Anche se la nomina di Clayton potrebbe sbloccare il conflitto in corso fra Congresso e Casa Bianca, segni di tensione sarebbero emersi all’interno dell’intelligence community statunitense, sia a causa dei tagli alle risorse e al personale, sia a causa delle accuse di politicizzazione che le sue diverse anime si scambiano reciprocamente

 

L’annuncio della nomina di Jay Clayton, procuratore federale del Distretto Meridionale di New York ed ex presidente della Securities and Exchange Commission, alla carica di direttore dellIntelligence nazionale chiude la fase di intense tensioni fra la Casa Bianca e il Congresso aperta dalle dimissioni di Tulsi Gabbard. A seguito di queste, Donald Trump aveva dovuto affrontare pesanticritiche per la decisione di nominare Bill Pulte, già al vertice della Federal Housing Finance Agency, come direttore ad interim della struttura che supervisiona e coordina l’attività di diciotto agenzie di intelligence, fra cui la CIA, le strutture dell’intelligence militare, l’FBI, la DEA e le strutture di intelligence dei dipartimenti del Tesoro, dell’Energia e della Sicurezza interna (Homeland Security). La totale mancanza di esperienza e quella che era considerata come lassoluta fedeltà al presidente erano stati i punti su cui si erano concentrate le critiche a Pulte, critiche che non erano giunte solo dalla minoranza democratica ma anche da alcune voci del Partito repubblicano, fra cui il leader della maggioranza al Senato, John Thune, che all’epoca della nomina ha sottolineato, fra l’altro, la necessità di non usare la figura del direttore dellIntelligence nazionale come un’arma di lotta politica interna.

La nomina di Clayton deve ancora essere ratificata dal Senato, dove tuttavia sembra già esserci una certa convergenza intorno al suo nome. Il fatto che l’opposizione  per protesta contro la nomina di Pultestia bloccando l’iter di approvazione di un nuovo Foreign Intelligence Surveillance Act potrebbe anch’esso contribuire ad accelerare l’insediamento del suo sostituto. Anche intorno alla figura di Clayton non mancano, comunque, le riserve. Nonostante l’apprezzamento del Presidente e nonostante, da procuratore federale, si sia già trovato coinvolto in processi legati alla sicurezza nazionale, il nuovo direttore dell’Intelligence nazionale manca di una vera competenza in questo campo; Clayton è inoltre considerato vicino a Donald Trump, che, nel suo primo mandato, lo ha nominato al vertice della SEC e, all’inizio del secondo, alla guida della procura del Distretto Meridionale di New York. In questa veste, lo scorso gennaio Clayton ha firmato il mandato darresto che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, e nella stessa veste – su mandato dell’allora procuratore generale, Pam Bondi – ha diretto le indagini sui presunti legami fra Jeffrey Epstein e varie figure del Partito democratico, sollevando diversi dubbi riguardo all’indipendenza della sua condotta.

Negli ambienti dell’opposizione, il timore è che il nuovo DNI concentri la sua azione soprattutto sul fronte interno, in particolare sul tema delle presunte frodi elettorali, come aveva fatto a suo tempo Tulsi Gabbard. È un tema che Clayton ha già affrontato, in particolare criticando pubblicamente la cattiva gestione delle primarie svoltesi nelle scorse settimane in California, in vista del voto per il rinnovo del seggio governatoriale del prossimo novembre. Un altro timore è che – in linea con quanto accaduto negli scorsi mesi – la nomina di Clayton possa portare a un ridimensionamento dell’apparato di Intelligence nazionale. Sotto la direzione di Tulsi Gabbard, il personale della National Intelligence è già stato ridotto di circa il 40% e il mandato di Pulte appariva orientato a ulteriori tagli. La crescita quantitativa dell’organizzazione – istituita dopo gli attacchi dell’11 settembre proprio per ovviare allecarenze di coordinamento rilevate fra i servizi di informazione – è stata criticata anche da diversi congressmen repubblicani, oltre a essere legata al tema del ‘recupero di efficienza’ della macchina governativa, che resta un cavallo di battaglia di Donald Trump anche dopo che, nel novembre 2025, il ruolo e le funzioni del DOGE sono stati sensibilmente ridimensionati.

Anche se la nomina di Clayton potrebbe sbloccare il conflitto in corso fra Congresso e Casa Bianca, lo scenario che si apre non appare quindi facile. Negli ultimi mesi, segni di tensione sarebbero emersi all’interno dell’intelligence community statunitense, sia a causa dei tagli alle risorse e al personale, sia a causa delle accuse di politicizzazione che le sue diverse anime si scambiano reciprocamente. Sullo sfondo della guerra ancora in corso con l’Iran e del proliferare delle minacce alla sicurezza nazionale, il braccio di ferro intorno alla figura del DNI potrebbe avere gravi ricadute. Tuttavia, come in altri casi, questo aspetto sembra passare in secondo piano rispetto alle logiche della politica interna. In questo senso, la volontà del Presidente di rafforzare il controllo sui gangli della macchina amministrativa si salda con l’interesse dei congressmen soprattutto repubblicani – a presentarsi al prossimo voto di midterm forti di nuovi tagli alle tasse e ai rami di un apparato federale presentato come pletorico e inefficiente. È un ulteriore segno della crescente debolezza del sistema istituzionale statunitense e delle difficoltà che quest’ultimo incontra nell’adottare posizioni bipartisan, anche quando sono in gioco questioni legate agli aspetti più profondi della politica nazionale.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.