Nella nuova serie HBO, Marco Bellocchio, con la fattiva e straordinaria ‘complicità’ di Fabrizio Gifuni, ripercorre la vicenda del noto conduttore televisivo, arrestato il 17 giugno 1983, accusato di essere affiliato alla camorra e spacciatore di droga. Il diritto negato, la giustizia che non c’è, i diritti non garantiti: nelle forme e nella sostanza
Marco Bellocchio, che a 86 anni è tra i più ‘freschi’, giovani e moderni registi italiani (lo si può paragonare a un Clint Eastwood?), ha realizzato, con la fattiva e straordinaria ‘complicità’ di un Fabrizio Gifuni in forma smagliante, la serie HBO ‘Portobello’: la vicenda di Enzo Tortora, arrestato il 17 giugno 1983, accusato di essere affiliato alla camorra e spacciatore di droga. Dopo una lunga carcerazione e sfiancanti processi, Tortora ne esce assolto, ma stroncato nel fisico. Muore ad appena 59 anni. “E’ una storia degna di Kafka”, dice Bellocchio.

Anni fa, per il ‘Tg2’, ho intervistato Silvia Tortora, figlia di Enzo, anche lei morta giovanissima, 59 anni appena. Avevo una manciata di minuti a disposizione. Ho pregato Silvia di rispondere alle mie domande in modo telegrafico.

Quando suo padre fu arrestato, oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra cosa c’era? “Nulla”.
Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era un camorrista? “Mai”.
Intercettazioni telefoniche? “Nessuna”.
Ispezioni patrimoniali, bancarie? “Nessuna”.
Si è mai verificato se erano di suo padre i numeri di telefono trovati su agende di camorristi? “Lo ha fatto, dopo anni, la difesa di mio padre. Erano di altri”.
Suo padre è stato definito uno spacciatore di droga. Su che prove? “Nessuna”.
Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. Su che prove? “Nessuna. Chi lo ha scritto è stato poi condannato”.
Su queste basi Tortora è stato accusato d’essere “un cinico mercante di morte”, nei cui confronti, “più si cercavano prove di innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza”. Per quella terribile ingiustizia nessuno ha pagato; anzi, c’è chi ha fatto carriera.
Sono passati anni, da quell’intervista. Quando la rileggo ancora mi corre un brivido lungo la schiena.

La ‘bomba’. Esplode alle quattro e mezza del17 giugno del 1983. I carabinieri, l’ordine viene dalla procura della Repubblica di Napoli, irrompono in una stanza dell’hotel Plaza di Roma. Cercano un uomo, famoso: quando compare in TV, mezza Italia si ferma a guardarlo. Si chiama Enzo Tortora, quell’uomo. Un “cinico mercante di morte”, lo definisce uno dei suoi inquisitori.
Dopo, ma ‘tanto dopo’, si saprà che è stato arrestato per ‘pentito preso’; che non c’è ombra di prove, indizi: non c’è nulla. Ma quel giorno…
Scriverà Leonardo Sciascia: “Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario – divisa tra ‘innocentisti’ e ‘colpevolisti‘ – in realtà la divisione è tanto sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, quanto per impressioni di simpatia o antipatia. Ed è come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Quello per settimane, mesi, è il cosiddetto ‘caso Tortora’.
Tortora innocente, estraneo a ogni accusa e contestazione, oggi è cosa non discutibile. Resta inspiegabile come una quantità di investigatori, magistrati, persone che dovrebbero essere ‘esperte’ nel valutare e discernere, abbiano dato credito a individui come Giovanni Pandico, Pasquale Barra, Gianni Melluso, e via via, a tutti gli altri sedicenti ‘pentiti’.

Ancora oggi è inspiegabile che il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria abbia potuto dire, senza ombra di incertezza: “…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza? “Cercavamo”… Chi ha cercato? Come? Cosa hanno trovato? Interrogativi senza risposta. Nessuno dei ‘pentiti’ che ha accusato Tortora è stato chiamato a rispondere delle sue calunnie. Così i magistrati dell’inchiesta; anzi, hanno anche fatto carriera.

