L’intesa pare più una pausa fra due round di ostilità che la premessa a una stabilizzazione duratura. Molto dipenderà dalle scelte che faranno le parti

 

Dopo settimane di attese e passi indietro, Iran e Stati Uniti hanno finalmente raggiunto un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, sbloccando uno stallo che – a fasi alterne – durava dall’inizio delle ostilità fra i due Paesi alla fine dello scorso febbraio. Con poche eccezioni, il fatto è stato accolto con soddisfazione generale. Anche l’impatto sui prezzi del petrolio è stato immediato, sebbene servirà ancora tempo prima di un vero ritorno alla normalità. Nonostante ciò, restano dubbi sia sul contenuto effettivo dell’accordo sia sulla sua capacità di resistere alle tensioni delle settimane a venire. Nel commentare l’accordo, Washington e Teheran hanno espresso giudizi radicalmente diversi, lasciando presumere che – al di là della prevedibile divergenza delle narrazioni – ci siano ancora numerosi punti caldi da affrontare. Questa impressione sembra confermata dal fatto che nessun testo è ancora stato divulgato, il che rende possibili ‘aggiustamenti in corso d’opera’ fino alla data della firma ufficiale, prevista per venerdì prossimo a Ginevra.

Indubbiamente, l’intesa ‘fa comodo’ a entrambe le parti. Dal punto di vista della Casa Bianca, permette di chiudere vari fronti interni – da quello con l’elettorato a quello più recente con il Congresso – avvicinandosi con più sicurezza all’appuntamento con il voto di midterm. Dal punto di vista della Repubblica islamica e della sua élite, consente di tirare il fiato in un momento in cui la pressione internazionale resta elevata. Sul fronte libanese, Hezbollah continua a essere sotto attacco; Israele non ha mai nascosto la sua contrarietà all’accordo, accettando anche il prezzo di un possibile scontro con l’alleato statunitense; infine, la leadership del paese sembra doversi ancora assestare dopo le ‘decapitazioni’ delle scorse settimane e le capacità militari devono essere ricostruite. Nonostante la Casa Bianca parli di scorte attestate intorno al 20% dei livelli prebellici, stime indipendenti parlano piuttosto di una cifra compresa fra il 60 e il 75%, soprattutto grazie alle forniture provenienti dalla Russia, che nel corso della guerra ha consolidato i rapporti già buoni con il governo di Teheran.

È quindi possibile che, alla fine, l’accordo risulti più una pausa fra due round di ostilità che la premessa a una stabilizzazione duratura. Molto dipenderà dalle scelte che faranno le parti. A Teheran, i ‘falchi’ potrebbero essere tentati di sfruttare il successo politico-diplomatico ottenuto per rilanciare la posta e ottenere benefici maggiori rispetto a quelli già conseguiti. Dall’altra parte, un riavvicinamento di Washington a Israele, anche per ragioni di politica interna, potrebbe portare a un nuovo irrigidimento e – potenzialmente – a una ripresa degli attacchi. Nel panorama politico statunitense, l’accusa di essere ‘too soft on Iran’ è sempre pericolosa, sia sul fronte repubblicano, sia su quello democratico, e potrebbe indurre la Casa Bianca a un nuovo cambio di rotta, soprattutto se dovessero tornare al centro dell’attenzione i tradizionali temi critici dell’arricchimento delluranio, delle ambizioni nucleari dei Teheran, o la richiesta iraniana di un alleggerimento del regime sanzionatorio oggi in vigore, che permetterebbe al Paese di accedere a decine di miliardi di dollari di introiti petroliferi congelati.

A questo proposito, in una dichiarazione congiunta, i leader di Regno Unito, Francia, Germania e Italia hanno affermato che l’Iran non deve mai entrare in possesso di armi nucleari ma anche che sono disposti a revocare le sanzioni pertinenti in risposta a misure chiare e verificabili da parte dell’Iran in merito al suo programma nucleare. La volontà di tenere aperte tutte le porte è evidente. L’interrogativo è se questa prova di buona volontà fornirà alle parti un incentivo ad adempiere ai propri impegni. Donald Trump ha già messo in chiaro come – dal suo punto di vista – l’Europa non abbia avuto alcuna parte nell’accordo raggiunto. Sebbene i toni di Teheran siano stati più misurati, nemmeno l’Iran sembra considerare il Vecchio Continente un interlocutore prioritario. Comunque, nelle ore successive all’annuncio dell’accordo, Trump è volato in Francia per il vertice del G7 di Evian; unoccasione forse per fare il punto con gli alleati europei su una situazione dominata dall’incertezza e per cercare di ragionare insieme riguardo a quali potrebbero essere i suoi sviluppi.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.