Oltre alle battaglie sui diritti civili (aborto, voto ai diciottenni, nuovo diritto di famiglia, amnistia, depenalizzazione delle droghe leggere, lotta contro lo sterminio per fame nel mondo), Emma va ricordata anche per la sua attività di parlamentare e di commissaria europea, di Ministra degli Esteri sognando gli ‘Stati Uniti d’Europa’

 

Pragmatica, di non molte parole, a tratti brusca, perfino ispida. In questo, molto piemontese, Emma Bonino, un carattere, come lei stessa diceva, ereditato dal padre, rimpianto perché poco conosciuto e morto relativamente giovane, quando lei ancora non era in grado di capire e farsi capire. Di più: metteteci anche un po’ di quell’umore caratteristico dei contadini delle Langhe, che trasudano le atmosfere di certe pagine di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio e vi fate un quadro completo. Però, all’improvviso, ecco che an ‘Emma’, come tutti la chiamavano, anche se con lei avevano scambiato un paio di parole in croce, si illuminavano gli occhi e ti regalava un sorriso. La domanda ‘magica‘ era: che cosa sogni, in cosa speri, cosa desideri ardentemente?

  Immancabilmente: «Sogno gli Stati Uniti d’Europa, sul modello degli Stati Uniti d’America». Poi, riprendendo un concetto chiave di Marco Pannella: «Mi batto per il diritto alla vita, e per la vita del diritto». Infine, se sollecitata a fare i nomi di ‘maestri’ e guide: «Mi ispiro ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Leonardo Sciascia, Marco Pannella; e a mia madre, a cui devo tanto, tutto».

  Spinelli e Rossi, che con Eugenio Colorni pensano, elaborano e scrivono, nei duri anni del confino fascista a Ventotene, il famoso «Manifesto» che prefigura un’Europa organizzata nel modello federale degli Stati Uniti d’America. Pannella, che Spinelli e Rossi esplicitamente, nel volgere della loro esistenza, individuano come il loro degno erede politico e culturale; infine, Sciascia, lo scrittore che della giustizia, del diritto, della verità ha fatto la sua ‘ossessione’.

  Quattro ‘padri’ e la saggia, energica madre: che non manca mai quando c’è da dire la giusta parola e accompagnarla con il gesto, la ‘carezza’, il buffetto che allontana ogni timore e tremore.

   Emma fisicamente è niente, un fuscello, basta un soffio e vola via come un dente di leone perde la sua corona; Emma fragile, che per pasto si accontenta di un biscotto e mezzo bicchiere di vino bianco; Emma che fuma come e più di Marco Pannella che da solo fa la felicità di un produttore di tabacco; Emma che non concede nulla all’improvvisazione, e metodica, ‘grigia’, puntigliosa si sciroppa dossier di centinaia di pagine corpo dieci, prima di prendere la parola anche per soli dieci minuti…

  Emma e Marco (Pannella): politicamente parlando, una coppia come quella della sit-com di casa Vianello; ma anche il don Chisciotte e il Sancho Panza di Montecitorio.

  Quando – siamo a metà degli anni ’70, è la sua prima legislatura – Emma ancora scorrazza per Montecitorio con zoccoli da femminista dura e pura e indossa sdrucite salopettes, il burbero Sandro Pertini che stravede per lei, la battezza ‘monello’.

  Pannella entra in conflitto col vecchio presidente, con il suo carattere fumantino si abbandona a furibonde sfuriate; è lei, ‘il monello’, che si incarica di placarlo e rattoppare i rapporti. Non fossero tenuti al più rigoroso segreto, i commessi di Montecitorio e i valletti del Quirinale ne potrebbero raccontare…

  Il ‘monello’ comincia a occuparsi di politica a 24 anni; assieme ad Adele Faccio fonda il CISA (Centro Informazioni Sterilizzazione e Aborto), che aiuta le donne in difficoltà in un Paese dove l’aborto è ancora punito penalmente. Quella battaglia la vita letteralmente sul suo corpo. Anche lei ha dovuto abortire in clandestinità, e giura a sé stessa: “Mai più”.

  Con Adele Faccio e l’allora segretario radicale Gianfranco Spadaccia viene arrestata per ordine della magistratura fiorentina, su delazione del settimanale ‘Il Candido’ diretto dal senatore missino Giorgio Pisanò. Da quegli arresti nasce una grandissima mobilitazione, il Parlamento è costretto ad approvare una legge, la legge Fortuna, che depenalizza l’aborto. È la prima di decine di altre battaglie per i diritti civili e umani: dal voto ai diciottenni al nuovo diritto di famiglia, dalla giustizia e l’amnistia alla depenalizzazione delle droghe leggere, alla lotta contro lo sterminio per fame nel mondo. Gli anni ’70 del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, non sono stati solo la stagione pesante degli ‘anni di piombo’, dei morti, dei feriti, degli agguati terroristici di destra e sinistra. Un giorno storici seri racconteranno che sono stati anche anni di grandi conquiste di diritti civili e sociali, oggi considerati un qualcosa di ‘normale’, naturali quasi. Allora no, e per conquistarli sono stati necessari anni di denunce e di processi, di carcere anche, e di lotta; e tra i protagonisti/antagonisti di quelle lotte di liberazione anche lei, Emma. 