Ne scrivo e ne ho scritto sempre con molta amarezza, roso da un tarlo che inesorabilmente, prende corpo: non serve a nulla. Hanno vinto loro. Si vive in un paese dove la magistratura fa paura.
L’affaire Tortora (alla francese, come l’affaire Dreyfus) come ha fatto discutere, ancora oggi lo si cita a mo’ di paradigma; al tempo stesso lentamente si scolora, se ne perde memoria; un caso ingoiato, smaltito. Una storia di ‘ordinaria ingiustizia’: l’ordinarietà consiste nel grande numero di vicende simili che si consumano sotto i nostri occhi indifferenti e/o impotenti. Infamie ‘ordinarie’.
La mostruosità dell’affaire la si poteva cogliere e vedere subito, e chiaramente; nonostante ciò, la si è voluta pervicacemente perpetrare, consumare. Un viluppo nel quale si intrecciano e confondono interessi, meschinità, cupidigie, ambizioni, velleità, ragioni politiche e ragioni di Stato. Viluppi che non sono riconducibili a un’unica mente, un “Grande Vecchio”. Piuttosto tanti mediocri di mezza età. Presuntuosi di micidiale pericolosità, che si sono trovati in posizioni di potere. Ma perché è accaduto quello che è accaduto? È la domanda cruciale che attende risposta.
L’affaire Tortora costituisce un momento importante nella storia italiana recente. Non solo perché il presentatore di ‘Portobello’ si è trovato ‘imputato eccellente’, vittima di una incredibile odissea giudiziaria, lunghi mesi di carcere prima di vedersi riconosciuta la totale estraneità ai fatti addebitati. Da questo punto di vista, ‘casi Tortora’ più o meno conosciuti se ne consumano ogni giorno, da sempre. Allora?
Il 17 giugno 1983 è la vigilia di elezioni politiche. Quando giunge la notizia degli arresti, subito la percezione netta che la cosa era diversa da come veniva presentata. Scrivo per l’agenzia per cui lavoro una nota: “Qualcosa non va, è innocente”. Nessuno lo chiede, nessuno obbliga a farlo. Oltretutto chi lo conosce quest’uomo? Perché escludere che un personaggio famoso, uomo di spettacolo, che “vive” in un certo ambiente, non possa davvero essere quello che si dice? È così fuori dal mondo che possa essere un cocainomane, e di conseguenza uno spacciatore? Potrebbe essere vero. Da dove deriva la sicurezza della sua innocenza, della sua estraneità? Confesso la mia incoscienza: non ho letto una carta processuale, parlato con magistrati, avvocati, colleghi giornalisti. Eppure, lo “sento”: “È innocente”.

Trascorrono le ore; nonostante il battage l’intera operazione fa pensare che si stia scrivendo una pagina destinata a macchiare in modo indelebile la magistratura italiana.
L’affaire è presentato come “colpo decisivo alla camorra” (quella che fa capo a Raffaele Cutolo; l’altra che gli si oppone resta potente, neppure scalfita); ma fin da subito presenta tutti i caratteri di confusione e pressapochismo che successivamente balzano a tutti evidenti. Colpisce che Tortora sia arrestato sulla base di contorte e contraddittorie deposizioni di criminali incalliti, senza riscontri. Se è un drogato spacciatore, per di più affiliato alla camorra, cosa di più semplice e non contestabile che pedinarlo e acciuffarlo con le mani nel sacco? Mentre ha con sé la cocaina, mentre la spaccia, mentre è in compagnia dei ‘cumparielli’? No, lo arrestano all’alba, nella camera di un albergo romano…Il pregiudizio è duro da scalfire: “Se l’hanno arrestato, qualcosa di vero ci dovrà pur essere…”.
Come spiegare che invece non c’è nulla? Tanti restano indifferenti, quando non ostili, per Tortora. Come mai? Perché è liberale? Perché è ‘antipatico’? Perché fa ‘Portobello’, trasmissione popolare e di successo che suscita invidia? Quale che sia il motivo, Tortora per mesi langue in carcere per le accuse di criminali e mitomani. I magistrati dell’inchiesta se la prendono comoda; i famigliari gli amici più intimi di Tortora, come Piero Angela e Giacomo Ascheri, fanno di tutto e di più; lentamente qualcosa comincia a muoversi. Dubbi instillati da Enzo Biagi, Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Leonardo Sciascia…

