Il deterioramento dei rapporti turco-israeliani pone alla Casa Bianca una sfida cruciale: quella di ricucire uno strappo che potrebbe avere pesanti ricadute sulla stabilità regionale

 

Il riaccendersi delle tensioni fra Turchia e Israele rischia di aprire un nuovo dossier caldo per la Casa Bianca. La richiesta di Ankara all’Interpol di emettere un mandato di arresto contro il primo ministro Netanyahu e gli attacchi verbali di questi al presidente Erdogan, definito “dittatore antisemita”, sanciscono il definitivo deterioramento delle relazioni fra i due paesi, un deterioramento che si è consumato nel corso degli ultimi quindici anni e che ha le sue radici nella crisi che, nel 2010, ha portato all’abbordaggio in acque internazionali della Mavi Marmara, in rotta verso Gaza. Nell’occasione, la morte di nove attivisti aveva portato a un brusco raffreddamento dei rapporti fra Ankara e Tel Aviv, già messi in tensione dalle posizioni filopalestinesi espresse più volte dai vertici politici turchi. Negli anni successivi, nonostante gli alti e bassi, i rapporti fra i due Paesi non sono mai tornati davvero distesi, complice la diversa posizione assunta su una lunga serie di questioni, che spaziava dalla guerra civile in Libia allo sfruttamento delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale fino al sostegno e alla protezione che – secondo le fonti dello Stato ebraico – il governo di Erdogan avrebbe garantito ad Hamas e ad alcuni suoi esponenti.

Gli attacchi del 7 ottobre 2023 e la reazione israeliana alimentano ulteriormente queste tensioni, sia a livello verbale, sia sul campo. L’espansione dell’influenza regionale della Turchia è da tempo fonte di preoccupazione per i vertici politici e militari e per gli apparati dell’intelligence israeliana. La vicinanza di Ankara al Qatar e alle reti della Fratellanza musulmana rappresenta un’ulteriore fonte di preoccupazione. Lo stesso vale per quello che appare il progressivo avvicinamento della Turchia all’Iran, nonostante gli sforzi del governo dell’AKP per accreditare la propria equidistanza nel conflitto in corso. Da questo punto di vista, il riaccendersi delle tensioni delle ultime settimane si inserisce nel più ampio quadro della ridefinizione in corso degli assetti politici del Medio Oriente, in cui sia la Turchia sia Israele mirano a consolidare le rispettive posizioni. L’accordo di collaborazione militare recentemente siglato da Gerusalemme con il governo greco si inserisce nello stesso quadro e conferma il consolidarsi, nel Mediterraneo orientale, di un fronte antiturco che comprende anche Cipro e trova una sponda nel Congresso statunitense.

Un esempio in tal senso è il dibattito in corso sull’Eastern Mediterranean Gateway Act. Il disegno di legge (che gode di un sostegno bipartisan sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti) mira ad approfondire la cooperazione fra gli Stati Uniti, la Grecia, Cipro e Israele in materia di sicurezza energetica, connettività e difesa. Come ha dichiarato uno dei suoi promotori, l’obiettivo è fare della regione del Mediterraneo orientale una priorità strategica di Washington “mobilita[ndo] il sostegno degli Stati Uniti a favore di porti, corridoi digitali e altre infrastrutture strategiche volte a diversificare e garantire i flussi energetici, rafforzare le catene di approvvigionamento regionali e approfondire i legami diplomatici con i partner chiave”. Non sorprende che il progetto di legge sia stato accolto favorevolmente sia dall’American Jewish Committee sia dall’Hellenic American Leadership Council (due fra i più influenti gruppi di pressione favorevoli a una più stretta cooperazione tra Stati Uniti, Grecia, Cipro e Israele), che in esso hanno visto la continuazione di una politica di attenzione e vicinanza avviata negli anni della prima amministrazione Trump con l’Eastern Mediterranean Security and Energy Partnership Act del dicembre 2019.

Tutto ciò pone la Casa Bianca in una posizione delicata. In passato, Donald Trump ha espresso più volte il proprio apprezzamento per il Presidente Erdogan. Nelle settimane scorse, l’ambasciatore USA in Turchia e inviato speciale per la Siria, Tom Barrack, ha inoltre attaccato duramente il raid israeliano contro la base aerea di Abu al-Duhur, nella Siria nordoccidentale (condannato con forza anche dal governo turco), e ha parlato delle alture del Golan come di un “territorio occupato” da Israele, provocando la prevedibile reazione di Gerusalemme e l’altrettanto prevedibile retromarcia di Washington. Segni di incoerenza diplomatica che appaiono ancora più gravi in un momento in cui le relazioni fra i due principali alleati degli Stati Uniti nella regione raggiungono il loro punto più basso. In questo senso, il deterioramento dei rapporti turco-israeliani pone alla Casa Bianca una sfida cruciale: quella di ricucire uno strappo che potrebbe avere pesanti ricadute sulla stabilità regionale, in un momento in cui il dossier iraniano rimane aperto e senza urtare davvero la sensibilità di bacini di voto importanti, anche alla luce delle ormai imminenti elezioni di midterm.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.