  Ma Emma va ricordata anche per la sua attività di parlamentare europea, di commissaria europea, di ministra: per il commercio con l’estero e ministro degli Esteri. E’ lì, che mette a frutto una lunga e consolidata esperienza nelle istituzioni italiane ed europee; in parallelo mille manifestazioni in favore dei diritti degli ultimi: i perseguitati n Afghanistan, i dissidenti a Cuba, in Polonia, è la loro voce alle Nazioni Unite a New York, Roma… Ci sono due immagini emblematiche: una la ritrae seduta sulle ginocchia di un ormai paralizzato dalla sclerosi laterale amiotrofica Luca Coscioni, con il quale si batte per la libertà di ricerca scientifica; l’altra a Kabul, assieme a una decina di donne afgane oppresse dal burqa. Simultaneamente, in un gesto di gioiosa liberazione quelle donne se lo tolgono, e ‘liberano’ il volto.

  E’ anche grazie al suo impegno se all’Onu si vota una risoluzione che impegna contro la pena di morte; è grazie a lei (oltre che a Marco Pannella e Sergio Stanzani), se viene istituita la Corte Penale Internazionale permanente contro i crimini contro l’umanità; e una delle sue battaglie prioritarie è contro le mutilazioni genitali femminili.  

  In questo impegno e in queste battaglie c’è tutta Emma Bonino.

  Negli ultimi anni matura ed esplode con fragore un dissenso che non si compone con Marco Pannella e il nucleo ‘forte’ della dirigenza del Partito Radicale. Decide di fondare un suo soggetto politico, sceglie di chiamarlo ‘Più Europa’. Al di là del merito del ‘divorzio’, che qui poco o nulla interessa, quello che preme sottolineare che pur nella polemica al fulmicotone, non viene meno il principio cardine, il valore costitutivo dell’azione politica: la lotta ai nazionalismi intesi come l’innesco di guerre e conflitti; l’ineluttabilità di una Unione Europea che sappia superare i singoli egoismi e le piccole, contingenti meschinità.

  Ci sono episodi, situazioni che dicono più di mille verbosi discorsi e analisi. Per esempio, il viaggio a Sarajevo e Mostar nel 1995, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, per denunciare, da neonominata commissaria europea, l’impotenza dell’Unione europea davanti a una crisi che durava da tre anni. Oppure la trasferta in Afghanistan, nel 1997, per denunciare il regime dei talebani e che le costa un arresto da parte della ‘milizia per la repressione del vizio e la promozione della virtù’. Ma va ricordato anche il sodalizio, nel 1993, con il Dalai Lama: lanciano una mobilitazione per i diritti del popolo tibetano e per l’istituzione della democrazia in Cina. Nello stesso anno, lancia una campagna per la creazione di un tribunale ad hoc per la guerra in Jugoslavia.

  Nel 1995, l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi la indica per il ruolo di commissaria europea: si vede assegnati i portafogli della Politica dei consumatori, la pesca e l’Ufficio europeo per l’aiuto umanitario d’urgenza. Due giorni dopo la nomina parte per uno dei contesti che le stanno più a cuore: la Bosnia ed Erzegovina. Fa tappa a Sarajevo e Mostar, denuncia l’immobilismo dell’Unione europea (è la prima commissaria ad andarci) e l’incapacità della comunità internazionale a porre fine al conflitto. Sulla stessa lunghezza d’onda dedica grande attenzione ad altre crisi ‘dimenticate’: Rwanda, Somalia, Sudan.

  «Nel 2003» – ricorda la direttrice di ‘Radio Radicale’ Giovanna Reanda – «andammo insieme a una convention internazionale contro le mutilazioni. L’aveva organizzata al Cairo Hosni Mubarak, con l’aiuto di Emma che in quegli anni era europarlamentare e studiava arabo nella capitale egiziana. In quell’occasione era molto atteso l’intervento del gran mufti Sheik Tantawi, il capo religioso dell’Islam in Egitto. Tantawi disse che il Corano non chiedeva la pratica delle mutilazioni. L’Islam non le voleva. Emma si alzò in piedi e andò ad abbracciarlo. Ricordo il gelo che si diffuse in sala fino a quando Tantawi non sorrise. Il significato di quell’abbraccio era chiaro: una pratica così aberrante non aveva la copertura della religione islamica».

  Spostiamoci nella ex Jugoslavia dilaniata da una feroce guerra civile. Nel luglio del 1995, era commissaria europea per i diritti umani. Apprende che i profughi bosniaci erano in marcia verso Tuzla; decide di andare sul posto, vuole capire cosa accade. Srebenica è sotto l’egida dell’Onu. Bonino perlustra in elicottero la zona, parla con i bosniaci, si accorge che a Tuzla ci sono solo donne e bambini. E gli uomini? I serbi di Mladic li avevano separati dalle famiglie. Lancia l’allarme a tutte le capitali, ma non le credono. Passarono  giorniprima che gli americani denuncino il massacro di 8mila bosniaci.

  Questo, al di là delle polemiche, delle opinioni divergenti, delle critiche sempre possibili, dei dissensi leviti, è stata Emma Bonino.