Una vittoria di misura che conferma la rilevanza che le componenti progressiste e ‘di sinistra’ stanno acquisendo all’interno del partito stesso e, al contempo, le difficoltà della sua corrente mainstream
La vittoria di Abdul El-Sayed alle primarie per il seggio senatoriale del Michigan invia segnali importanti sugli sviluppi interni del Partito democratico e sulle tendenze della vita politica statunitense. Nonostante il successo di misura (meno dell’1% di scarto, pari a circa 15.000 voti su un totale di circa 1.500.000 elettori registrati), essa conferma la rilevanza che le componenti progressiste e ‘di sinistra’ stanno acquisendo all’interno del partito stesso e, al contempo, le difficoltà della sua corrente mainstream. La candidatura di El-Sayed (che nel 2018 aveva già corso senza successo per il seggio di governatore dello Stato) ha goduto del sostegno di nomi pesanti del mondo progressista, come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, oltre che di Alexandria Ocasio-Cortez, l’esponente forse più in vista di questo fronte nell’attuale Congresso; un sostegno che si è contrapposto apertamente a quello dei vertici locali e nazionali del partito, che hanno appoggiato in maniera compatta la sua avversaria, Haley Stevens, che dal gennaio 2019 rappresenta lo Stato dei Grandi Laghi alla Camera dei rappresentanti.
La contrapposizione fra El-Sayed e Stevens riflette una dinamica che negli ultimi anni si è via via fatta più evidente. La freddezza dell’elettorato verso il mainstream del partito era emersa nelle primarie presidenziali del 2016, con i buoni risultati di Bernie Sanders contro la candidata presidente ‘in pectore’ Hillary Clinton. Alla stessa freddezza è stata attribuita – da alcuni osservatori – l’incapacità di Clinton di mobilitare efficacemente il voto anti-Trump e, di conseguenza, il successo del tycoon alle elezioni di novembre. È anche sull’onda del buon risultato di Sanders che le prime leve dell’attuale ‘New Left’ conquistano i propri seggi in Congresso – fra cui proprio Alexandria Ocasio-Cortez – mettendo in crisi l’egemonia sino allora esercitata dai c.d. ‘New Democrats’, che aveva toccato il vertice negli anni Novanta, con le due presidenze di Bill Clinton. Il fatto che questo cambio generazionale coincida, sul fronte repubblicano, con l’ascesa di Donald Trump e con la fine della tradizionale ‘ortodossia reaganiana’ accentua le tensioni di un partito sottoposto a una duplice sfida, interna ed esterna.
Ancora oggi, il mondo democratico sembra fare fatica a conciliare queste tensioni. Lo scarto minimo fra El-Sayed e Stevens conferma che, nonostante la visibilità mediatica dei candidati ‘di sinistra’ e i successi raccolti in realtà diverse – da New York con Zohran Mamdani al Colorado con Melat Kiros, che ha sconfitto nelle primarie per la Camera dei rappresentanti il candidato uscente, Diana DeGette, al Congresso dal 1996 – il centro democratico rimane forte, da un lato per il controllo che ancora esercita sulla ‘macchina’ del partito, dall’altro per il consenso che riesce a mobilitare nell’elettorato moderato. È vero che l’atteggiamento di parte dell’elettorato su temi critici, come quello del sostegno a Israele, sta cambiando. Resta forte, tuttavia, il timore dell’establishment del partito e delle forze economiche che lo sostengono che una torsione a sinistra, se da una parte possa alienare il sostegno di moderati e indecisi, dall’altra non sia sufficiente a riconquistare il favore di un elettorato impaurito e disilluso che nel 2024 ha sostenuto in modo massiccio Donald Trump e il movimento MAGA.
In questo senso, le elezioni di novembre rappresenteranno un test importante. Nel 2022, le primarie del Partito repubblicano avevano visto i candidati vicini a Donald Trump –sconfitto nelle presidenziali del 2020 – battere in numerose occasioni i propri avversari interni, salvo poi essere a loro volta battuti alle urne dagli sfidanti democratici. È uno scenario che – mutatis mutandis – potrebbe ripetersi anche per i candidati progressisti alle prossime midterm. Tuttavia, non si deve sottovalutare né la ‘voglia di nuovo’ che esiste negli Stati Uniti e che il successo di El-Sayed esprime, né il vivace ecosistema mediatico che sostiene i nuovi candidati. Se è quindi presto per vedere il futuro del Partito democratico nella ‘New Left’ di El-Sayed e degli altri candidati progressisti, la sfida che questa rappresenta per il partito e le sue logiche non deve essere sottovalutata; ciò soprattutto se si guarda alla polarizzazione crescente del panorama politico e alla crescente difficoltà che le componenti mainstream sembrano avere nel parlare ‘ai cuori e alle menti’ degli elettori di entrambi gli schieramenti.