Non solo Tortora. Nel corso dell’inchiesta, per ulteriormente puntellarla, perché l’impianto comincia a mostrare tutta la sua inconsistenza, la procura di Napoli dispone l’arresto di Franco Califano. Il cantante fa uso, dichiarato e mai nascosto, di cocaina; è amico di un gangster milanese, Francis Turatello. In un suo disco campeggia la foto di un bimbo, è il figlio di Turatello. Peccato che Turatello sia nemico giurato di Cutolo; che sia stato ucciso in carcere da Pasquale Barra, camorrista cutoliano, un soprannome che è un programma, ‘O’ nimale’: per spregio ha addentato le viscere di Turatello dopo averlo ucciso. Fa niente, per la procura napoletana tutto fa brodo. Così comincio a occuparmi anche della vicenda Califano, scrivo i primi articoli nei quali esprimo dubbi, perplessità. Ricevo una sua lettera: “Sono frastornato e distrutto, perché un uomo non è un diamante, non ha il dovere di essere infrangibile… Ho in testa brutte cose…venitemi a salvare, sono innocente, e non è giusto che muoia, che mi spenga così…”.
Califano racconta che le accuse vengono soprattutto da due ‘pentiti’, Pasquale D’Amico e Melluso. D’Amico poi ritratta. Melluso rincara le accuse. Una fantasia galoppante: Califano, in compagnia di camorristi avrebbe effettuato un viaggio da Castellammare fino al casello di Napoli, a bordo di una Citroen, ma forse era una Maserati, comunque era di sua proprietà. Peccato che Califano in vita sua non abbia mai avuto né una Citroen né una Maserati. Per accertarlo non bisogna essere Sherlock Holmes o Hercule Poirot, ma nessuno lo fa.

Finalmente gli concedono i ‘domiciliari’. Lo vado a trovare nella villetta a Primavalle a Roma dove vive. È in giardino passeggia e gesticola. Parla a un telefono cellulare, con la mano fa cenno di entrare… Con qualcuno parla di canzoni, di un disco da fare, come farlo; si entra in casa. C’è un salone, divani immacolati, poltrone, su un lungo tavolo riviste, giornali; alle pareti quadri astratti, dischi d’oro incorniciati, fotografie in abbondanza, piante ben curate. “Scusa, ma era una telefonata di lavoro, bisogna pur campare, non si vive d’aria…”. Indica il cellulare, e ride: “Pensa che coglioni. Sono agli arresti domiciliari, non posso uscire, al massimo passeggio in giardino; una volta al giorno passa la polizia per un controllo, sempre alla stessa ora. Mi hanno disattivato il telefono, perché non devo avere contatti con l’esterno, vai a capire che pericolo pensano sia, e poi mi lasciano il cellulare?”.
Eccolo, Califano: cantante, autore, a volte attore con qualche disavventura giudiziaria, anche il carcere, per uscirne comunque sempre assolto, pulito. Alla radio ascolti le sue canzoni, sui giornali dei suoi tanti amori… Poi arriva uno che dice di essere un pentito di camorra, lo accusa di essere ‘affiliato’, lo arrestano e intruppano nello stesso filone e nella stessa mega-inchiesta di Tortora.
“Mi faccio un caffè, stanotte voglio lavorare sui testi di alcune canzoni”. Mentre traffica con la moka racconta d’essere nato per caso a Tripoli di Libia: incinta, era partita da Johannesburg per Roma, “ma le acque si sono rotte prima, atterraggio d’emergenza, così nasco a Tripoli. Ma a me della Libia non me ne importa nulla”. Parla come se ci si conosca da sempre, ma è la prima volta che ci si vede: “Sai, non sono tanti ad aver avuto il coraggio di difendermi, non sono cose che si dimenticano…”.
Ti sei fatta un’idea di come sei finito in questo tritacarne? “Secondo me hanno fatto una specie di cambio: hanno cominciato con Tortora, però più andavano avanti, più si infognavano, si rendevano conto che il teorema non reggeva, e allora mettono in mezzo me. Come colpevole sono molto più credibile. Altrimenti non si spiega perché vengo arrestato dopo un anno dall’apertura dell’istruttoria. Ma ti pare che questi pentiti siricordano di me dopo un anno? Ahó, non sono mica Mario Rossi… Franco Califano camorrista te lo ricordi dopo un anno, non lo dici subito? Dopo un anno, mi hanno tirato in ballo…”.

