Chi comanda davvero in USA e non solo, mi pare che non siano le amministrazioni, politiche e non, ma i grandi capitali, che possono ‘comprare’ quasi tutto, compresi gran parte dei Governi del mondo. Ai grossi capitali non interessa il diritto o l’autodeterminazione dei popoli, ma il guadagno

 

Credo che la cosa più importante dopo la ridicola firma del Memorandum Iran-USA, sia il fatto, riportato dalla stampa, secondo cui vi sarebbe stato un «Raid dell’Idf in Libano: almeno 16 morti» (ore 7.41) solo per dire che Israele continua a cercare di boicottare quell’accordo: se ci riuscirà vedremo presto. Per parte sua, il nostro Ministro degli Esteri, guidato con mano sicura e ferma da Giorgia Meloni e Marina Berlusconi, mette i puntini sulle ‘i’ e afferma alle 10.45: «Stiamo aggiornando ‘Viaggiare Sicuri’», ma poi, in extremis, ‘rinvia’ il suo viaggio a Miami, per le frasi secche e arroganti di Trump. Puntate di piedi in una situazione scivolosa e ambigua benché su ceti punti chiarissima. Se non fosse tragico, vi sarebbe da ridere.

Tornando all’accordo, ‘ridicola’, dicevo la firma, perché abbiamo visto tutti il documento, un foglietto dattiloscritto, sotto il quale pomposamente, ma seduto al tavolo del G7, Trump appone accuratamente la propria firma, mentre Macron e alcuni altri lo applaudono … ma la faccia tra l’irridente e il divertito di Macron, andrebbe conservata. Certo, dice Trump, questo accordo «probabilmente equivale a una resa incondizionata», senza dire di chi, ma poi aggiunge modestamente «Non ci sono limiti al mio potere, non ho imparato nessuna lezione» e conclude affermando compunto: «Con Bibi è tutto normale ma lo dobbiamo mantenere sano di mente». Ma anche con la signora Meloni – a quanto pare nominata da Re Carlo III, e perciò, definita ‘premier’ – della cui frenetica e ossessiva voglia di fare sapere di una sua supposta nuova ri-amicizia e ri-condivisione (non si sa bene di cosa) con Trump siamo stati nelle ultime 48 ore subissati – della quale dice maleducatamente ma realisticamente la verità, che abbiamo visto tutti: «Mi ha implorato di fare una foto con lei, voleva una foto così tanto…L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena», come racconta Daniele Compatangelo. Sorvolo sul livello decisamente basso del tutto, ma per gli italiani è una figuraccia.

Sta, però in fatto che quel documento è stato firmato pubblicamente e conviene parlarne in fretta, ma con completezza. Uso il testo pubblicato dal ‘New York Times’.

Cominciamo dal nome che fa sbizzarrire molta stampa sul significato recondito del M.O.U. come amano scrivere in USA dove c’è una sigla per tutto. MOU, vuole solo dire Memorandum of Undesrstanding cioè un protocollo di intesa o perifrasi del genere. Molti lo sottolineano per lasciare intendere che non è un vero e proprio accordo. Sbagliato: si tratta di un accordo, di un trattato, perfettamente vincolante per entrambi. Per di più, l’accordo non prevede né una data di entrata in vigore né una di cessazione. Per cui il trattato entra, è entrato, immediatamente in vigore ed è contratto sub specie aeternitatis, come si dice.

Non per nulla, all’art. 12, è prevista la creazione di un organismo di controllo della effettiva attuazione del trattato, ma non se ne conoscono i partecipanti e i poteri. Per precisare meglio, all’art. 9 si prevede che, a partire dalla firma dell’accordo, si debba mantenere lo status quo: cioè niente spostamenti di linee o di truppe, salvo per quanto attiene alle disposizioni degli articoli precedenti sulla riapertura dello Stretto, il termine del blocco navale (entrambi immediati) e l’impegno chiarissimo dell’Iran, art. 8, a non acquistare né a sviluppare ordigni nucleari. Ma non a non disporre di energia e ricerca nucleare. Insomma: energia nucleare solo per usi civili, come si dice.

È forse questa la clausola più importante e anche più chiara, perché, detta così, è inequivoca e netta e per di più ne affida i controlli ad una Agenzia che è (dovrebbe) essere indipendente la AIEA.

Un altro gruppo di disposizioni, riguarda le cosiddette sanzioni e i finanziamenti, artt. 6 e 7, con la messa in ballo (non si sa ancora come, ma salva la collaborazione dei “partner regionali”) di trecento miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran. Questa disposizione in sé apparentemente inutile, assume invece un peso importante nella misura in cui esordisce affermando che saranno gli USA a ‘mobilitare’ per così dire i partner per la creazione di quel fondo! Come dire: apriamo lo stretto sia in entrata che in uscita e … tanti soldi agli immobiliaristi! Ma, molto importante, all’art. 4 gli USA si impegnano a sospendere immediatamente il blocco navale, ma solo dopo, con l’art. 5, l’Iran si impegna a liberare lo stretto, gratuitamente solo per 60 giorni, sulla base di un accordo ad hoc con l’Oman.

