Il memorandum non fornisce risposte definitive alle questioni più scottanti, consentendo a tutti di presentarlo come un proprio successo. Il fatto che i colloqui che avrebbero dovuto partire in questi giorni in Svizzera siano già stati rinviati è, tuttavia, un segnale di incertezza
La diffusione dei contenuti dell’accordo fra Stati Uniti e Iran, firmato negli scorsi giorni, consente di formulare alcune considerazioni un po’ più precise rispetto a quelle ‘a caldo’ sulle sue ricadute e sui suoi possibili sviluppi. Ciò alla luce di due premesse: (1) quello siglato dalle parti non è un accordo definitivo su tutte le questioni aperta ma solo un memorandum d’intesa (MoU – Memorandum of Understanding), che contiene un numero limitato di impegni a esecuzione immediata e che delega a trattative future il compito di affrontare i problemi più complessi e divisivi; (2) a sua volta, il MoU è soggetto a un’implementazione che potrebbe essere complessa, soprattutto quando – per esempio, prevedendo la fine delle ostilità anche in Libano – chiama implicitamente in causa attori terzi che potrebbero non ritenersi vincolati dai termini negoziati. Infine, occorre ricordare che né negli Stati Uniti né in Iran esiste una convergenza completa sui temi caldi indicati dal MoU e che i ‘falchi’ di entrambi gli schieramenti mantengono un ampio margine di azione in vista dei negoziati che dovrebbero condurre, entro sessanta giorni (estensibili), alla firma dell’accordo finale.
Nonostante queste debolezze, l’accordo soddisfa le esigenze di entrambe le parti. Come detto, il memorandum non fornisce risposte definitive alle questioni più scottanti, consentendo a tutti di presentarlo come un proprio successo. Esso sblocca subito il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz, ma anche in questo caso senza pregiudicarne lo status futuro. Esso, inoltre, garantisce all’Iran l’accesso a risorse finanziarie di cui, in questo momento, la Repubblica islamica ha un chiaro bisogno, in cambio di un impegno a non dotarsi di armi nucleari che tuttavia – almeno in termini declaratori – è meno forte di quello contenuto nell’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA – Joint Comprehensive Plan of Action). Sul piano pratico, il memorandum offre infine a Washington e a Teheran lo spazio di respiro di cui entrambe hanno bisogno, soprattutto sul piano interno; uno spazio di respiro che è particolarmente importante per l’amministrazione statunitense, se è vero che, ancora ai primi di giugno, secondo un sondaggio The Economist/YouGov il 68% degli intervistati avevadichiarato di ritenere che il paese avrebbe dovuto “raggiungere un accordo per porre fine alla guerra in Iran il più rapidamente possibile”.
È comunque un risultato che la Casa Bianca ha pagato caro. L’incapacità di ottenere il successo sul campo, dati i mezzi impiegati e il divario di potenza con il nemico, è, in sé, un segno di debolezza. A ciò si aggiungono le clausole del MoU, che sembrano andare più a vantaggio di Teheran che di Washington. Nonostante la Repubblica islamica “ribadisc[a] che non intende procurarsi né sviluppare armi nucleari”, la questione del nucleare rimane impregiudicata. D’altra parte, con la firma del memorandum, la Casa Bianca s’impegna “a revocare ogni tipo di sanzione nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran” e riconosce la centralità della questione, accettando di “affrontar[la]immediatamente” nei futuri negoziati “al fine di giungere a un accordo reciproco in merito”. Inoltre, la Casa Bianca si impegna da subito a “rendere pienamente disponibili …i fondi e i beni congelati o soggetti a restrizioni della Repubblica Islamica dell’Iran” e “si impegna … a elaborare un piano definitivo e concordato, con uno stanziamento di almeno trecento miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran” anche se le modalità di attuazione di tale piano restano da definire nell’ambito dei futuri negoziati fra le parti.
Il fatto che i colloqui che avrebbero dovuto partire in questi giorni in Svizzera siano già stati rinviati è, tuttavia, un segnale di quanto questi assetti siano tutt’altro che stabili. Se da una parte l’amministrazione Trump sembra disposta a subordinare i suoi obiettivi in campo internazionale alla difesa del consenso interno, dall’altra è comunque necessario che il prezzo da pagare sia congruo. Il fatto che l’amministrazione non sembri avere attribuito particolare valore politico al rinvio e abbia, anzi, auspicato di poter “avviare i colloqui tecnici il prima possibile” appare un segnale di apertura. Tuttavia, negli scorsi giorni Donald Trump non ha escluso una ripresa delle ostilità qualora i negoziati non procedano come desiderato. Per il momento, siamo ancora alle schermaglie preliminari. È tuttavia chiaro che i veri ostacoli dovranno essere affrontati adesso. Come detto, era tutto sommato facile raggiungere una convergenza sui termini del MoU, soprattutto per il comune interesse a guadagnare tempo. Ora, sul tavolo ci sono i problemi veri e non sarà facile trovare un punto di convergenza fra due interlocutori che condividono una profonda diffidenza e che da quasi cinquant’anni hanno costruito le proprie narrazioni vedendo nella controparte una sorta di nemico assoluto.