Il discorso non fa una grinza: il Tortora alle vette del suo successo professionale, ascolti record con il suo ‘Portobello’, è l’immagine dell’Italia ‘buona’ e ‘per bene’, ‘l’insospettabile’; ma c’è chi comincia a chiedersi se davvero Tortora è il “mostro” che si dice sia. “E se fosse innocente?”, se lo chiedono in tanti. Così entra in scena “il califfo”: ha quella che si dice la faccia del colpevole; in quel giro di “cumparielli” ci può stare; Califano può rendere credibile un teorema che traballa…
Il teorema e l’inchiesta si sfaldano, più ci si incarognisce; ‘gole profonde’ interessate propalano le voci più incredibili e assurde: Tortora proprietario di yacht; ladro del denaro raccolto per i terremotati dell’Irpinia; protagonisti di incontri con Turatello, Francesco Pazienza e Roberto Calvi, nel corso dei quali ci si scambia borse colme di droga e denaro in contanti, “banconote di ogni tipo” (così non ci si sbaglia). Si insinua che Tortora sia diventato camorrista in quanto spacciatore in quanto consumatore di cocaina per lenire i postumi di un’operazione chirurgica. Naturalmente dell’operazione non c’è traccia alcuna; e comunque: da quando la cocaina ‘lenisce’?… Montagne di menzogne, stupidaggini, calunnie.
È stata una battaglia dura. Faticosa. E la domanda martellante, che cerca risposta: perché? È la madre di tutte le domande.
Per cercare di capire c’è bisogno di inquadrare l’operazione “settembre nero della camorra” in un contesto più vasto. Un contesto che riporta a uno dei periodi più oscuri e melmosi dell’Italia di questi anni: il rapimento dell’assessore all’urbanistica della Regione Campania Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse di Giovanni Senzani e la conseguente, “trattativa” tra apparati dello Stato, terroristi e camorra.
Per la vita di Cirillo si chiede un riscatto, svariati miliardi. Il denaro si trova, anche se durante la strada una parte si ‘perde’, trattenuta non si è mai ben capito da chi. Comunque si dice un riscatto di almeno cinque miliardi di vecchie lire. Da dove viene quel denaro? Raccolto da amici costruttori. Cosa non si fa, per amicizia! Soprattutto se poi c’è un ‘ritorno’.
Il ‘ritorno’ si chiama ricostruzione post-terremoto. Affari colossali. La commissione parlamentare guidata da Oscar Luigi Scalfaro accerta che la torta è costituita da oltre 90mila miliardi di lire. Peccato: molti che forse potrebbero spiegare qualcosa non sono più in condizione di farlo, tutti morti ammazzati: Vincenzo Casillo, luogotenente di Cutolo; Giovanna Matarazzo, compagna di Casillo; Salvatore Imperatrice, che ha un ruolo nella trattativa; Enrico Madonna, avvocato di Cutolo; Antonio Ammaturo, il poliziotto che aveva ricostruito il caso Cirillo in un dossier spedito al Viminale, mai più ritrovato.
Quali sono i fili che legano Tortora, Cirillo, la camorra e la ricostruzione post-terremoto? A legare questi ‘fili’ non è un giornalista affetto da galoppante fantasia complottista. È la denuncia, anni fa, del Procuratore capo di Vallo della Lucania, già componente della squadra della Direzione Antimafia di Salerno: “…Qualcuno aveva interesse a distrarre l’opinione pubblica dal caso Cirillo e concentrarla su altro caso eclatante…Ci fu, in quel periodo, una interessata gestione da parte di molte di quelle notizie, io vedo un forte legame, anche logico, con altri eventi successivi”.

