Il programma approvato delineerebbe il disarmo graduale delle milizie palestinesi e il parallelo disimpegno israeliano dalle aree attualmente occupate, disarmo e disimpegno che sarebbero verificati, in ogni loro fase, attraverso meccanismi ancora non noti
L’annuncio del presidente Trump che sarebbe stato raggiunto un accordo sul “completo disarmo” di Hamas e degli altri gruppi armati presenti a Gaza e sul conseguente ritiro delle forze armate israeliane dalla Striscia rappresenta un potenziale cambio di passo nelle vicende del post-7 ottobre e del Medio Oriente in generale. Tenuto conto del deterioramento della situazione sul fronte del Golfo, con quello che appare un crescente coinvolgimento delle monarchie arabe nelle operazioni militari contro Teheran, un accordo di questo tipo potrebbe portare a un significativo calo della tensione, oltre a segnare un successo importante per gli Stati Uniti e per il Board of Peace, voluto dalla Casa Bianca nel quadro del piano di pace per Gaza siglato lo scorso ottobre. Non è possibile – per il momento – valutare la solidità di un accordo di cui si conoscono solo pochi elementi piuttosto generici. Oltre ai tratti di fondo dell’accordo raggiunto, quanto detto dal presidente consente tuttavia di evidenziare alcune criticità, la cui soluzione potrebbe condizionare in larga misura il risultato finale.
Secondo Trump, l’accordo raggiunto dal Board of Peace sarebbe un “passo cruciale verso Gaza finalmente governata da un nuovo governo palestinese”; un governo in cui, secondo gli auspici di Washington, Hamas accetti di farsi da parte, come annunciato dallo stesso movimento alcune settimane fa. In base alla roadmap citata da alcune fonti di stampa, il programma approvato delineerebbe il disarmo graduale delle milizie palestinesi e il parallelo disimpegno israeliano dalle aree attualmente occupate, disarmo e disimpegno che sarebbero verificati, in ogni loro fase, attraverso meccanismi ancora non noti. Non sono ancora note nemmeno le modalità secondo cui il ritiro israeliano dovrebbe svolgersi, né l’esistenza di eventuali zone cuscinetto: due aspetti che sono stati fonti di problemi sin dall’epoca dell’implementazione dei primi accordi di Oslo. Sempre secondo fonti di stampa, Hamas avrebbe accettato il piano, anche se manca ancora una dichiarazione ufficiale. Non sarebbero, invece, giunti riscontri da parte israeliana, anche se – secondo funzionari dell’amministrazione – il presidente sarebbe “molto deluso” da una decisione di Gerusalemme di non ritirarsi da Gaza.
È questa, forse, l’incognita maggiore. Negli scorsi giorni, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha incontrato Donald Trump in un faccia a faccia a cui hanno partecipato, fra gli altri, il vicepresidente Vance, il segretario di Stato Rubio, quello al Tesoro Bessent, e quello alla Difesa Hegseth, insieme al capo degli stati maggiori congiunti, generale Dan Caine, e l’inviato speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Anche se dall’incontro non sono trapelate indiscrezioni (se non i commenti di rito), è possibile immaginare che sul tavolo, oltre alla questione dei rapporti con l’Iran, ci sia stata anche quella di Gaza. Di contro, nonostante le richieste della Casa Bianca, sembra difficile immaginare che lo Stato ebraico accetti un disimpegno non accompagnato da solide garanzie di sicurezza, come conferma il fatto che – nonostante gli impegni assunti con il piano di pace di ottobre – nei mesi scorsi le IDF abbiano continuato a estendere la ‘linea gialla’ che delimita la parte della Striscia sotto il loro controllo, consolidandola – negli ultimi tempi – anche con strutture fisiche permanenti.
Incognite circondano inoltre, per esempio, chi prenderà in custodia le armi che Hamas dovrebbe consegnare secondo le previsioni dell’accordo e in che modo, in concreto, funzioneranno i meccanismi di verifica cui è stato fatto cenno. Anche per questo, gran parte degli osservatori ha espresso cautela sulla possibilità che l’accordo si concretizzi. Non si deve dimenticare, infine, che a ottobre gli israeliani saranno chiamati a un voto che già assume i tratti di un referendum sull’attuale governo e sulle sue politiche. Su questo sfondo, la tentazione del primo ministro di capitalizzare sui temi securitari è forte, alla luce sia del favore espresso da alcuni membri del gabinetto alla ripresa degli insediamenti nella Striscia, sia della debolezza che il Likud mostra nei sondaggi non solo rispetto alle opposizioni, ma anche agli stessi alleati di Otzma Yehudit e del Partito nazionale religioso. Ancora una volta, uno scenario complesso, in cui la diffidenza delle parti e le logiche della politica interna prevalgono su quelle internazionali e mettono la credibilità del mediatore statunitense in una posizione delicata, visto anche lo stallo in cui sembrano impantanati i negoziati fra Russia e Ucraina.
