A due mesi dal voto, la convention repubblicana ‘di midterm’ di Dallas è stata anzitutto l’occasione per rilanciare l’immagine di un partito compatto intorno al suo presidente, alla vigilia di un appuntamento elettorale che si annuncia quantomeno problematico. Gli ultimi sondaggi danno il tasso di approvazione dell’azione di Donald Trump fra il 34 e il 35%, inferiore sia a quello di Joe Biden sia a quello dello stesso Trump durante il primo mandato e senza segnali particolari che possano far pensare a un’inversione di tendenza. L’impegno militare nel Golfo prosegue senza che, anche in questo caso, ci siano segnali di una possibile via d’uscita. Parallelamente, la guerra influisce sui prezzi interni – in primis su quelli dei carburanti – con ricadute che colpiscono soprattutto i redditi medi e bassi e si riflettono sul bacino elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca due anni fa. In questo senso, uno studio recente rileva come circa il 20% di chi ha votato Trump nel 2024 potrebbe non votare repubblicano nel 2028 e che quasi il 57% di chi nel 2020 aveva votato per Biden e nel 2024 era passato a Trump starebbe valutando di non votare per il Partito Repubblicano nel 2028.
Quindi, se Trump e i ‘falchi’ del MAGA hanno monopolizzato la scena a Dallas, ciò non basta a dissipare i dubbi. Difficilmente lo show servirà davvero a recuperare la platea dei moderati e degli indecisi. Secondo i media, vari candidati in corsa per seggi contesi avrebbero addirittura deciso di tenersi lontani dall’evento, confermando come anche nel ‘partito di Donald’ non manchi chi ritiene meglio mantenere una certa distanza da una figura tanto ingombrante. Inoltre, né Trump né gli altri oratori che si sono succeduti sul palco sono riusciti a presentare ricette credibili per le sfide che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare, preferendo puntare sulla contrapposizione frontale con l’opposizione democratica, accusata di avere ormai virato su posizioni ‘di estrema sinistra’; una contrapposizione che, se da una parte può galvanizzare lo zoccolo duro dei supporter, dall’altra non fa grande presa su elettorato che – secondo i sondaggi – vede un divario fondamentale fra le questioni che vorrebbe che i candidati affrontassero e quelle su cui, a suo avviso, si concentra il Partito Repubblicano.
Nemmeno i cinquemila dollari che il presidente ha promesso a tutti i cittadini americani in caso di vittoria repubblicana sono destinati a incidere davvero su questo scenario. Oltre all’entusiasmo della base MAGA, la proposta ha scatenato polemiche feroci fra politici e osservatori, sia in merito alla sua fattibilità sia alla sua stessa legalità. Sul piano concreto, è stato stimato che il ‘pacchetto’ – in forma di erogazione diretta o di possibile taglio alle tasse – verrebbe a costare all’erario circa 1,3 trilioni di dollari; una somma che farebbe ulteriormente lievitare un debito pubblico che il mese scorso ha superato la barriera dei quaranta trilioni e che, secondo vari analisti, sta cominciando a sollevare timori sulla sua sostenibilità. Infatti, nonostante un’economia tutto sommato positiva, negli ultimi dieci anni lo stock del debito pubblico statunitense è raddoppiato, in parte a causa della guerra in corso, ma soprattutto per le politiche ‘spendaccione’ delle ultime tre amministrazioni e per una spesa per interessi che si è fatta via via più pesante, con il tasso sui titoli a trent’anni che ad agosto si è attestato al 5,34%, il livello più alto raggiunto da quasi vent’anni.
Secondo la Casa Bianca, il gettito dei dazi voluti dal presidente avrebbe dovuto limitare questa dinamica; tuttavia, le previsioni si sono rivelate ottimistiche anche a causa delle pronunce della Corte Suprema, che hanno smantellato parte dei provvedimenti introdotti nell’aprile 2025 e hanno previsto consistenti rimborsi a favore delle parti danneggiate. Su queste basi, non stupisce che quasi unanimemente si guardi a quella di Dallas come a una promessa destinata a non concretizzarsi mai, come peraltro è già accaduto ad altre promesse dello stesso tenore. Si tratta, in ogni caso, di una promessa in linea con lo stile e il carattere di Donald Trump: una promessa divisiva, che ha aperto fratture sia dentro al Partito Repubblicano sia fra i suoi elettori. Una promessa, infine, che ha contribuito ad alzare ulteriormente i toni di una campagna elettorale già accesa e che da entrambe le parti è già stata tratteggiata – prima ancora che come un referendum su Trump e le sue scelte politiche – come un referendum sul futuro di un’America minacciata dai fantasmi uguali e contrari del socialismo e dell’autoritarismo.