Contro Tortora utilizzati ‘pentiti a orologeria’. Per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dal gran verminaio della ricostruzione del caso Cirillo e la spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registra uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani. Fino a quando non si decide che bisogna reagire, fare qualcosa, occorre dare un ‘segnale’. E si arriva al ‘Venerdì della camorra’. Si rivelerà essere il ‘Venerdì nero’ della Giustizia.
Con Tortora un fitto carteggio: lettere, pensieri e riflessioni affidate a cartoncini che vanno e vengono dal carcere dove lo tengono prigioniero, prima a Roma, poi a Bergamo.
Il 16 settembre 1983: “Da tempo volevo dirti grazie… Hai “scommesso” su di me, subito: con una purezza e un entusiasmo civile che mi commossero immensamente. Vincerai, naturalmente, la tua “puntata”. Ma a prezzo di mie sofferenze inutili e infinite. Io sono stato il primo a dire che il “caso Tortora è il caso Italia”. Non intendo avere trattamenti di favore, o fruire di scorciatoie non “onorevoli”…Se dal mio male può venire un po’ di bene per la muta, dolente popolazione dei 40mila sepolti vivi nei lager della democrazia, e va bene, mi consolerà questo”.
2 maggio 1984: “…Che si faccia strame della libertà di un uomo, della sua salute, della sua vita, come può esser sentito come offesa alla libertà, alla vita, alla salute di tutti in un Paese che non ha assolutamente il senso sacro, della propria dignità e delle libertà civili? Non è vero che l’Italia “ha abolito la pena di morte”. Abbiamo un boja in esercizio quotidiano, atroce, instancabile. Ma non vogliamo vederlo. La sua scure si abbatte, ogni minuto, sul corpo di uomini e di donne, e li squarta vivi, in “attesa” di un giudizio che non arriva mai. L’uomo qui è niente, ricordatevelo. L’uomo qui può, anzi deve attendere. L’uomo qui è una “pratica” che va “evasa” con i tempi, ignobili, della crudeltà nazionale…”.
15 luglio 1985: “…In questa gara, tra chi pianta più in fretta i chiodi, come al luna park dell’obbrobrio giudiziario, e i pochi che si ribellano, sta tutta la mostruosa partita. Vedere a che lurido livello s’è ridotta la dignità di questo Paese è cosa che mi annienta più d’ogni altra. So che sei coi pochi. Da sempre. Te ne ringrazio, fraternamente”.
7 ottobre 1985: “…Sono stato condannato e processato dalla N.G.O., Nuova Giustizia Organizzata. Io spero che questa fogna, che ormai nessun tombino può contenere, trabocchi e travolga chi lo merita…”.
2 aprile 1986: “…Diffamatori è poco: sapevano quel che facevano. Ma per pura voluttà scandalistica, per pura, stolida ferocia, qui si getta fango sino all’estremo. Ho paura di questi cannibali. Ho soprattutto vergogna di essere italiano…”.
17 agosto 1987: “…Siamo molti…ma troppo pochi per spezzare la crosta di ottusa indifferenza che copre e fascia la rendita di alcuni farabutti mascherati da Magistrati. Tanto più importante e notevole il vostro impegno. Tenteremo, sul caso Melluso, quel che si potrà. Ho inviato al ministro Vassalli l’incredibile servizio, gli ho anche detto che i responsabili hanno nome e cognome: Felice Di Persia, Lucio Di Pietro, Giorgio Fontana, sono ancora lì, al loro posto…”.
Se ci si dà pena (che di letterale pena, si tratta) di cercare su Internet le immagini delle televisioni che il 17 giugno del 1983 mostrano l’arresto di Enzo Tortora, le vedrete sgranate, scolorite dal tempo. Tuttavia, continuano a impressionare. Sono immagini per quanti come me, che quei giorni li abbiamo vissuti in presa diretta, indimenticabili: come tatuate: quei polsi ammanettati, i carabinieri che lo scortano, lo sguardo attonito, incredulo di Tortora. Lo arrestano alle quattro del mattino. Lo trasferiscono in carcere solo alle undici: per dare il tempo a giornalisti e telecamere di mettersi in postazione, l’arresto eccellente diventa spettacolo…
Cercate ora la requisitoria del pubblico ministero Diego Marmo: “…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza?”. Non hanno cercato nulla. Per dire: il presunto numero di telefono su un’agendina di una donna legata a un camorrista, viene «composto» anni dopo; ma dalla difesa di Tortora, non dagli investigatori. All’altro filo del telefono non risponde Tortora, ma un irritato Tortona…

All’inizio tutto sembrava chiaro, perfino semplice: dei camorristi si ‘pentono’, raccontano i loro segreti, i delitti commessi, gli ‘insospettabili’ complici. Quante volte Tortora avrà ripensato a quella telefonata di un giornalista la sera prima, accolta con una risata.
Il direttore de ‘Il Giorno’, Guglielmo Zucconi, giornalista con mille relazioni, grande fiuto ed esperienza, ha una ‘soffiata’: a Napoli preparano una grande retata, tra i convolti un grosso spettacolo della televisione. Come si chiama? La fonte dice che il cognome comincia con una delle ultime lettere dell’alfabeto; comincia la caccia: Ugo Tognazzi, Enzo Tortora, Raimondo Vianello… Zucconi incarica un suo cronista, Fabio Martini, che telefona a Tortora: “Gira una voce…”; Tortora replica appunto con una risata. Poi tranquillo va a dormire. Tutto sembra chiaro, all’inizio…
Troppo chiaro. Il punto lo coglie lo stesso Tortora, sostiene che il suo è “il caso Italia, il caso del diritto, il caso della giustizia”. Il diritto negato, la giustizia che non c’è, i diritti non garantiti: nelle forme e nella sostanza.

A monito (e anche, perché no, ad allarme, simile a una campana che segnala l’arrivo di predoni), le parole scritte da Sciascia il 14 ottobre 1983, sul ‘Corriere della Sera’. Sciascia dell’innocenza di Tortora è sicuro, ma al di là del caso specifico, lo difende “per difendere il nostro diritto, il diritto di ogni cittadino, a non essere privato della libertà e a non essere esposto al pubblico ludibrio senza convincenti prove della sua colpevolezza”.
