ridimensionato, la possibilità di una gestione più o meno bipartisan della politica interna avrebbe maggiori probabilità di successo. Il rischio più grave riguarda, tuttavia, le ricadute che una gestione conflittuale del governo diviso potrebbe avere sulla vita politica statunitense nel suo complesso, in termini di polarizzazione e conflittualità interne; un rischio tanto più grave quanto più i suoi effetti non sembrano destinati a esaurirsi nel breve periodo. Un ‘avvelenamento dei pozzi’ che, in ultima analisi, non farebbe che confermare i timori che già circolano sullo stato di salute della democrazia americana.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.