Secondo una prima valutazione di un gruppo di geologi e glaciologi, l'inondazione che oggi ha colpito il Nepal è stata probabilmente innescata, almeno in parte, dal distacco di un enorme blocco di ghiaccio da un ghiacciaio, precipitato per migliaia di metri nella valle sottostante.
La catastrofica alluvione che ha devastato il confine tra Tibet e Nepal viene presto archiviata, dimenticata. E invece…

 

  La catastrofe si consuma nello spazio di pochi minuti, devastante, non lascia scampo. Un’enorme massa di acqua, fango, roccia, ghiaccio, un’enorme sezione di un ghiacciaio sull’Himalaya, si stacca e si schianta sulla valle del parco nazionale del Langtang, in Nepal, al confine del Tibet. Sono le 8.37 del mattino del 26 agosto scorso. Segue una scossa di magnitudo 4,4. Le impervie condizioni della regione da una parte, la chiusura e il blocco disposto dal regime di Pechino, rendono impossibile calcolare quante siano state le vittime del disastro. I satelliti fotografano esondazioni dei fiumi Lhende Khola, Bhotekoshi e Trishuli: inondazioni che travolgono abitazioni e distruggono vie di comunicazione.

Si ipotizza almeno un migliaio di morti a cui aggiungere almeno cinquemila dispersi. Il regime censura, video e post non ufficiali sono vietati e impedisce di conoscere la reale situazione che si e’ creata; nei primi giorni parla ridicolmente di qualche decina di morti e meno di seicento dispersi. Poi silenzio. Il mondo del resto, presto volge la sua attenzione e apprensione ad altro.

   La catastrofica alluvione che ha devastato il confine tra Tibet e Nepal viene presto archiviata, dimenticata. E invece…

  Invece quello che e’ accaduto, al di la’ della tragedia in se’, costituisce un campanello d’allarme che non dovrebbe essere trascurato come invece accade. Esperti e scienziati lo dicono, sostanzialmente inascoltati, da tempo: l’ecosistema himalayano-tibetano vive un momento cruciale.

  L’U.S. Geological survey ha accertato che un’enorme sezione di un ghiacciaio d’alta quota, a circa 5.200 metri di altezza, si è staccata ed è precipitata per circa 1.200 metri verso il fondovalle. La conseguente valanga di ghiaccio e roccia ha poi inglobato enormi quantità di detriti, ostruito il fiume Lhende Khola, infine provocato una devastante ondata a valle. Non è stata provocata da alluvione o piogge eccessive; piuttosto un evento in alta montagna, doveghiaccio, roccia, gravità, acqua, ripidi pendii si sono combinati tra loro.

  Da cio’: quanto è sicura l’espansione accelerata delle infrastrutture in Tibet, e quanto le fondamenta geologiche e criosferiche dell’altopiano diventano sempre più instabili? E la crisi climatica in Tibet deve essere trattata come questione di ambito cinese, quando gli eventi originati in Tibet si trasformano in disastri per il Nepal e altri paesi a valle?

  Gli esperti avvertono che l’Hindu Kush himalayano cambia, e velocemente: i ghiacciai si ritirano, il permafrost degrada, la consistenza della neve muta. Tragedie come quella dell’agosto scorso si possono ripetere a breve con analoghi effetti devastanti.

  E’ gia’ accaduto; nel luglio 2025 un’alluvione delfiume Bhotekoshi in Nepal ha poi comportato lo svuotamento di un lago sopraglaciale in Tibet: un disastro che ha provocato vittime, gravi danne alle infrastrutture e distrutto il Ponte dell’amicizia che collegava Nepal e Cina.

