Cambia il paradigma dell’impresa che diventa ‘impresa sociale’ e dell’economia che assume il valore operativo di ‘economia sociale’ ed ‘economia sociale di mercato’
Il contesto di capitalismo sociale è un modello economico [Stakeholder Theory (Freeman) superando il modello ‘shareholder primacy’ di Friedman; Creating Shared Value (Porter & Kramer); Economia civile (tradizione italiana) (Zamagni, Bruni); Impresa sociale e capitalismo inclusivo; Social business (Muhammad Yunus)]che cerca di conciliare il profitto aziendale (quindi di tutte le imprese sociali civiche:private e pubbliche, profit e non profit) con il benessere sociale e ambientale. Questo approccio si distingue per l’attenzione verso il mercato del lavoro, le comunità e l’ambiente, promuovendo pratiche aziendali responsabili e sostenibili.
È l’economia sociale intesa come un insieme, in continua crescita, di imprese sociali pubbliche e private profit e non profit, formalmente organizzate che si basano su molteplici tipi di risorse e cooperazione, con ancoraggi locali e processi decisionali democratici e partecipativi. Cambia il paradigma dell’impresa che diventa ‘impresa sociale’ e dell’economia che assume il valore operativo di ‘economia sociale’ ed ‘economia sociale di mercato’.
L’Economia sociale di mercato è nata in Germania prima della Seconda guerra mondiale, con la scuola di Friburgo, poi è diventata la base del miracolo economico della Germania dopo la guerra espandendosi in Europa. Vedendo i risultati ottenuti in Germania, gli altri paesi europei, si sono convinti che convenisse farla propria.
I Trattati di Roma, di Maastricht, eccetera, hanno sancito l’utilità dell’economia sociale intesa come mercato, concorrenza, disciplina del bilancio pubblico. Ed anche l’attenzione alla distribuzione del reddito, la lotta all’inflazione e via dicendo. Nel trattato di Lisbona si dice formalmente per la prima volta che l’Unione europea ambisce ad essere un’economia sociale di mercato. Inserimento lavorativo come creazione di valore è una politica attiva del capitalismo sociale che trasforma un costo sociale in un investimento produttivo, generando un ritorno economico misurabile per l’intera comunità.
Le politiche attive del lavoro (PAL) in Italia sono l’insieme di interventi pubblici (stato, regioni, comuni ecc.) finalizzati a favorire l’occupazione, migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e accrescere l’occupabilità delle persone. Con il PNRR si è attivato il Programma GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) con percorsi personalizzati per il reinserimento rapido, aggiornamento competenze e con una valutazione standard almeno dei Livelli essenziali delle Prestazioni (LEP).
Questo ha significato un patto di servizio ed il coinvolgimento di operatori privati accreditati nonchè il passaggio dal rimborso a Unità di Costo Standard (UCS) al Finanziamento Non Collegato ai Costi (FNLC). Il FNLC rappresenta una modalità di erogazione dei fondi strutturali europei (FESR, Fondo di Coesione) per cui gli operatori non verranno più pagati per le attività svolte, ma per i risultati ottenuti.
Questo cambio di paradigma ha luci ed ombre – meno burocrazia, più orientamento ai risultati ma anche rischi concreti che dobbiamo monitorare e contrastare come il rischio di ‘creaming’ (scrematura dell’utenza in base alla convenienza a discapito dei segmenti fragili), rischio di ‘occupazione, rischio di concentrazione a danno delle imprese sociali non profit. Il Patto per il lavoro dovrebbe trovare sintonia e sinergia con il Piano per l’Economia Sociale per sviluppare la cooperazione, l’imprenditoria sociale e civile.
Le PAL sono legate a doppio filo con le imprese sociali non profit e profit per creare un modello in cui il lavoro è uno strumento cardine per l’inclusione sociale e il rilancio economico. Per esempio, il Terzo settore ed il volontariato sono strutture-organizzazioni che presidiano, con il loro DNA operativo, i segmenti fragili della popolazione e le generazioni di giovani (Generazione Z) e di ‘ancora giovani’ (Late Millenials).
La filiera tra pubblico, privato e non profit si stabilizza per il tramite delle politiche attive che hanno successo solo superando le vecchie rigidità tra Stato e mercato e sviluppando un rapporto con il ‘quasi mercato’ che evita le storture del libero mercato ‘ad libitum’.
Occorre una ‘tripolarità integrata’ in cui le istituzioni pubbliche collaborano stabilmente con le imprese sociali profit e non profit per progettare percorsi di formazione, riqualificazione delle competenze e reale avviamento al lavoro.
L’impresa sociale non profit, grazie alla sua capillarità e prossimità sul/nel territorio, intercetta i bisogni reali meglio del settore pubblico, offrendo risposte flessibili e personali.
Il mercato del lavoro viene stabilizzato unitamente alla stabilità sociale (tramite indennità di disoccupazione, cassa integrazione, tutela della maternità.
Scontati i fondamentali della tutela economica, la sicurezza e la protezione sociale ed organizzativa (per esempio smart working) conta anche il benessere psicologico e relazionale, motivazione non economica, engagement, il senso del lavoro.
La conciliazione vita e lavoro, la flessibilità degli orari, un impegno lavorativo equilibrato, un clima organizzativo che valorizza le persone in senso olistico con una serie di indicatori di base che creano una base di oggettività su cui inserire la soggettività di valutazione sono elementi di welfare lavorativo che insieme al welfare aziendale sviluppano il differenziale di una impresa azienda (per esempio la percentuale di dipendenti che hanno sviluppato obiettivi personali).
Le aziende che adottano il welfare aziendale hanno performance al top, il fatturato per addetto è di 396.000 euro (20% in più rispetto alla media) ed una redditività elevata (fino al 40,5%), così dice l’attendibile Rapporto Welfare Index PMI 2026 di Generali Italia. Numeri che confortano il capitalismo sociale come la via maestra che integra l’economico ed il sociale.
