La riconferma di Pashinyan alla guida del governo di Erevan è la precondizione affinché i progetti di Washington possano realizzarsi

 

Nelle scorse settimane, Donald Trump si è speso apertamente a sostegno del primo ministro uscente, Nikol Pashinyan, in vista delle elezioni politiche in programma in Armenia il 7 giugno. Leader della c.d. ‘rivoluzione di velluto del 2018, Pashinyan guida il paese dallo stesso anno, dopo essere stato rieletto alle elezioni anticipate del 2021. Per lo Stato caucasico è stato un periodo turbolento, segnato dalle due guerre per il Nagorno-Karabakh, nel 2020 e nel 2023, che hanno portato alla perdita dell’intera regione e a un massiccio esodo della sua popolazione armena, da un presunto tentativo di colpo di Stato nel 2021 e da una serie di tensioni interne che hanno coinvolto, in varie occasioni, le forze armate, i partiti di opposizione e la chiesa apostolica armena, dei cui vertici Pashinyan ha chiesto la destituzione nel corso del 2025. La sconfitta nella guerra del 2023 e la perdita del Nagorno-Karabakh hanno intaccato pesantemente la popolarità del primo ministro, la cui fragilità appare evidente nelle misure repressive adottate in vista del prossimo voto e criticate sia dalle forze di opposizione sia da vari osservatori internazionali, che, nel caso dell’Armenia, hanno parlato apertamente di ‘arretramento della democrazia’ (‘democratic backsliding’).

Forse più interessante per Washington è, tuttavia, il fatto che, dopo il 2023, Pashinyan – ritornando alle posizioni assunte all’epoca della sua prima elezione, nel 2018 – si sia progressivamente allontanato da Mosca, notando come, per l’Armenia, sia stato un errore strategico contare solo sulla Russia come garante della propria sicurezza. Nel 2020, era stata la Russia a mediare una tregua in occasione della Seconda guerra del Nagorno-Karabakh ed era stata la Russia a dispiegare le forze che avrebbero dovuto garantirne il rispetto. Di contro, nel 2023, è stata l’inazione politica e militare di Mosca a permettere alle truppe azere, prima di bloccare il corridoio di Lachin, che collegava l’Armenia al Nagorno-Karabakh, poi di occupare la regione, i cui confini erano già stati fortemente ridimensionati tre anni prima. Da quel momento, le relazioni con Erevan hanno sperimentato un graduale ma evidente deterioramento, con pesanti ricadute anche all’interno dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO – Collective Security Treaty Organization), l’alleanza militare siglata nell’ottobre 1992 da Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan, insieme con l’Azerbaijan, la Georgia e l’Uzbekistan, poi usciti dall’organizzazione.

Non stupisce che Mosca stia oggi esercitando forti pressioni sull’Armenia. Negli ultimi giorni, il Cremlino ha richiamato il proprio ambasciatore a Erevan, in segno di protesta contro i crescenti legami dell’Armenia con l’UE. In precedenza, Vladimir Putin aveva ammonito il paese, osservando che rafforzare la cooperazione con le istituzioni europee l’avrebbe esposto a quello che ha chiamato un non meglio precisato ‘scenario ucraino’. Alla fine di maggio, la Russia ha introdotto diverse restrizioni alle esportazioni armene, adducendo motivi sanitari e tecnici, e ha minacciato di sospendere l’accordo attualmente in vigore per la fornitura di gas naturale al paese: misure che, a loro volta, hanno indotto Bruxelles ad approvare un piano di aiuti a favore della repubblica caucasica. Anche i leader di Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan che, con Russia e Armenia, formano lUnione Economica Eurasiatica hanno chiesto a Erevan di indire un referendum per scegliere fra lUnione europea e la permanenza nell’organizzazione. In questo campo, il parlamento armeno ha infatti approvato, nel marzo 2025, un EU Integration Act, che autorizza il governo a dare inizio all’iter di adesione.

Oltre che all’UE, lo sganciamento dell’orbita russa ha portato l’Armenia ad avvicinarsi anche agli Stati Uniti, nei quali ha trovato un partner sia economico sia in campodella sicurezza. Nell’ultimo anno e mezzo, Washington eErevan hanno svolto esercitazioni militari congiunte e siglato vari accordi, l’ultimo dei quali, alla fine di maggio, per la realizzazione di quella che è stata chiamata ‘Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP): una rotta commerciale che, passando dall’Armenia meridionale, dovrebbe dare all’Azerbaijan un collegamento diretto con lexclave del Nakhichevan e con la Turchia, suo storico alleato. Strettamente connessa al piano di pace firmato da Armenia e Azerbaijan nell’agosto2025, la TRIPP – nella cui realizzazione e nella cui gestione gli interessi statunitensi hanno un peso preponderante – proietta direttamente gli USA nei delicati equilibri del Caucaso. Il fatto che l’accordo sulla TRIPP sia stato accompagnato da altri (fra cui uno di partnership strategica e uno per lo sfruttamento delle risorse minerarie del Paese) conferma questa lettura, in cui gli interessi economici si intrecciano con quelli più strettamente ‘geopolitici’.

In questa prospettiva, la riconferma di Pashinyan alla guida del governo di Erevan è la precondizione affinché i progetti di Washington possano realizzarsi. Una vittoria dei partiti filorussi, anche se ritenuta improbabile, significherebbe il ritorno dell’Armenia nell’orbita di Mosca; un risultato che non toccherebbe solo gli interessi economici degli USA ma, soprattutto, li priverebbe di un utile punto di appoggio in un’area critica, a ridosso della frontiera russa ma anche di quelle di Iran e Turchia. Con Mosca ancora impegnata nel conflitto in Ucraina, l’indebolimento della sua posizione ha avviato un processo di riallineamento degli equilibri del Caucaso meridionale, al quale anche gli Stati Uniti sembrano interessati. Ciò spiega non solo l’attivismo di Donald Trump, ma anche quello di altri esponenti della sua amministrazione, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance, entrambi protagonisti di storiche visite ufficiali a Erevan fra febbraio e maggio scorsi. Un’ulteriore dimostrazione – se ce ne fosse bisogno – del peso che la Casa Bianca attribuisce oggi alla ‘piccola’ Armenia e del valore strategico che il paese ha assunto negli ultimi tempi all’interno di un sistema regionale in rapida e turbolenta trasformazione.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.