Ogni possibile accordo è a rischio, a tre rischi: la durezza silenziosa dell’Iran con riferimento all’uranio e allo stretto, ma anche all’incontenibile odio verso Israele, l’irrefrenabile violenza e minacciosità degli USA, la presenza costante e ostile di Israele, capace di ‘sottomettere’ perfino il Presidente degli USA
E dunque, pare si sia vicini a raggiungere almeno una tregua, in vista di un negoziato di almeno 60 giorni, per realizzare un accordo completo, di ‘pace’, tra USA e Iran.
Questa frase, o una simile, la ho scritta almeno cinque o sei volte in questi ultimi giorni, per iniziare un articolo su questa questione … e ho poi rinunciato a continuare l’articolo. Perchè puntualmente qualcosa accadeva o temevo che sarebbe accaduta per ritardare la conclusione di un negoziato avvolto in un fitto mistero fatto di rabbia e di frustrazione. Da parte statunitense che ogni giorno proclamava la vittoria totale e schiacciante … domani. Da parte iraniana che confermava molto più sommessamente le proprie posizioni, rese politicamente molto pressanti e significative, nella misura in cui, nella pretesa di condizioni per la pace o almeno per la tregua accettabili, è stata proprio l’Iran a porre il tema della aggressione israeliana al Libano, come condizione di pace. Dico così perché l’Iran ha avuto il coraggio e la fermezza di difendere il Libano – o, se volete, gli hezbollah, che libanesi sono, cittadini di uno stato artificiale, multi-etnico e multi-religioso, sfortunatamente ai confini con Israele – mentre i Paesi arabi (tutti, Qatar incluso) facevano finta di non essere lì, e la nostra Europa faceva finta di non vedere.
Ma come dicevo, in quella situazione, ogni possibile accordo è a rischio, a tre rischi: la durezza silenziosa dell’Iran con riferimento all’uranio e allo stretto, ma anche all’incontenibile odio verso Israele, l’irrefrenabile violenza e minacciosità degli USA, la presenza costante e ostile di Israele, capace di ‘sottomettere’ perfino il Presidente degli USA.
Mentre scrivevo, infatti, alle 14.28 ora italiana del 14 Giugno 2026, scatta il puntualissimo attacco israeliano sulla città di Beirut. Beninteso, come sempre, per un ‘attacco mirato’ contro un appartamento di Beirut, del quale gli USA sono stati avvertiti prima.
La trappola perfetta, sempre la solita, destinata a silurare o almeno ritardare al massimo, ogni possibilità di accordo, ma specialmente a fare diminuire ogni ora di più la affidabilità degli USA, completamente, come sono, schiacciati sulla volontà israeliana.
Infatti, per discutibile che sia la posizione dell’Iran, è evidente che la fiducia nei confronti degli USA è la stessa di quella nei confronti di Israele. E ciò, attenzione, non vale solo per l’Iran. Sta in fatto che, mentre gli USA ‘gridano vittoria’ su tutto e su tutti, l’Iran dopo lunghe ore di tensione, ‘accontenta’ Trump al solo scopo evidente di permettergli di festeggiare il proprio compleanno, oltre che con i lottatori anche con un apparente successo. Un successo espresso al solito in maniera molto grossolana e trionfalistica con la conclusione surreale «ora scorra il petrolio»! Espressione peraltro molto generica quanto al contenuto dell’«accordo», il cui testo, pare – e io continuo a sottolineare il ‘pare’- sarà sottoscritto a Ginevra il prossimo Venerdì … sarà un caso (ma in linguaggio diplomatico certo non lo è) il giorno della preghiera per gli islamici! Ma è anche il giorno d’inizio della trattativa vera … verosimilmente con un Trump molto ‘distratto’, come ho scritto qualche tempo fa.
Trump, per parte sua, completa il proprio compleanno e si imbarca su un aereo che lo porta in Europa, dove non mancherà di vantarsi della vittoria con una Europa timida e servile (Macron riceverà Trump a Versailles … si sa agli statunitensi piacciono gli ori e adularli li fa impazzire di gioia … deve avere frequentato Napoli il buon Macron!) pronta a partecipare allo sminamento dello Stretto di Hormuz, pur avendo, per una volta, mantenuto un punto: il no (sostanziale, ma non integrale!) alla partecipazione alla guerra di USA e Israele contro l’Iran Che, a sua volta, si dichiara ed è, il vero vincitore «Accolte le nostre richieste, umiliati USA e Israele costretti ad accettare la sconfitta».
Per parte sua, gelidamente, Israele ribadisce che dal Libano non se ne andrà, preparandosi all’ennesima «guerra sotto traccia», nella quale, come a Gaza e in Cisgiordania conta di distruggere le case degli “arabi”, desertificare il suolo, assetare anche il Libano oltre la Cisgiordania, e riprendere la strada di sempre: occupare, distruggere, sostituire la popolazione esistente con la propria. Una bomba innescata, ma, in qualche modo funzionale ad un disegno strategico in parte molto più ampio e in parte brutalmente genocida … anche se l’uso del termine è vietato ai non ebrei.
Non è, infatti, certamente un caso che proprio il 13 Giugno, Israele abbia festeggiato, a bandiere spiegate, il riconoscimento del Somaliland, una entità separatista largamente eterodiretta. Il che vuol dire, innanzitutto, acquisire la possibilità di deportarvi i palestinesi, come da anni progettato. In secondo luogo, ciò permette ad Israele di acquisire una posizione strategicamente importantissima, all’imbocco del Mar Rosso, a pochi passi dallo Yemen, da cui partano gli attacchi degli “Huthi” contro le navi dirette a o provenienti da Suez. Il che, se mi si permette di fare un’ipotesi, le consente di condizionare fortemente i Paesi europei, che dunque continueranno a chiudere gli occhi di fonte alla sistematica distruzione dei palestinesi e di buona parte dei libanesi chiamati “hezbollah”.
Ma qui, ora c’è, secondo me, un elemento in più, perché la mediazione del Pakistan (Paese in guerra con l’Afghanistan e direttamente coinvolto in alleanze con l’Arabia Saudita, la Cina e lo stesso Iran nell’ambito del gigantesco progetto della «via della seta») rappresenta in realtà la mediazione della Cina con la sommessa partecipazione del Qatar – comparso e scomparso nella trattativa – che rappresentano il tentativo di sostituire alla invadenza USA la presenza apparentemente più moderata del gigante Cina e il grande capitalismo petrolifero e finanziario, attraverso una “via della seta” relativamente pacificata in nome di interessi certamente finanziari, ma, purtroppo, anche umani.
Israele diventa così l’avamposto del controllo USA sul Medio Oriente, ormai troppo impegnativo per i soli USA.
Ma questa è solo una idea molto generica e approssimativa di un futuro che non immagino certamente né tranquillo, né sereno. Se i Paesi europei capissero che il nostro futuro dipende da una capacità di unirsi e fare da mediatore nel conflitto Usa-Russia (ormai finito da tempo, grazie alla pace di fatto voluta da Trump) ormai solo Ucraino-Russo. Dovrebbe smetterla di incoraggiare l’Ucraina sulla via della guerra, no? Un mediatore che partecipa alla guerra che mediatore è?
Cosa, a mio parere, logica e facile a dirsi. Ma, con i bollori bellicisti della Gran Bretagna e gli ardori revanscisti della Germania, a tacere dei suprematismi nazionalistici un po’ infantili dei nostri Meloni, Vannacci &co. molto difficile.
Direte: «ancora una volta»!
Ebbene, io temo di sì.