  Va considerato che il Tibet (questa e’ una delle ragioni per cui la Cina lo ha invaso e lo ha inglobato nel suo impero) è il cuore idrologico dell’Asia, la regione da cui originano i principali sistemi fluviali da cui dipendono enormi popolazioni a valle. L’altopiano tibetano, occupato ornai da un secolo dalla Cina, ha un’enorme rilevanza strategica: possiede enormi “giacimenti” di acqua dolce. Il Tibet e’ il «Terzo Polo» o l’Asia Water Tower, per via della grande quantità di ghiacci e acqua dolce ospitati nel proprio territorio. Dopo l’Antartide e la Groenlandia (insieme alle altre terre artiche), è il Tibet a detenere la maggiore concentrazione di ghiacciai della Terra: circa quindicimila ghiacciai, che custodiscono decine di migliaia di chilometri cubi di acqua dolce. Dal Tibet nascono i fiumi più grandi e vitali di tutta l’Asia, che condizionano la vita di oltre tre miliardi di esseri umani: lo Yangtze e il Fiume Giallo, che scorrono interamente in Cina; il Gange e il Brahmaputra, arterie vitali di India e Bangladesh; l’Indo che attraversa il Pakistan; l’Irrawaddy, che scende verso il Myanmar, e il Mekong, che condiziona in modo determinante la vita di Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. Pechino realizza decine di dighe e invasi e di fatto gestisce e controlla il «rubinetto» dei grandi fiumi che scendono in tutto il subcontinente indiano: Brahmaputra e Gange; cinque anni fa ridotto del 50 per cento il flusso del fiume Mekong cento per tre settimane senza preavviso, condizionando la vita di milioni di persone fra Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam. La Cina non ha mai firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’uso dei corsi d’acqua internazionali per scopi diversi dalla navigazione, nota come UN Watercourses Convention. Agisce unilateralmente sulle questioni relative ai fiumi transfrontalieri che hanno origine nel suo territorio, provocando inevitabilmente uno stato di costante tensione con gli altri Paesi della regione. Quello che accade nei suoi ghiacciai, al permafrost, ai laghi, ai fiumi comporta inevitabilmente conseguenze che vanno al di la’ della Cina.

  Pechino da tempo sottopone il Tibet a una delle trasformazioni ecologiche più rilevanti al mondo e meno controllate e controllabili. La crisi climatica di quella regione non e’ solo un problema di inquinamento o ritiro dei ghiacciai. Pechino impone una straordinaria espansione infrastrutturale, accompagnata da una massiccia attività estrattiva. Tutto cio’ e’ stato una concausa del disastro del 26 agosto? Nessuno puo’ affermarlo o escluderlo con certezza. Esiste il sospetto. Strade, ferrovie, impianti idroelettrici, infrastrutture di confine, insediamenti, attività minerarie e altri progetti strategici hanno pregiudicato e pregiudicano il delicato sistema ambientale che per secoli ha “governato” il Tibet?  

  L’interrogativo se lo pongono scienziati ed esperti: modelli di sviluppo concepiti per ambienti fisici relativamente stabili siano appropriati anche per un territorio d’alta quota sottoposto a una rapida trasformazione climatica?

  La tragedia del 26 agosto dovrebbe segnare un punto di svolta. Sarebbe grave ignorare il segnale lanciato dall’alluvione.

  Secondo molti esperti il devastante impatto della catastrofe e’ stato favorito dall’espansione cinese di argini, strade e infrastrutture lungo il confine ha ristretto la valle a monte, e “rinchiuso” il torrente in una colata carica di detriti, macerie e macchinari, che ha distrutto tutto cio’ che si frapponeva al suo passaggio. La costruzione dissennata di dighe e argini hanno di fatto imbottigliato le gole himalayane, e in questo modo provocato ondate di piena secondarie che hanno colpito le comunità a valle. Infine non e’ scattato alcun piano di soccorso tempestivo. Pechino non ha avvertito il Nepal di quello che accadeva, e le popolazioni non hanno ricevuto alcun tipo di pre-allarme.

  La Cina infine, e’ un regime “chiuso”. Si e’ comportata esattamente come con il Covid-19: censura, e censura, e censura.

   Di sicuro il Tibet patisce negli ultimi cinquant’anni uno sviluppo intenso, totalmente incurante della delicatezza e della fragilità del suo ecosistema: spregiudicato sfruttamento minerario,ciclopici progetti infrastrutturali, colonizzazione forzata.

  C’e’ tutto questo, dietro questa tragedia dimenticata e che invece si farebbe bene a ricordare. Se, come si diceva un tempo, la Cina e’ vicina, il Tibet lo e’ di piu’.