Il tema della sovranità territoriale dell’Iran, punto centrale dell’accordo, è espresso esplicitamente all’art. 2 dove, oltre alle solite garanzie, si aggiunge indirettamente una disposizione molto significativa: “il rispetto degli affari interni” reciproci … cioè iraniani, e quindi del regime in atto. Si fa, dunque, una netta e forte marcia indietro rispetto alla pretesa – in sé illecita ma comprensibile visto l’oscurantismo dell’attuale regime – di imporre un cambiamento di regime in Iran. Il che, ovviamente, è “normale”, ma sottolinea, da una parte, che la pretesa di imporre il cambiamento di regime politico interno di un soggetto è illecita, ma specialmente che gli USA dichiarano di abbandonare ogni possibilità di interferenza futura. Dall’altra implica che il popolo iraniano, o almeno quella parte di esso contrario al regime vigente è abbandonata a sé stessa.

Personalmente non credo –  non solo perché lo abbia affermato lo stesso Trump! – che tra gli intenti USA dei bombardamenti sull’Iran vi fosse anche quello del cambiamento di sistema politico in Iran. Ma è certo che nessun cambiamento vi sia stato, e forse nemmeno voluto, e che, anzi, questa guerra abbia finito per rafforzare lo stesso regime.

Per il principio di autodeterminazione dei popoli, un soggetto di diritto internazionale è legittimo solo se sia il frutto della volontà del suo popolo. Per cui un popolo può essere aiutato, anche militarmente, nell’esercizio di tale diritto: ma ‘aiutare’ è ben altro da ‘imporre’, come forse qualcuno negli USA voleva! Pur a prescindere dal fatto che una decisione del genere non può essere presa da un solo stato!

Vorrei toccare un ultimo punto, molto discusso dalla stampa, per una integrazione: quello relativo (art. 1 del Memorandum, già solo per esserne il primo, molto importante!) alla cessazione delle ostilità anche in Libano. Precisamente: Usa e Iran dichiarano «the immediate and permanent termination of military operations on all fronts, including in Lebanon…». Un impegno che, si dice, non obbligherebbe Israele, visto che quest’ultima non ha peso parte all’accordo.

È vero. Per il diritto internazionale vale il principio per cui un accordo tra due soggetti non determina alcun effetto per uno Stato terzo: né positivo, salva la sua accettazione, né negativo. Ma è anche vero che, almeno finora mentre scrivo, lo stato di Israele non abbia preso in merito alcuna posizione ufficiale. Sì, alcuni ministri e organi di stampa hanno detto e ribadito che Israele non intende in nessun caso «lasciare» il Libano … ma nell’accordo si parla di cessazione delle operazioni militari! Ma non basta ciò per determinare una presa di posizione giuridicamente valida in termini di diritto internazionale contrattuale.

A parte il dato di fatto per il quale Usa e Israele sono parti insieme di una guerra illecita, ma sono comunque e ufficialmente alleati, sta invece in fatto che l’Iran ha parlato anche in nome e per conto degli Hezbollah, i quali hanno dichiarato la loro accettazione di quell’accordo in quanto soggetti di diritto internazionale. Egualmente gli USA nei riguardi di Israele, il silenzio ufficiale della quale e il fatto che oltre l’episodio di cui ho parlato prima, il conflitto appaia fermo, determina quella che nel diritto e nel diritto internazionale in particolare si chiama ‘acquiescenza’. Il che renderebbe quel testo valido e obbligatorio anche per Israele.

Non, certo, per dire che Israele si faccia fermare da quisquilie in punto di diritto, ma, altrettanto certamente, per ricordare che a Settembre Israele ha le elezioni e, specialmente gli USA le hanno a Novembre. Queste ultime in particolare potrebbero essere decisive.

 Ciò mi induce, per avviarmi a concludere, a tornare su una mia idea già pubblicata qui: l’amministrazione USA sembra da un po’ spaccata in orizzontale. La parte inferiore, meno visibile ma più attenta e competente, tira molte fila di quella superiore, spumeggiante e gradassa, ma che alla fine, obtorto collo deve accettarne certe decisioni. E questo ne sarebbe un esempio.

Che, però, crea anche una situazione molto pericolosa: lo si voglia o no, ‘fidarsi’ della ‘amministrazione visibile’ è ormai impossibile, ma di quella invisibile fidarsi è un azzardo. Purtroppo i Paesi europei, i più interessati, sono proprio quelli che non lo comprendono e che non legano con l’amministrazione sottostante, meno amante dei divani, ma più concreta e, ripeto, competente.

In un quadro, però, in cui chi comanda davvero in USA e non solo, mi pare che non siano le amministrazioni, politiche e non, ma i grandi capitali, che possono ‘comprare’ quasi tutto, compresi gran parte dei Governi del mondo.

Ai grossi capitali non interessa il diritto o l’autodeterminazione dei popoli, ma il guadagno.

Di Giancarlo Guarino

Giancarlo Guarino è Professore ordinario, fuori ruolo, di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Napoli Federico II. Autore di varie pubblicazioni scientifiche, specialmente in tema di autodeterminazione dei popoli, diritto penale internazionale, Palestina e Siria, estradizione e migrazioni. Collabora saltuariamente ad alcuni organi di stampa. È Presidente della Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale, che, tra l’altro, distribuisce borse di studio per dottorati di ricerca e assegni di ricerca nelle Università italiane e straniere. Non ha mai avuto incarichi pubblico/politici, salvo quelli universitari.